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Grafico trovato su sixmeatbuffet.comSecondo il noto economista Gary North, il nuovo Congresso non riuscirà a combinare granché. Troppi interessi consolidati, troppe lobbies dalle tasche profonde. Il rischio è quello di un lockdown come quello del 1995. Il che non sarebbe male, visto i risultati di allora. Speriamo in bene…

Back to 1995, ovvero ci aspetta un nuovo lockdown, uno scontro frontale tra repubblicani e democratici che bloccherà la politica USA fino al novembre del 2012. La prospettiva, certo non esaltante, è proposta dall’economista Gary North, tra i più stimati dall’Apolide per capacità analitiche e la sovrannaturale abilità nello spiegare in maniera semplice anche concetti decisamente ostici.

Visto che l’articolo di North è parecchio lungo (2200 parole), evito di perdermi in considerazioni oziose ma vi annuncio in esclusiva che, per trattare articoli, paper o saggi come questo o più lunghi, il vostro affezionato padrone di casa sta macchinando qualcosa di interessante, un servizio dedicato ai frequentatori assidui dell’antro. Non voglio rivelare troppo, ma la sorpresa sarà destinata a chi si iscrive al blog, inserendo la sua mail nel quadratino qui a destra. Fossi in voi ci farei un pensierino. Non ve ne pentirete assolutamente, giurin giuretto!

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Verso due anni di blocco
Gary North
Originale (in inglese): Reality Check (n° 1008 – 26 ottobre 2010)
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il 2 novembre, gli americani andranno alle urne e decideranno quale partito controllerà il Congresso. È possibile che nessuno dei due partiti ce la farà. La Camera dovrebbe andare ai repubblicani ma il Senato è ancora in bilico.

La gara che preferisco seguire è quella del Dottor Art Robinson. “Human Events”, il sito internet conservatore, la definisce ‘una delle dieci potenziali sorprese alla Camera’.

Oregon-4:  lo scienziato e studioso Art Robinson sta raccogliendo somme da record ed attirando contribute anche dagli indipendenti nella sua furiosa battaglia con il veterano democratico, al Congresso da 24 anni, Peter DeFazio http://bit.ly/2010upsets

Robinson dice che voterà come Ron Paul. Il che vuol dire che voterà “no” spesso e volentieri. Se venisse eletto, sarebbe l’unico scienziato al Congresso. È lui il promotore della petizione firmata da oltre 31.000 scienziati contro la teoria che il riscaldamento globale (sempre che esista qualcosa del genere) sia causato da qualsiasi cosa fatta dagli umani.

È convinto che gli Stati Uniti saranno surclassati economicamente dall’Asia perché il governo federale ha messo troppi vincoli alla produzione di energia.

È anche un oppositore dei sussidi governativi alla scienza. Pensa infatti che il libero mercato finanzi sempre le ricerche scientifiche più produttive (e quindi sia migliore dell’intervento statale ndT).

Robinson è anche il creatore del ‘Robinson Curriculum’, un programma per la scuola dell’obbligo da 200 dollari che la famiglia può comprare una volta sola per tutti i loro figli (che intende educare in casa ndT).

Inoltre, guida un istituto di ricerca scientific ed un allevamento di pecore.

Ha il supporto incondizionato degli elettori delle campagne, ma il suo avversario ha sempre vinto nella contea di Lane, roccaforte democratica dove si trova il campus dell’Università dell’Oregon.

Ora, se il 2 novembre dovesse piovere forte nella contea di Lane…

Sia che vinca o che perda, dice che produrrà un corso per insegnare a tutti come condurre una campagna elettorale con pochi soldi. Se voleste iscrivervi per ricevere informazioni su questo corso e magari donare qualche soldo alla sua campagna elettorale, andate qui.

OLTRE LA CASCATA

Il dato interessante è la possibilità che la Camera del 2011 veda la presenza di una nuova razza di deputati repubblicani; gente come Robinson, intenzionata a tagliare il budget federale sul serio.

Questo è quanto il Partito Repubblicano aveva promesso nel 1994, con il suo “Contract with America”. Ma Clinton decise di andare a vedere il loro bluff sul budget. Capitolarono. Non ha mai avuto più problemi con loro sul budget. Ma ha anche evitato di spendere come un pazzo. Per qualche tempo, riuscì perfino ad avere un surplus di bilancio (se non contiamo il deficit delle pensioni pubbliche come deficit del governo). Quindi, in un certo senso, gli elettori ottennero in parte quello che i repubblicani avevano promesso. La Camera fece fuori il progetto di riforma sanitaria di Hillary.

Ancora una volta ci sono alcuni candidati repubblicani alla Camera – neoeletti – che promettono di votare sempre no alla spesa pubblica. Un mucchio di veterani hanno deciso di fare i bravi… almeno fino a quando Obama sarà alla Casa Bianca.

Stavolta il budget è chiaramente fuori controllo. Non siamo nel 1994. I repubblicani hanno iniziato il disastro del budget sotto Reagan. Questo mise fine al mito che i repubblicani potevano garantire un budget in equilibrio. Bush II aumentò le spese in maniera drammatica, con il consenso dei democratici. Nel suo primo mandato, non mise il veto ad un solo progetto di legge. Poi i democratici, sotto la guida di Obama, aumentarono i deficit di Bush, stavolta con l’opposizione dei repubblicani, sapendo che non avrebbero potuto impedire ai progetti di legge di diventare legge e che quindi Obama sarebbe stato visto come il responsabile in ogni caso.

Ora ci stiamo dirigendo verso la cascata. Tutti possono sentire il rombo delle acque che precipitano. Nessuno sa bene come portare la canoa nazionale verso la riva. Tutti vogliamo scendere, a parte Paul Krugman ed i pazzi keynesiani che, invece, vorrebbero che ci mettessimo tutti a pagaiare furiosamente verso la cascata.

Il 2 novembre, gli elettori decideranno quali politici avranno la possibilità di avere la pagaia in mano.

Per come la vedo io, ci saranno due anni di governo bloccato. Questo impedirà al governo federale di pagaiare ancora più forte verso la cascata. Ma, anche con il blocco, continueremo ad andare verso il disastro.

Gli elettori hanno capito che i deficit di bilancio sono un pericolo. Erano contrari al Grande Bailout delle Banche nel 2008. Erano contrari all’Obamacare. Ma il Congresso ha preferito ignorare gli elettori. Ha votato a favore di 1.500 miliardi di dollari per salvare le banche e stimolare l’economia; poi ha passato l’Obamacare. I repubblicani hanno prodotto i bailout negli ultimi mesi del 2008, poi hanno cambiato opinione nel 2009 per calcolo politico. Eppure la legge che garantisce la copertura pubblica per i medicinali ha un peso sul budget ben più grande di quanto potrà mai essere l’Obamacare. Agli elettori questi sussidi per i medicinali sono piaciuti parecchio.

Gli elettori hanno messo il paese in questa canoa, permettendo al Congresso di iniziare a pagaiare tanto tempo fa. Gli elettori non sentivano ancora il rumore della cascata. Chiunque avesse dato un’occhiata alla mappa che tracciava il corso del fiume di debiti poteva vedere dove eravamo diretti, ma entrambi i partiti avevano un incentivo politico a nascondere questa mappa agli elettori.

Il paese è diviso. Nessuno sa quail budget tagliare. I gruppi di potere sono bene organizzati. Non fanno altro che dire “non tagliare qui. Spendi più soldi”. Chi vuol tagliare i costi, si presenta con una piattaforma elettorale semplice: “dobbiamo tagliare il budget, ma non dirò cosa taglierò”. In questo modo, si finisce per non tagliare mai niente. Il deficit di bilancio continua a crescere.

Se la Camera dovesse passare ai repubblicani, Obama non proporrà più grandiosi piani di spesa. Ha ottenuto quello che poteva ottenere. Il cambiamento è finito. La speranza pure. Ora è preoccupato da questo slogan: ‘Change Back 2012’.

SANITA’ FISCALE

L’aumento costante del debito federale è un cancro. I politici hanno continuato a dire agli elettori “non preoccupatevi di quel bozzo. Non c’è bisogno di rimuoverlo. Aspettate. Se ne andrà per conto suo o troveremo una cura economica e senza controindicazioni. Ci sono nuove tecniche per curare il cancro in arrivo. Fidatevi di noi”.

Anche se non ci fossero altri grandi programmi di spesa, saremmo sempre minacciati dal cancro fiscale. Gli aumenti della spesa automatici già approvati sono sufficienti a mantenere il deficit sopra i 1.000 miliardi di dollari all’anno per il prossimo decennio. Questo nel migliore dei casi possibili, ovvero senza una nuova recessione economica. Che invece ci sarà. Forse ce ne saranno addirittura due (nel prossimo decennio).

Quindi, nei prossimi due anni, il Congresso non riuscirà a dare agli elettori quello che vogliono – o almeno dicono di volere. Il Congresso non abrogherà l’Obamacare. I repubblicani alla Camera potranno presentare un progetto di legge per farlo. Sarebbe una mossa politica intelligente, ma non ce la farà a passare al Senato. Anche se ci riuscisse, Obama metterebbe il veto.

Questo significa che le spese del governo continueranno a rimanere fuori controllo. Il deficit dovrà essere finanziato da denari che altrimenti sarebbero stati destinati al settore privato. I conti continueranno ad arrivare e gli investitori, incluse le banche centrali straniere, continueranno a fornire al Tesoro la possibilità di estendere i debiti.

L’economista chiede ‘a che prezzo?”. La domanda include due questioni: la prima è ‘a quale tasso di interesse?’, la seconda, meno ovvia, ‘quanto influirà sulla produttività del sistema paese?’.

I tassi di interesse del Tesoro sono bassi. Questo consente al governo di rinnovare il proprio debito a tassi bassi. Questo è quello che ha consentito al Giappone di accumulare sempre più debiti per due decenni. Gli investitori pagano per questi debiti, ri-finanziando il debito esistente e quello nuovo, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Il risultato di questa politica è stato un tasso di crescita economica inferiore per due decenni. Questo è stato il vero costo nascosto dei deficit di bilancio giapponesi (ed italiani ndApo).

Cos’è che non va in Giappone? Ecco cosa: è uno stato profondamente keynesiano. I migliori giovani, i più intelligenti, coloro che volevano diventare degli economisti sono venuti negli Stati Uniti per studiare economia. Sono tornati a casa come convinti keynesiani. Di fronte al rallentamento della crescita economica, hanno solo due risposte standard: aumentare il deficit del governo e l’inflazione pilotata dalla banca centrale per consentire l’acquisto dei buoni del tesoro necessari per finanziare la spesa del governo. La Banca del Giappone è stata molto cauta, rifiutandosi di aumentare la massa monetaria, ma gli investitori privati hanno comprato i buoni del tesoro. Quindi il governo ha aumentato la spesa, indebitandosi sempre di più.

Perché quindi i tassi di interesse non sono cresciuti? Per la stessa ragione dietro alla stabilità dei tassi negli ultimi 12 mesi negli Stati Uniti: le banche commerciali non prestano più soldi a nessuno. Li usano per aumentare le proprie riserve tecniche (e quindi sembrare più solide ndApo).

Il risultato è la bassa crescita economica: l’economia giapponese non è in depressione, ma non è più un’economia che cresce rapidamente.

Inoltre è un’economia che sta invecchiando. Questo potrebbe essere un grosso problema in futuro. Gli anziani non risparmiano più, spendono i risparmi accumulati. Hanno bisogno di redditi ma non possono averli possedendo il debito pubblico giapponese, visto che i tassi sono troppo bassi. Quindi, sono costretti a vendere beni tangibili.

Il governo giapponese paga i suoi debiti: la sua solvibilità è leggendaria. La questione viene vista come un fatto legato al prestigio del paese. Per questo l’enorme debito pubblico viene percepito come sicuro. Per qualche altro anno, questa percezione è corretta, ma prima o poi arriverà una crisi. Il debito diventerà troppo grande per essere esteso a tassi bassi. A quel punto i tassi di interesse sui buoni del Tesoro aumenteranno, trascinando l’economia giapponese in una recessione eterna.

Il problema non riguarda solo il Giappone: anche l’Europa deve affrontare la stessa minaccia, una popolazione che invecchia in fretta. L’Europa cerca di allontanare il giorno del giudizio permettendo un’alta immigrazione dai paesi musulmani. Il Giappone non permette niente del genere.

Quindi, rimandare il giorno del giudizio consente ai politici di cedere alla tentazione di continuare con le solite, vecchie ricette keynesiane fatte di deficit continui. Il conto da pagare continua a crescere, ma nessuno sembra accorgersene. Il costo politico non esiste, perché continua ad essere rimandato nel futuro.

Consentitemi un’analogia con il caos dei mutui immobiliari. Visto che i tassi di interesse calano, i proprietari di case sono tentati dall’idea di ri-finanziare i mutui. Questa procedura ha spese non irrilevanti, ma se le pagano aumentando la somma chiesta in prestito, possono tranquillamente continuare a ri-finanziare il mutuo. Sembra il giochino perfetto, visto che non c’è nessun doloroso disincentivo a breve termine. Ma il costo esiste eccome: la somma da ripagare aumenta sempre di più.

Questo è un rischio serio per il proprietario, ma non ci fa attenzione. Pensa di essere in grado di guadagnare da questo giochino per sempre. Poi, invecchiando, ha un problema: si rende conto che deve lasciare la forza lavoro. Non ha beni propri. Vuole tagliare le spese. Come? Vendendo la casa.

A chi?

Il debito nazionale è un mutuo che ha come garanzia gli incassi delle tasse future. Se, per qualsiasi ragione – paura dell’inflazione, paura che il governo non paghi i suoi debiti, paura di una rivolta fiscale – il tasso di interesse sui buoni del Tesoro aumentasse, il peso complessivo del debito aumenterebbe. Il denaro extra richiesto per pagare gli interessi più alti si aggiungerà al debito che deve essere continuamente rifinanziato.

Prima o poi, quindi, ci sarà il default. Questo avverrà dovunque nel mondo occidentale, che include anche il Giappone. Chiamatelo “cadere dalla cascata”. Chiamatelo “un cancro che va in metastasi”. Chiamatelo “il Grande Default”. Chiamatelo come vi pare, vuol dire sempre tre possibili risultati:

O lo stato non sarà più in grado di spendere

O la banca centrale stamperà sempre più moneta

O i vecchietti lo prenderanno in quel posto.

Le conseguenze politiche di questi eventi sarebbero enormi. Ci sarà una guerra tra le generazioni su dove far andare i soldi. Penso che a spuntarla saranno comunque i lavoratori.

LAVORATORI UNITEVI!

Penso che i lavoratori abbiano davvero iniziato ad unirsi. Penso che questo è gran parte del significato del Tea Party. Questa gente ha capito come andranno a finire le cose. Sono determinati a fermare ogni nuovo programma di spesa da parte del governo federale. Ogni politico che non ha ancora capito che la politica della spesa perpetua è finita, lo capirà la prossima settimana.

Penso che il Tea Party rappresenti una ampia minoranza di elettori che hanno la sensazione che le cose non vadano per il verso giusto, anche se non sono sicuri al 100% di cosa si tratti. Si sono fidati del governo per tutta la vita. Hanno creduto che il governo fosse in grado di superare una recessione economica, anche se non sanno bene come. Hanno permesso al Congresso di staccare assegni usando i loro redditi futuri come garanzia. Chi partecipa ai Tea Parties sono lavoratori normali.

Chi è veramente a rischio sono invece il 20% più ricco della popolazione, in termini di reddito. Sono loro che pagano gran parte delle tasse federali. Sono loro che investono nel debito pubblico. I loro beni sono quelli più facili da confiscare. Ma loro si fidano del sistema. Sono andati all’università. Hanno studiato l’economia keynesiana. Hanno seguito lezioni di storia Americana dove gli hanno spiegato che Roosevelt ha salvato il capitalismo da sé stesso. Continuano a crederlo anche oggi.

Credono inoltre che il sistema economico gestito dallo stato funzioni ancora bene per loro. Sono democratici e repubblicani centristi. Continuano a credere nel sistema. Vedono gli attivisti del Tea Party come dilettanti naif che potrebbero far rovesciare la canoa.

I politici favoriti dal Tea Party saranno i nuovi arrivati alla Camera. I centristi li metteranno in minoranza. Ma questo potrebbe rivelarsi pericoloso per i politici mainstream. I nuovi elettori, che non avevano mai fatto politica prima di oggi, potrebbero rappresentare un cambiamento epocale della politica. Potrebbe anche darsi che gli elettori hanno deciso che è il momento di pestare forte sul pedale del freno.

Questo non servirà a granché. I deficit federali sono integrati nel sistema, sono nelle condutture fiscali. Invertire la rotta tagliando programmi di spesa vorrebbe dire mettersi in rotta di collisione con elites politiche ricche e bene organizzate. Non succederà.

Ma gli elettori potranno esercitare pressione sui nuovi eletti per non votare nuovi modi per sprecare soldi. Sarà più difficile co-optarli nel network dei Good Old Boys. Internet ormai consente agli elettori di controllare facilmente come si comportano i propri rappresentanti a Washington. Nascondersi è più difficile.

I lavoratori hanno i voti. Se i politici appoggiati dal Tea Party riusciranno a stuzzicare lo spirito di auto-conservazione degli elettori bloccando le spese, saranno in grado di battere i politici mainstream quando proporranno nuovi programmi di spesa.

CONCLUSIONI

Siamo ancora diretti verso le cascate. I programmi già approvati porteranno alla bancarotta il governo federale. Ma ora c’è un movimento che dice “basta”. Vedremo se i nuovi eletti saranno in grado di combattere in maniera disciplinata e guadagnarsi la ri-elezione nel 2012.

Prima o poi, la rivolta contro le tasse arriverà. Questi potrebbero essere solo i segnali preliminari. Non lo sapremo fino alla fine di novembre del 2012.

La canoa, alla fine, precipiterà dalla cascata. La domanda che dovrete porvi è semplice: sarete tra quelli che salteranno nell’acqua e raggiungeranno la riva prima che la corrente vi trascini nel precipizio?

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