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Foto trovata su marathonpundit.blogspot.comPadre Sirico commenta il fenomeno dei Tea Parties sul sito dell’Acton Institute. Secondo lui, ci sarebbe bisogno di definire meglio le idee e chiarire bene gli obiettivi della rivoluzione. Consiglio saggio, ma intempestivo. Quando la casa brucia, prima spegni il fuoco, poi discuti su come ricostruirla.

Il rapporto tra Tea Party e religione è una questione che rischia di diventare una vera palla al piede ed un’infinita fonte di sospetti in grado di limitare la crescita del movimento sia in America, sia a maggior ragione in Italia. Anche se avevo previsto di parlare di tutt’altro, l’intervento che Padre Robert A. Sirico ha pubblicato sul sito dell’Acton Institute, segnalatomi dall’altrettanto Reverendo Padre Pietro Damian, valeva sicuramente la pena di essere tradotto, visto che mi sembra particolarmente adatto alla bisogna.

Visto che l’argomento è molto delicato e decisamente spinoso, mi riprometto di affrontarlo con più calma e maggiore riflessione, ma comunque proverò a commentare in maniera non estemporanea le riflessioni di Padre Sirico. Il discorso rischia subito di portarci troppo lontano, visto che si potrebbe parlare dei problemi che molti fedeli hanno con certe letture della dottrina sociale della Chiesa Cattolica, delle infiltrazioni comuniste risultate in visioni del mondo aberranti come quella proposta dalla cosiddetta “teologia della liberazione”. Viene in mente la famosa frase del Cardinal Siri, Arcivescovo di Genova che, durante il Conclave che portò all’elezione di Karol Wojtyla, ebbe a dire che il Papa avrebbe avuto due compiti; rinfocolare la fede e ripulire il Tempio ma che, purtroppo, non si potevano affrontare entrambi allo stesso tempo. Chi ha orecchie per intendere, intenda, come si suol dire.

Lo sforzo dialettico ed intellettuale che Padre Sirico richiede al Tea Party americano probabilmente eccede le sue forze e trascende i limiti imposti dalla sua struttura acefala, la quale, se risulta preziosa nel proselitismo e nell’azione politica locale, rende quasi impossibile sintetizzare le posizioni del movimento in maniera sistematica e coerente. Quando si dice che il Tea Party non è e non potrà mai essere un partito tradizionale, non si tratta solo un artificio dialettico per sfuggire alle spietate regole del gioco politico. Lo scopo è quello di rimarcare allo stesso tempo le differenze positive e negative che separano un’organizzazione atipica come quella del Tea Party dalle forme più consolidate di sublimazione del consenso popolare. Richiedere al Tea Party di sintetizzare una visione olistica e dettagliata della società, dei modi nella quale dovrebbe organizzarsi ed essere gestita sarebbe come pretendere che un partito tradizionale scegliesse volontariamente di cancellare il potere della dirigenza, promuovendo primarie aperte e demolendo pezzo per pezzo il sottobosco di centri studi, fondazioni, strutture para-partitiche e rapporti privilegiati che ne costituiscono la vera forza.

Nonostante queste considerazioni generali, non mi sembra né elegante né intellettualmente corretto evitare del tutto di affrontare la serissima questione posta da Padre Sirico. Un movimento che fa della decentralizzazione estrema la sua forza difficilmente potrà mantenere la sua unità d’intenti su una visione del mondo che esuli dalla sfera limitata della politica fiscale, dell’organizzazione statale e della limitazione dell’invadenza delle istituzioni pubbliche nella sfera privata dell’individuo. Se, in linea di principio, sono certo che moltissimi aderenti al Tea Party vedrebbero molto favorevolmente sia la dottrina della sussidiarietà (il passaggio della “Centesimus Annus” citato da Padre Sirico è impressionante per la sua attualità) sia quella della limitazione delle sfere, credo che il movimento nel suo complesso dovrebbe mantenere una posizione strettamente pragmatica su questi ed altri argomenti legati all’ambito del sistema di riferimento valoriale di ogni individuo. Niente impedisce ad ogni singolo gruppo di impegnarsi per promuovere questa o un’altra visione del rapporto tra individuo ed istituzioni, ma in maniera del tutto personale, senza un’elaborazione o una sanzione, positiva o negativa che sia, da parte della “dirigenza” del movimento.

Il fatto che, personalmente, favorisca una rivisitazione in chiave pubblicistica del principio legale del “neminem laedere”, quando non un ritorno tout court alla sacralità della proprietà privata tipica del liberalismo delle origini, non significa un bel niente. Il fatto che, essendo cresciuto in una famiglia cattolica, con parenti che hanno dedicato la vita a Dio ed avendo frequentato il liceo dai Padri Scolopi, non possa che avere una posizione aperta e dialettica nei confronti delle istanze proposte da gruppi conservatori non vuol dire che, come portavoce di Tea Party Italia, non sia altrettanto disponibile a parlare con altrettanta apertura ed attenzione con chi, come alcuni libertari o ex-radicali, sfiora spesso e volentieri l’anticlericalismo. Ovvio che la tentazione di concordare spesso e volentieri coi primi e litigare amabilmente con i secondi esiste, ma ritengo obbligatorio mantenere sempre e comunque un certo distacco da entrambe le posizioni, così da consentire ad ogni individuo che condivida la nostra battaglia per il ripristino della libertà personale di sentirsi sempre e comunque a casa sua.

Vista la crisi sistemica che rischia, di qui a breve, di frantumare il tessuto più elementare delle società occidentali, riteniamo che la priorità assoluta in questo momento storico sia quella di imporre, sempre in maniera non violenta ma quantomai decisa, la destrutturazione radicale degli apparati statali che tolgono libertà all’individuo, assorbono porzioni spropositate della ricchezza da esso prodotta e rendono quantomai vuota ogni forma di democrazia rappresentativa. Consentitemi una metafora terra terra: quando la casa brucia, discutere di come la si dovrà ricostruire sembra un esercizio futile quando non autolesionista. Prima ci si ingegni a spegnere il fuoco; una volta passato il pericolo imminente, tempo per ragionare sulla forma migliore per ricostruire la casa comune ve ne sarà in abbondanza.

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Il Tea Party deve chiarirsi le idee
Padre Robert A. Sirico
Originale (in inglese): Acton Institute
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Se la recente analisi del “New York Times” sul successo del movimento del tea party è corretta, l’influenza di questo movimento che promuove il governo limitato e bassi livelli di tassazione potrebbe avere un impatto decisivo nelle prossime elezioni, specialmente nel tenere alta la pressione sulla leadership repubblicana su una serie di argomenti collegati.

L’influenza e più specificamente l’autenticità del movimento del tea party viene discussa in questi giorni nei circoli religiosi, dove alcuni autori si sono dimostrati scettici sul fatto che gli evidenti sentimenti religiosi espressi da molti (ma non da tutti) gli attivisti del tea party possano essere compatibili con l’innegabile obbligo cristiano ad occuparsi dei bisogni dei “fratribus meis minimis” (Matteo, 25 40 – Sacra Vulgata ndApo).

Stephen Schneck, direttore dell’Institute for Policy Research and Catholic Studies presso la Catholic University of America, ha detto, criticando l’approccio del tea party “sebbene ci possano piacere molti aspetti del movimento, la posizione cattolica è che sia il governo sia i cittadini sono ugualmente tenuti ad essere il custode del prossimo loro (il riferimento è popolare in inglese e si riferisce alla risposta di Caino alla domanda di Dio, che gli chiede che fine abbia fatto suo fratello Abele. Caino risponde “Nescio – num custos fratris mei sum ego?” Genesi, 4 9 – Sacra Vulgata ndApo)”.

Uno dei leaders della sinisra evangelica, Jim Wallis, fornisce quella che credo sia un’immagine totalmente sbagliata degli attivisti del tea party affermando che “quando il nemico sono i regolamenti del governo, il mercato è libero di perseguire i propri interessi egoistici senza riguardo per la pubblica sicurezza, il bene comune e la difesa dell’ambiente — che i Cristiani vedono come creazione di Dio. I libertari sembrano credere nel mito del mercato senza peccato e che l’interesse egoistico dei padroni o delle corporazioni beneficierà naturalmente la società nel suo complesso; e che se questo non avvenisse, il governo non dovrebbe intervenire per correggere questa distorsione” (scusate, vado un attimo a vomitare ndApo).

Dalle mie numerose conversazioni con attivisti del movimento del tea party da ogni parte del paese, questi commenti non riescono a comprendere il punto essenziale, ovvero questo movimento voglia davvero e perché persone religiose ne siano attratte.

Non dubito che ci siano persone alle estreme del movimento del tea party che odiano il governo (eccone una ^_^ ndApo). Gran parte di loro, comunque, secondo me odiano il governo come la gran parte di noi “odia” il dentista — ovvero, non sosteniamo la necessità di abolire l’odontoiatria; vogliamo solo che sia meno dolorosa possibile e non ci causi danni permanenti.

Non è neanche vero che i sostenitori del tea party credano nel “mito del mercato senza peccato”.

Il fatto è che loro, come molti fedeli e a dire il vero gran parte degli americani, credono che politici e burocrati non siano frutto di immacolata concezione e che quindi abbiano bisogno di limiti precisi alla loro sfera d’intervento.

Quindi arriviamo finalmente a quella che potrebbe essere la vera mancanza di questo movimento popolare — deve ancora definire una serie di principi chiari che gli consentano di definire in maniera consistente la sua idea di società e del ruolo che lo stato dovrebbe rivestirvi.

Tali principi esistono sia nella tradizione Cattolica Romana ed in quella Protestante Riformata e sono rispettivamente la sussidiarietà e la sovranità delle sfere sociali. Ogni termine, in maniera diversa ma complementare, afferma che le necessità sono meglio servite al livello più locale della loro esistenza e che gli ordini elevati dell’organizzazione sociale (ovvero le istituzioni intermedie ed il settore pubblico) possono intervenire solo temporaneamente nelle sfere inferiori dell’organizzazione sociale in momenti di grave crisi. Tale intervento delle autorità più elevate dovrebbe essere diretto ad assistere, non a rimpiazzare, i rapporti esistenti a livello locale.

Nella sua monumentale enciclica “Centesimus Annus” Papa Giovanni Paolo II definì il principio della sussidiarietà e dimostrò di comprendere bene la reazione che può avvenire nella sfera sociale quando lo stato non si mantenga chiaramente all’interno dei suoi limiti. Anche se scritta più di un decennio fa, i suoi avvertimenti e le sue osservazioni potrebbero essere state facilmente scritte oggi:

Intervenendo direttamente e deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di energie umane e l’aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con enorme crescita delle spese. Sembra, infatti, che conosce meglio il bisogno e riesce meglio a soddisfarlo chi è ad esso più vicino e si fa prossimo al bisognoso. Si aggiunga che spesso un certo tipo di bisogni richiede una risposta che non sia solo materiale, ma che ne sappia cogliere la domanda umana più profonda. Si pensi anche alla condizione dei profughi, degli immigrati, degli anziani o dei malati ed a tutte le svariate forme che richiedono assistenza, come nel caso dei tossico-dipendenti: persone tutte che possono essere efficacemente aiutate solo da chi offre loro, oltre alle necessarie cure, un sostegno sinceramente fraterno.

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