Tag

, , , , , , ,

Immagine trovata su faculty.umf.maine.eduGlenn Reynolds scrive che il dominio dei Tea Parties era inevitabile e che il movimento è fuori ed oltre i partiti, tanto da essere in grado di inviare un ultimatum al GOP: o fate i bravi o facciamo da soli. Da noi ci si chiede ancora se Tea Party Italia sia un trucco di Berlusconi. Santa pazienza… 

Oggi parliamo di un tema che mi sta molto a cuore: il rapporto del Tea Party con i partiti politici tradizionali. La scusa per l’ennesima dispensa del corso accelerato dell’Apolide su cosa sia il Tea Party è l’editoriale del grandissimo professor Glenn Reynolds, meglio conosciuto come l’Instapundit, che trovate tradotto qui sotto. Il pezzo non è particolarmente nuovo, visto che è uscito sul “Washington Examiner” più di due settimane fa ed è rimasto nel limbo delle bozze dell’antro per altrettanto tempo, superato giorno dopo giorno da notizie più interessanti o urgenti. A farmi decidere a tradurlo è stata una combinazione di fattori, non ultimo il vergognoso servizio-killer trasmesso lunedì sera in coda alla riunione dei reduci del collettivo marxista-leninista altrimenti conosciuta come “L’infedele” di Gad Lerner su La7.

Trovarsi di fronte ad un tale condensato di menzogne, imprecisioni, fandonie, calunnie e character assassination è stata un’esperienza particolarmente spiacevole. Fossi stato in studio al posto del serafico David Mazzerelli, coordinatore nazionale di Tea Party Italia, non so se sarei riuscito a trattenermi dal cercare l’autore di tale mostruosità e, a telecamere spente, esprimergli coi fatti tutta la mia stima per la sua altissima professionalità. Eppure le cose dette durante quei pochi minuti che andrebbero fissati per sempre nella bacheca del peggio del peggio della propaganda sinistra sono il Bignami della montagna di panzane propinate dalla stampa europea ai suoi poco curiosi lettori sul movimento politico più significativo degli ultimi due secoli. Da qui alle poche, sommamente ottuse domande poste da Lerner ed i suoi accoliti all’esportatore dei Tea Parties in Italia (guardate il video, l’ha detto sul serio) il passo è brevissimo. Urge un intervento.

Non parlerò di America; per illustrare la situazione basta ed avanza l’ottimo editoriale dell’Instapundit. Quello che i commentatori ed esperti di politica italiana non riescono proprio a capire è che il Tea Party italiano non è un trucco di un politico in crisi o la trovata di un astuto pubblicitario, ma un movimento che sta crescendo proprio perché ripropone in maniera quasi letterale il dirompente messaggio dei nostri amici americani. Il Tea Party nasce come movimento guidato da ideali ben precisi, sui quali nessuno si sognerebbe mai di scendere a compromessi. In America sembrano trasmettersi per intervento divino, come se l’idea di libertà individuale, il rispetto per la proprietà privata, la coscienza di essere gli unici in grado di provvedere ai bisogni della propria famiglia, l’ostilità verso tutti quei politici che promettono sicurezza in cambio di libertà arrivasse ai cittadini dal latte della madre. Da noi, evidentemente, le cose sono diverse ed il compito è ben più gravoso. Eppure l’obiettivo del Tea Party, anche in un ambiente ostile come quello dell’Europa drogata di welfare e dirigismo, non cambia.

Come si fa a chiedere se sarebbe possibile per un politico come Silvio Berlusconi co-optare o addirittura comprare l’idea del Tea Party? Possibile che il cinismo ed il relativismo morale abbiano talmente corrotto le menti degli osservatori della politica da non riuscire più nemmeno a concepire un gruppo di persone che dedicano il loro tempo e le loro risorse umane, intellettuali, finanziarie alla realizzazione di ideali che ritengono preziosi per sé e per gli altri individui, loro concittadini? La risposta di David è emblematica ma ancora di più lo è la sua faccia stupita, come se Lerner gli avesse chiesto se sia possibile che il sole si metta a girare attorno alla terra.

Qui è il baratro morale, intellettuale ed ideologico che divide chi sceglie di impegnarsi in una battaglia difficile come quella dei Tea Parties e chi continua a sperare che il sistema di potere finanziario-politico-intellettuale si possa ancora riformare dall’interno. Il sottoscritto ha fatto parte di quest’ultima categoria fino all’anno scorso, passando buona parte della propria giovinezza all’interno di quell’unico partito abbastanza vicino ai suoi ideali da poter sperare di ricondurlo, un giorno, sulla retta via. Ho passato anni ed anni ad aiutare personaggi francamente impresentabili, ne ho viste combinare di cotte e di crude, ho sentito quello che i politici pensano dei loro elettori e dei loro sostenitori entusiasti quando sono sicuri che nessuno li sta spiando. Cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.

Poi mi sono svegliato un giorno e mi sono reso conto che il sistema non si può cambiare, che è fatto e pensato per garantire non un governo efficace della cosa pubblica ma il semplice mantenimento dello status quo e la cristallizzazione della stratificazione sociale ed economica del paese. A quel punto non potevo più continuare a partecipare alla sciarada e me ne sono andato. Tranquillamente, senza sbattere la porta, come mio solito. Dopo qualche tempo, le telefonate si sono diradate; alla fine solo il silenzio. ‘Fuori un altro? Meglio, più spazio per me’. E la ruota continua a girare.

Poi succede qualcosa di nuovo: qualcuno su Facebook mi gira un manifestino con una teiera sopra. Tea Party in Italia? Pensa te! A Prato? Nemmeno troppo lontano. Sicuramente sarà la solita manfrina di partito, gente scornata che cerca di riciclarsi, chiacchieroni buoni a nulla. Il solito cinismo da politico navigato che emerge puntuale come un orologio svizzero. All’ultimo momento sto quasi per rinunciare; poi mi convinco, prendo la telecamera e partecipo al primo Tea Party. Il resto, verrebbe da dire, è storia.

Dopo aver tentennato per anni apro questo piccolo blog. Conosco decine, centinaia di persone che condividono quegli ideali che pensavo ormai defunti in questo paese. Alla fine, sempre per caso, mi ritrovo coinvolto nell’organizzazione, anche se in maniera periferica. Le cose cambiano, gli appuntamenti si infittiscono. Tutte le volte che rispunta il cinismo, che temo il peggio, uno scivolamento, un accomodamento, vengo puntualmente smentito dai fatti. Non si scherza, gente. Qui si fa davvero la rivoluzione. Quella vera, non il massacro d’oltralpe. Quella di Thomas Paine, Mazzei, Jefferson, Franklin, Madison, Washington.

Ecco perché quando sento Marco Travaglio chiedere se abbiamo “politici di riferimento”, ansioso di incasellarci, farci uscire allo scoperto, triturarci nel frullatore del teatrino della politica politicante, mi viene da sorridere. Non avete ancora capito. Meglio così, altrimenti, per non correre rischi, trovereste il modo per sbatterci tutti in galera. Il Tea Party, in Italia come in America, non scende a compromessi. Conta solo l’Ideale. Contano solo i risultati. Il tempo delle chiacchiere è finito. Le promesse non bastano, ora ci vogliono i fatti. Se avete il coraggio e gli attributi per fare quelle riforme radicali e traumatiche di cui il paese ha bisogno, fatele. Altrimenti fatevi da parte e lasciate il posto a chi ha ancora l’incoscienza e la lucida follia di pensare che un’altra politica sia possibile, che non ci sia bisogno di una nuova Weimar per far crollare il mostro statalista totalitario che ci sta strangolando.

Caro signor Lerner, ecco perché il Tea Party non potrà mai essere fatto da Berlusconi, da Fini, da Urso, Montezemolo, Formigoni o chicchessia. Il Tea Party, quello vero, si è rotto le scatole del politichese, degli accademici prezzolati che coi paroloni pensano di intortare la gente e continuare a tenerla in schiavitù con tasse, leggi, regolamenti e burocrazia. Il Tea Party non pensa al “leader”, perché crede che ogni individuo sappia cosa è meglio per sé stesso e per la sua famiglia e perché sa che se a questi individui viene data la possibilità di organizzarsi e operare in maniera politica senza secondi fini, senza poltrone da occupare, senza torte da spartirsi, le soluzioni vere, quelle semplici, comprensibili da tutti, non solo si trovano ma si fanno anche diventare legge della Repubblica.

Lei dice, con una supponenza stomachevole, che non è sicuro che il Tea Party sia importabile in Italia. Lo dice sogghignando sotto i baffi, certo di trovarsi di fronte a pochi ragazzotti illusi, malati di americanismo. Spiacente di rovinarle l’ennesima delusione clinica, ma di Nando Moriconi qui da noi ne troverà ben pochi. Giovani che citano Rothbard, Von Mises, Bastiat, Von Hayek e Schumpeter quanti ne vuole. Gente che non ha timore nel definirsi liberale di nome e di fatto ancora di più. Altri che credono che una politica conservatrice sia possibile e necessaria anche in Italia? Certo, ci sono pure loro, come i libertari duri e puri o gli ex radicali stanchi delle giravolte di Bonino-Pannella. Soprattutto troverà tanti imprenditori che non ne possono più, liberi professionisti stanchi del ricatto “evadi o chiudi”, commercianti che vorrebbero bruciare il libro nero della contabilità parallela, giovani neo-laureati che rifiutano la prospettiva di aspettare anni ed anni di entrare nel “meraviglioso” mondo del lavoro, sicuri di pagare contributi per una vita per poi ricevere una miseria di pensione.

Lei pensa che siamo quattro gatti spelacchiati. Noi pensiamo che tanti, tantissimi italiani saranno non solo ricettivi ma addirittura entusiasti quando si renderanno conto che il Tea Party se ne frega delle regole della politica, delle leggi immutabili, del finanziamento pubblico, dei media ma è solo interessato a far emergere quella spasmodica voglia di rivoluzione che bolle sotto la superficie di questo disgraziato paese. Vedremo chi ha ragione. Una cosa è certa. Come dice Glenn Reynolds alla fine del suo editoriale, speri solo che tra qualche anno non debba scrivere un altro pezzo nel quale le ricordi come le avevo predetto come sarebbero andate a finire le cose. Viste le infinite sofferenze che la cosiddetta classe dirigente ha inflitto al popolo italiano, dubito che le cose andranno a finire a tarallucci e vino. You don’t want that, trust me.

—————

Il dominio del Tea Party era inevitabile – e ve l’avevo detto
Glenn Harlan Reynolds
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ve l’avevo detto.

Il 15 aprile 2009, mentre la prima ondata nazionale di proteste del Tea Party si infrangeva sul paese, ebbi a scrivere: “Quello che colpisce di più del movimento del tea-party è che gran parte degli organizzatori non erano mai stati impegnati nell’organizzare o magari non avevano mai partecipato ad un incontro di protesta prima di oggi. Il disgusto generalizzato ha attirato un gran numero di persone che finora sedevano ai margini dell’arena politica ed ora stanno già progettando azioni politiche dopo i meeting di oggi…

“Questo afflusso di energie e talenti nuovi probabilmente fornirà nuovo vigore a chi si batte per limitare l’influenza del governo in tutto il paese. Il partito repubblicano ed il suo establishment sembrano ancora oggi deboli e disorganizzati. Questo movimento grassroots potrebbe rivitalizzarlo. Oppure il movimento del tea-party potrebbe portare ad un nuovo partito che potrebbe in prospettiva prendere il posto del GOP, come il GOP, a suo tempo, prese il posto dei rissosi ed incapaci Whigs”.

Tornando ad oggi vediamo come il movimento del Tea Party — che in effetti non esisteva ancora quando scrissi quell’articolo — è la singola forza più potente nel panorama politico nazionale.

I politici democratici e repubblicani lo temono ed un numero crescente di americani (inclusi, specie negli ultimi mesi, sempre più afro-americani, secondo il tracking poll sul Tea Party di PJTV) si identificano con il movimento e dicono che sono più propensi a votare i candidati che esso appoggia e meno propensi a votare per i candidati cui si oppone.

Anche sinistri della vecchia guardia come Stanley Fish stanno lanciando segnali d’allarme ai democratici (ed all’establishment repubblicano), avvertendoli che il loro aperto disprezzo per il movimento del Tea Party non solo gli sta impedendo di capire cosa stia succedendo davvero nel paese, ma addirittura sta rafforzando il movimento. Fish scrive che “la forza del Tea Party viene dalla sua retorica semplice, dal rispondere a domande terra-terra con risposte chiare ed ogni qual volta i cosiddetti ‘esperti’ disprezzano e prendono in giro il Tea Party, il potere del movimento aumenta”.

Ha ragione, anche se ha torto quando pensa che il movimento del Tea Party sarebbe indebolito se i leader della cultura mainstream si dimostrassero aperti ad un dibattito razionale: un buon numero degli intellettuali legati al Tea Party è abbastanza colto e bene informato mentre la leadership intellettuale dell’establishment politico odierno, in entrambi i partiti, non è che sia particolarmente brillante.

Se questa leadership fosse stata brillante, avrebbe intuito il pericolo di questo fenomeno e lo avrebbe reso innocuo tanto tempo fa. O, magari, avrebbe evitato di condurre il paese ad un passo dalla bancarotta.

Nonostante provi molto piacere nel dire “ve l’avevo detto”, non merito chissà quali lodi. Era semplice accorgersi di questo movimento: bastava prestare un minimo d’attenzione.

Entrambi i partiti politici sono fuori dal mondo, rinchiusi nel loro piccolo mondo privilegiato e gli americani normali sono molto scontenti di questo, specialmente quando vedono le casse del Tesoro saccheggiate, l’economia che sprofonda e le figure della classe dominante politica, giornalistica e finanziaria che la fanno franca, evitando le conseguenze delle loro scelte egoiste e dilettantesche.

Eppure, anche se gli americani normali sono incavolati neri, stavolta non sono costretti a subire in silenzio. Le istituzioni li hanno traditi ma gli strumenti che Internet mette a loro disposizione, i blog, Twitter, Facebook oppure altri strumenti personali — come le economiche telecamere che hanno battuto volta dopo volta le accuse false di razzismo lanciate contro i Tea Parties — li rendono in grado di affrancarsi dalla schiavitù nei confronti di quelle istituzioni democratiche in rovina.

Come avevo predetto nel mio libro “An Army of Davids”, le persone normali sono state in grado di organizzarsi in maniera autonoma, affrontare quelle istituzioni che avrebbero preferito ignorarli, per poi sconfiggerle.

Per ora, i beneficiari di questo movimento sono (forse) i repubblicani. Anche se i Tea Partiers sono molto critici verso il GOP, ce l’hanno ancora di più con i democratici. In questo ciclo elettorale, saranno i repubblicani ad avvantaggiarsi. Ma allo stesso tempo i Tea Partiers stanno conquistando il GOP dal basso, partecipando alle elezioni per i rappresentanti di distretto ed i posti nei comitati statali.

L’approccio sembra sensato: visto che ci sono limiti di sistema all’ingresso di nuovi partiti, è molto più ragionevole prendere il controllo di un partito esistente, piuttosto che crearne uno nuovo da zero, sempre che sia possibile.

Ma quelle figure dell’establishment del GOP che pensano di veleggiare tranquilli verso la vittoria per tornare al vecchio status quo, alla vecchia politica del riempiamoci-le-tasche che ha caratterizzato l’ultima volta che il GOP ha avuto la maggioranza, faranno bene a cambiare idea in fretta. Questo ciclo elettorale è, in senso veramente letterale, l’ultima spiaggia per i repubblicani. Se sprecano questa opportunità, nel 2012 vedremo spuntare ovunque candidati di un nuovo partito, non solo alla presidenza ma anche in numerose gare per il Congresso.

Per il partito repubblicano si tratta del momento della verità. Quindi, gente, sarà bene che rispettiate le promesse — sempre che non vogliate che scriva un altro editoriale nel 2013 titolato “ve l’avevo detto”. Fidatevi, è meglio per voi che non lo scriva.

—————

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine

About these ads