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Foto trovata su papamiket.comTerza parte del corso di recupero per giornalisti infingardi offerto dall’antro dell’Apolide gratuitamente (lo so, da non credersi) per chiarire qualche cosa sul movimento del Tea Party in America ed Italia. Ora, la prossima volta che riproponete la boiata “quelli della Palin”, vi metto la nota sul registro!

Ogni qual volta sulla stampa italiana ed europea si parla di Tea Party in America, prima o poi il discorso finisce sempre sulla persona di Sarah Palin, la “mama grizzly” originale, la “Wasilla wonder”, “Caribou Barbie”, “pig with lipstick” e chi più ne ha più ne metta. Inevitabilmente gli occhi di chiunque segua con un minimo di spirito critico le vicende del movimento anti-statalista americano si volgono al cielo. Signore, quanto ancora dovremo tollerare l’idiozia e la malevolenza altrui.

Eh, sì, perché, nonostante le migliaia di parole sprecate dai colleghi più fortunati ma leggermente svagati, Sarah Palin non c’entra un bel niente con il Tea Party. Dopo averlo ripetuto millemila miliardi di volte, l’Apolide si è stufato ed ha deciso di mettere i puntini sulle i, sperando di far cosa gradita ai frequentatori del suo modesto antro.

Allora, Sarah Palin rappresenta una parte del movimento, coloro che, oltre al messaggio originale di moderazione fiscale, governo minimo, libero mercato e difesa ad oltranza della proprietà privata, condividono la sua attenzione per certe tematiche morali e sociali, oltre a provare un trasporto emotivo per la retorica ed il modo di porsi molto “country” della signora in questione.

Eppure il Tea Party è ben altro, molto di più e molto di meglio. Parecchi aderenti a gruppi locali non si sognerebbero nemmeno di partecipare alle manifestazioni promosse dal “Tea Party Express”, organizzazione che cerca di coniugare il messaggio anti-statalista con tematiche tipicamente conservatrici. Il Tea Party è bello anche per questo, perché riesce ad unire persone lontane mille miglia su alcune questioni morali in una battaglia politica altamente significativa per il ripristino dei limiti costituzionali al governo federale degli Stati Uniti. Il “fusionismo” richiamato da molti osservatori europei sarebbe altra cosa, ma non è il caso di stare a spaccare il capello in quattro. Funziona. Questo basta ed avanza, per ora.

Mi viene in mente la storia che mi ha raccontato Jeremy, giovane padre texano conosciuto nelle peregrinazioni a caccia di notizie e che da qualche tempo frequenta l’antro. Il gruppo della sua cittadina aveva un’agenda che non si accordava alla sua visione del mondo, non ho capito se perché si dedicava troppo o troppo poco a tematiche morali o religiose. Cosa ha fatto? Se n’è andato sbattendo la porta? Ha fatto una piazzata? Ha denunciato tutto sulla stampa? Neanche per sogno. Sta cercando un altro gruppo nelle cittadine vicine che gli vada più a genio. Il movimento non ha perso un membro, quando si tratterà di partecipare a riunioni importanti Jeremy probabilmente sarà presente con i suoi cartelli fatti in casa, ma in ambito locale sarà il gruppo a lui più vicino ad acquisire forza e visibilità.

Per questo che, quando si definisce il Tea Party come “quelli della Palin”, con un nemmeno troppo velato intento denigratorio, non si fa altro che dimostrare la propria assoluta e devastante ignoranza, oltre alla solita partigianeria supponente da sinistri.

Qui sotto trovate un intervento di Sissy Willis che parla di come molte critiche sul metodo e sui risultati dell’approccio anarco-capitalista del Tea Party si dimentichino di citare il non insignificante fatto che, senza il contributo del movimento, staremmo a parlare di un’elezione molto, molto diversa e decisamente più favorevole ai democratici. Colleghi giornalisti, provate a darci un’occhiata. Magari riuscirete a trarne sufficiente ispirazione e smetterla di spargere puttanate sull’argomento. Alla prossima, gente.

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Sarah al Tea Party: “Scavalcateli, parlate col popolo”
Sissy Willis
Originale (in inglese): sisu blog
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

“Scavalcateli, parlate direttamente al popolo”, dice Sarah Palin ai suoi sostenitori riuniti per il via del “Tea Party Express IV: Liberty at the Ballot Box Tour“, a Reno, Nevada ieri pomeriggio. Su The Right Scoop trovate il video. Prima di godervi tutto il discorso, ecco qualche estratto: “Non pensate che abbiamo la vittoria in tasca. Non possiamo permetterci di essere troppo sicuri. Quelli che avete costretto ad andare sulla difensiva, cavolo, sono incacchiati neri, e stanno attaccando senza pietà i nostri candidati … I media mainstream, li avete smascherati, li avete sfidati, avete dimostrato di che pasta sono fatti. Il loro vecchio modo di fare informazione? Infilateci una forchetta… sì, è proprio cotto al punto giusto. Gli ascolti lo dimostrano, come il fatto che il popolo americano non si fida più di loro“.

Tom Veal, su Stromata Blog lancia un avvertimento: “i soldi sono ancora il fattore decisivo e quelli dei democratici sono di più e spesi in maniera più intelligente” (h/t Instapundit). Ovvero la ragione #3 nell’elenco imperdibile delle “Cinque ragioni per non farsi prendere dall’entusiasmo“. Sappiamo che ha ragione, ma c’è un gruppo di persone cui non piace sentirsi dire dove spendere i propri soldi e se noi gente da Tea Party, l’anno scorso, non avessimo iniziato a scavalcare le organizzazioni ombrello e preferito gdonare i nostri soldi “a candidati strategici devoti alla riduzione della spesa pubblica, invece che ai partiti“, probabilmente non ci troveremmo messi tanto bene da dover preoccuparci di aver già vinto alla vigilia di un’elezione di medio termine dove “metà dei democratici che si presentano nella roccaforte del Massachusetts … sono ansiosi e giocano sulla difensiva“. Veal però ha ragione quando dice:

Inoltre, i soldi dei democratici probabilmente saranno impiegati in maniera più astuta. Buona parte viene dai sindacati o da ricchi socialisti, oppure viene gestito da organizzazioni ombrello. Possono essere facilmente diretti a quelle gare dove servono di più. Il fundraising repubblicano, più caotico e basato su migliaia di piccoli donatori, è per sua stessa natura inefficiente. I soldi tendono ad affluire ai candidati in grado di attirare l’attenzione e l’entusiasmo della base. Per fare un paio di esempi, Christine O’Donnell, le cui possibilità di vittoria sono vicine allo zero e Michele Bachmann, una deputata del Minnesota le cui possibilità di perdere sono poco più alte, hanno raccolto grandi somme di denaro che potrebbero essere state impiegate meglio, ad esempio per sostenere la gara al filo di lana che vede impegnato Dino Rossi nello stato di Washington o riaprire la gara per il seggio senatoriale dell’Oregon. A quanto posso vedere, ci sono molti candidati repubblicani in distretti che potrebbero essere vinti che sono a corto di soldi, mentre nessun democratico che ha una minima possibilità perderà perché gli mancano fondi.

Ecco la differenza tra mettere i tuoi soldi nelle mani di chi “è migliore di te”, nella Classe Dominante e metterli dove ti dice il tuo cuore ed il tuo cervello, patriotico o di classe. Se avessimo lasciato la scelta ai poteri forti, ci saremmo ritrovati con una nidiata di RINOs come lo stesso John McCain ed essere costretti a turarci il naso prima di votarli. Invece, abbiamo di fronte alcune gare ravvicinate, ma i nostri principi sono intatti; nel frattempo, i poteri forti stanno accorgendosene e cambiando il modo di ragionare. Jennifer Rubin lo spiega benissimo:

Quindi, allo stesso modo dei repubblicani, i democratici ed i propri partner ideologici sono stati sconvolti dall’azione dei Tea Partiers. Mentre gli attivisti hanno rinvigorito il partito che hanno sconfitto (il GOP), forse hanno demoralizzato la sinistra.

Inoltre, secondo la CBS News, sono i piccoli donatori a fare la differenza:

Quando si tratta di candidati sostenuti dal Tea Party — i piccoli donatori stanno emergendo come una forza dominante. Le loro contribuzioni — 200 dollari o meno — stanno arrivando in numeri astronomici.

Rodetevi il fegato, David Axelrod e compagnia bella.

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