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Immagine trovata su mediaspin.comDelle volte qualcuno ci chiede “ma perché vi date così da fare? Tanto non cambia niente/tutto è perduto/la gente è troppo stupida”. Semplice, perché non vogliamo che tutto vada ad allegre peripatetiche. Siamo come il ragazzino sulla prua del Titanic che grida “ICEBERG!”. Ignorate a vostro rischio e pericolo…

Ennesima dispensa del corso gratuito fornito dall’Apolide a giornalisti infingardi, gente che ne ha le tasche piene del teatrino della politica e persone interessate ed interessanti in genere su cosa voglia dire il Tea Party, in Italia e nel mondo. Oggi si parla della visione del mondo che hanno i Tea Partiers o, come ci piace definirci qui in Italia, i “partygiani” e, come dice il titolo di questo post, del “perché combattiamo”.

Il lungo e bene argomentato post del misterioso Monty, compagno di avventura dell’altrettanto elusivo Ace, titolare del famoso blog americano Ace of Spades HQ, spiega il tutto abbondantemente, ma, visto che sono il padrone di casa, non riesco proprio a trattenermi dal dire la mia e cercare di contestualizzare nella realtà italiana le considerazioni in salsa USA.

Ci danniamo l’anima per svegliare il popolo bue non perché mossi da chissà quali secondi o terzi fini, o perché siamo brutti, sporchi, cattivi e ce l’abbiamo con i “poveri”. Molto più semplicemente siamo come il leggendario bambino sulla prua del transatlantico Titanic che tentò invano di dare l’allarme. Chi per fortuna, chi perché curioso, chi perché ha avuto il destro di leggere i libri “giusti”, siamo tutti ben consci che l’iceberg, ovvero il fallimento e la disintegrazione del sistema di socialismo mascherato che domina da decenni in Italia e in Europa, è dannatamente vicino. Chi si identifica nella battaglia dei Tea Parties, in Italia come in America, invece di vendere tutto, spostare i pochi soldi al sicuro e godersi lo spettacolo, preferisce sbracciarsi come un pazzo e gridare forte forte di cambiare rotta prima che sia troppo tardi.

Tutto qui, niente di particolarmente complicato. Basta un rapido giro in rete, magari sull’ottimo sito dell’Istituto Bruno Leoni, sulla casa virtuale dell’altrettanto straordinario Oscar Giannino o sul blog collettivo di quei quattro economisti eretici di NoisefromAmerika per rendersi conto che le prove dell’imminente catastrofe sono più che evidenti. Chi fa finta di niente e sparge disinformazione a piene mani, lo fa solo perché difende il proprio orticello e sta banchettando coi soldi delle nostre tasse. State pur certi che, privatamente, sta già facendo le mosse giuste e preparandosi al peggio. Solo che, da buon infame, se ne frega di chi finirà affogato, senza scialuppa di salvataggio o salvagente.

Chi crede nel messaggio del Tea Party pensa che sia ancora possibile evitare il disastro. Non sarà una passeggiata di salute, ci sarà da ripensare completamente il proprio sistema di valori, assumersi molte più responsabilità personali e parecchi più rischi rispetto a quanto ci eravamo abituati in passato, ma l’iceberg si può ancora evitare. Gli amici libertari duri e puri ci danno degli illusi, degli idealisti, convinti come sono che il sistema è irriformabile e che si possa combattere solo con le maniere forti, con un’intransigente e non violenta campagna di disobbedienza civile.

Può darsi che abbiano ragione loro. Ogni giorno leggiamo notizie che fanno cadere le braccia a terra, come le scarne cronache sul caos ignobile che sta sconvolgendo la seconda patria dell’Apolide, quella Francia cui è legato non da vincoli di sangue ma da non trascurabili trascorsi familiari. Eppure siamo ancora convinti che si possa salvare la barca in maniera più soft; non meno decisa ed intransigente, intendiamoci, ma meno conflittuale. Nonostante tutti i tentativi del Palazzo, il sistema italiano offre ancora opportunità per influenzare il processo decisionale ed è nostra intenzione provarci fino in fondo. Tempo per passare alla rivolta vera e propria ce ne sarà in abbondanza, ma solo dopo aver esaurito tutti i metodi legali e legittimi.

Talvolta, quando sentiamo la vuota retorica dei sindacati e dei loro schiavetti in Parlamento, verrebbe da attaccarsi al telefono e prenotare un biglietto per Singapore o Bombay. Eppure c’è chi ancora resiste e si impegna in prima persona per cambiare le cose qui nella penisola dei caciocavalli. Speriamo di aver fatto la scelta giusta e non doversene pentire in futuro. Volevate sapere perché combattiamo? Ecco perché. Forse perché siamo nati fessi, forse perché un certo senso dell’onore e del rispetto per sé stessi, la propria patria e la propria cultura ci impedisce di fuggire a gambe levate, scegliamo di combattere la nostra battaglia di libertà qui in prima linea. Sulla terra dei nostri avi, sulle spalle dei giganti che hanno costruito con le proprie mani (e senza sanità pubblica) il paese più bello del mondo, con l’aiuto di Dio e dei nostri concittadini. Clear eyes, full hearts can’t lose. Noi ci crediamo. Voi?

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Questo è il nostro futuro
Monty
Originale (in inglese): Ace of Spades HQ
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Questo è il nostro futuro se non cambiamo rotta in fretta.

Prova A: l’Inghilterra affronta i tagli alle spese più severi dalla Seconda Guerra Mondiale.

Prova B: la Francia sta andando a pezzi su una proposta di legge per riportare le pensioni pubbliche sotto controllo.

Ecco come finisce il welfare state. Gli europei (come i democratici qui da noi) vogliono un’utopia dove tutti i bisogni sono soddisfatti, tutti gli affamati hanno da mangiare, tutti i bambini sono al caldo e sicuri, tutti gli ammalati curati, tutti i mali puniti mentre gli innocenti sono liberi, un paese dove tutto è pacifico e tutti vivono in perfetta armonia. Invece, il welfare state non fa che portare sprechi, debolezza, improverimento, rivolte ed apatia. Si tratta, nel suo profondo, della fine della società civile. Le economie comuniste cadono più in fretta perché assumono il veleno senza diluirlo; ai paesi socialisti ci vuole solo più tempo prima di ammalarsi e morire.

Non ho ancora ben chiaro se l’Inghilterra o la Francia saranno in grado di far sopravvivere queste riforme. L’Inghilterra sembra messa meglio della Francia, ma anche nella “perfida Albione” i giorni della Baronessa Margaret Thatcher sembrano lontani — gran parte del paese non solo campa sperando nelle dazioni pubbliche (includo anche l’NHS, il sistema sanitario pubblico) ma non ricorda nemmeno niente di diverso. Intere generazioni di cittadini sono nate e diventate adulte in una terra dove la società civile era destituita, le promesse dei politici diventavano sempre più iperboliche ed il settore privato era quasi moribondo. L’Inghilterra è diventato un paese con la sanità “gratuita”, un sistema di welfare generoso dove spesso conviene non lavorare ed un settore privato così sclerotizzato ed infestato dai sindacati da far sembrare perfettamente normale una disoccupazione strutturale dell’8-10 per cento. I giovani cercano di ottenere diplomi senza senso che durano un’eternità (spesso usando fondi od aiuti statali) ed hanno più o meno abbandonato concetti antiquati come il matrimonio e la famiglia, per non parlare della religione. (Di questi tempi, non c’è edificio così vuoto nel Regno Unito come una chiesa cristiana.)

Non è un caso che la Germania se la passi molto meglio, in termini relativi, dell’Inghilterra o della Francia. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Germania ha dovuto riaffermare l’etica del lavoro tradizionale teutonica perché costretta dagli eventi. La necessità di re-integrare la Germania dell’Est negli anni ’90 li ha costretti ad essere ancora più efficienti, più produttivi, più conservativi dal punto di vista finanziario. L’Inghilterra e la Francia, al contrario, hanno seguito la strada del welfare sociale — la strada più di sinistra. E alla fine, invece di raccogliere “giustizia sociale” ed armonia universale, hanno raccolto povertà e disordine. La strada di chi vuole ridistribuire la ricchezza ha portato — come succede sempre — ad un drammatico vicolo cieco.

Quello che vediamo scorrere davanti ai nostri occhi in questi giorni in Inghilterra e Francia è il nostro futuro. Solo che i nostri disordini saranno ben più grandi e più violenti. La nostra popolazione è molto più numerosa, più diversificata e più polarizzata; il nostro sistema politico più frammentato; i nostri debiti e le nostre obbligazioni per il futuro enormemente più pesanti. Forse è più difficile infiammare le nostre passioni, ma una volta accese lo rimangono molto più a lungo.

Come in Francia, abbiamo permesso che un segmento enorme della nostra popolazione — forse più della metà — di cadere in uno stato di destituzione tale da dover dipendere dalla generosità del governo per una parte sostanziale del loro reddito. Questi non sono denari che si sono guadagnati di persona, col salario o i risparmi, ma soldi che sono stati estratti a forza dalla metà più produttiva del paese. Metà dei nostri cittadini non pagano imposte sul reddito. Un numero crescente di loro percepisce o percepirà pensioni statali, benefici della Social Security ed assicurazioni mediche pubbliche (Medicare/Medicaid) molto superiori a quello che hanno contribuito alle casse dei rispettivi piani governativi. Metà della popolazione americana, per farla breve, non vive del sudore della propria fronte ma della carità imposta agli altri, dopo che è stata filtrata e distillata dalla mano del governo. Questo non può — non può, secondo le leggi dell’economia o della stessa disica — continuare a lungo. L’aritmetica del problema batte qualsiasi considerazione filosofica sulla giustizia sociale, sull’etica, sul modo di governare o sulla stessa legge. La matematica, semplicemente, non lo permette.

Consideriamo i francesi. Stanno protestando su una proposta di legge che alzerebbe l’età pensionabile da 60 a 62 anni. In Germania si va in pensione a 65 anni (presto saranno 67) — pensate che i lavoratori tedeschi sarebbero contenti di pagare perché i vicini francesi vadano in pensione prima? I sindacati francesi sono scatenati, denunciando la proposta come una violazione di una “promessa” che il paese aveva fatto ai lavoratori. (Se questa dichiarazione vi ricorda quello che sta succedendo in California, New Jersey, New York o nel Michigan è perché, in effetti, le situazioni si assomigliano parecchio). La parola “promessa” è rivelatrice: la gente ha smesso di pensare al welfare come un “benefit” o un “vantaggio accessorio” legato al contratto di lavoro, ma lo considera un “diritto” o una “promessa”. Una promessa fatta a norma di legge che non può essere rotta, cascasse il mondo. Beh, signori, il mondo sta cascando ed il popolo sovrano scoprirà una verità universale: una “promessa” del governo non è un patto suicida. La realtà, in un modo o nell’altro, l’avrà vinta.

I governi di mezzo mondo stanno rendendosi conto che il fiume di denaro non è infinito. Quella apparentemente inesauribile montagna di ricchezza è stata trasformata in un oceano di debiti che avranno bisogno di decenni per essere ripagati. Le abitudini costose delle nazioni occidentali hanno imposto obbligazioni tali ai nostri figli ed alle generazioni non ancora nate tali che dovrebbero farci insorgere come popolo. Stiamo investendo sui vecchi invece che sui giovani, punendo chi prende rischi e crea imprese piuttosto che premiarlo. I nostri sistemi fiscali sembrano fatti apposta per uccidere ogni spinta innovativa ed ogni programmazione di lungo periodo. (Cosa significa “eredità” se la ricchezza che ho accumulato nella mia vita non posso trasmetterla ai miei figli o ai miei eredi ma viene mangiata dal sempre vorace governo centrale?) I giovani — le giovani famiglie — sono le fondamenta sulle quali è costruita la civiltà occidentale. Trascurarle, caricandole di troppi obblighi ed imbrogliarle significa condannare la società al suicidio.

Una misura di quanto sia diventata auto-distruttiva l’Europa si può vedere nel tasso di natalità. Nei paesi sviluppati come la Francia, il tasso di natalità tra i cittadini originari è piombato ben sotto al tasso di sostituzione naturale (anche se qualche studioso contesta questa statistica). Tra gli immigranti che hanno ben poche affinità culturali con i francesi (o sono addirittura apertamente ostili alla civiltà francese), la natalità è esplosa. Questo vuol dire che, tra 20 o 30 anni, saranno questi bambini a determinare cosa voglia dire essere “francesi” (o “inglesi” o “americani”). Lo stesso discorso si applica alla Spagna, al Portogallo, alla Germania, all’Inghilterra (mai che si ricordassero di quella curiosa penisola a forma di stivale… ndApo) — in effetti vale per l’intero continente. (Almeno l’america ha una crescita demografica positiva, anche se non di molti. Anche da noi, però, gli immigrati stanno facendo molti più figli dei “nativi”.) La demografia è un gioco nel quale vince chi rimane in piedi fino in fondo: i bambini nati oggi saranno coloro che faranno le leggi tra 20 o 30 anni. Se oggi non metti al mondo bambini, non avrai alcuna voce in capitolo in futuro.

Se i governi occidentali hanno una scusa — per quanto debole e piagnucolosa — è questa: lo stavano facendo per il nostro bene. Non è che sia sbagliato in sé augurarsi che ogni cittadino abbia la sanità gratuita, cibo gratis, case gratis e qualche soldo da spendere anche se è senza lavoro. Non è sbagliato; è solo impossibile. La sanità è un servizio che porta con sé costi enormi. Questi costi non si possono fare “sparire per magia” solo perché non ci piacciono. Il cibo va coltivato, trasportato, impacchettato, preparato — tutti costi che qualcuno dovrà pagare. Le case non appaiono magicamente dal nulla. Non possiamo illuderci che “il governo” possa fornirci questi servizi senza che ci costi un centesimo, perché “il governo” deve pagare questi servizi proprio come fanno gli individui. E dato che il governo ha una sola fonte da cui attingere la ricchezza — i cittadini — ecco dove andrà a prendere i soldi. Quindi se si fornisce a Bob la sanità ‘gratuita’, il cibo ‘gratuito’ e una casa ‘gratuita’ non è il governo che paga tutto ma Tom, Jane, Howard e Sue, per giunta ad un costo enormemente più alto, visto che l’innata inefficienza dei governi riesce a diluire ogni dollaro che passa dalle loro mani. Presto i costi del welfare si mangeranno tutto il denaro destinato a spese governative buone e necessarie come le forze armate, la polizia e le infrastrutture. Il welfare diventa inevitabilmente un mostro che divora tutto.

Viviamo in un’era dove i cittadini sono costretti a ripensare le proprie relazioni con i governi e con il prossimo. Il governo non è — non può essere — la cornucopia che provvede a tutti i bisogni dei cittadini. Non può nemmeno provvedere gran parte dei bisogni per gran parte dei cittadini. L’aritmetica funziona solo se chi produce ricchezza è molto più numeroso di chi la consuma sotto forma di welfare; ma questo margine si è esaurito tanto tempo fa. La Francia e l’Inghilterra hanno passato il traguardo del 50% da parecchio; gli Stati Uniti stanno traballando sullo stesso crinale.

Ai cittadini bisogna spiegare di nuovo che sono loro, e solo loro, ad essere responsabili per le proprie esistenze. Una nazione civilizzata provvede a chi non può farlo da solo, ai deboli, a chi è in difficoltà. Ma non può espandere a dismisura la definizione di questi termini fino a comprendervi metà della propria popolazione. Una nazione che ritiene prezioso essere in grado di provvedere a sé stesso e l’ambizione personale deve accettare che nel concetto di “opportunità” è inclusa necessariamente la nozione del “fallimento”. Il fallimento — anche quando rovinoso — è una parte necessaria ed inevitabile di ogni economia di mercato. Non si può fare in modo da escludere il fallimento dall’equazione del mercato senza renderlo del tutto privo di senso.

Come ho già detto, non ho grandi speranze per gran parte dell’Europa (e perfino la Germania è molto più debole di quanto sembri). L’Inghilterra potrebbe ancora sorprendermi, ma la cultura inglese è più debole oggi di quanto non sia mai stata. L’ingrediente fondamentale per la ripresa è la volontà e non so quanto i figli viziati di Albione ne abbiano abbastanza per scalare il buco profondissimo nel quale sono precipitati.

Questo ci porta alla situazione in America. Abbiamo abbastanza volontà per emergere dal buco mastodontico nel quale ci siamo andati ad infilare? Rimane tutto da vedere. Trovo incoraggiante la marcia inarrestabile del Tea Party ma molto preoccupante la vittoria a valanga di Barack Obama. Metà dei miei concittadini preferirebbero dissanguare il corpo fino a farlo morire; fino a quando penseranno di vivere abbastanza a lungo prima che il flusso di denaro si interrompa, non gliene frega niente di quello che succederà dopo. Ma a me importa l’eredità che lasciamo ai nostri figli, importa della cultura e della stessa idea dell’America come un posto dove puoi andare tanto lontano fino a quando tu abbia abbastanza talento ed ambizione. Il fatto spiacevole è che bisognerà impiegare gran parte di quel talento e di quell’ambizione solo per ripagare il nostro enorme debito e riformare i nostri insensati programmi di welfare. (L’ho detto tante volte ma vale la pena di ripetersi: se non hai intenzione di riformare la Social Security o il Medicare, non ti disturbare a fare altre riforme, tanto non serviranno ad un bel niente.)

Stiamo seduti sul filo della lama. Da una parte stanno la bancarotta, il default e la fine dello stato. Dall’altra una rinascita dell’individualismo ed il concetto che il governo è lì per servire il popolo, non per comandarlo a bacchetta.

La Francia è persa; l’Inghilterra sta affondando. L’America deve sopravvivere, anche solo per garantire una minima speranza che la civiltà occidentale possa superare le ardue prove che presto dovrà affrontare.

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