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Foto trovata su angrywhitedude.comPrima puntata delle ripetizioni sul Tea Party dell’Apolide. Gratuite (!) ed aperte a tutti. Oggi si parla di razzismo e di come, anche secondo il “Washington Post”, non c’entri niente con il Tea Party. Alla fine, dopo mesi di disinformazione, si sono stufati di mentire. Meglio tardi che mai, no?

Più che passa il tempo, più che la confusione sull’argomento Tea Party aumenta. Invece di chiarirsi le idee, continuano a moltiplicarsi interventi apparentemente strampalati che dicono tutto ed il contrario di tutto. Immagino che il lettore medio non possa fare a meno di prendere fischi per fiaschi e quindi formarsi pregiudizi difficili poi da demolire.

Per questo, dopo averle a lungo minacciate, ecco iniziare le “lezioncine” dell’Apolide, parte del corso para-universitario altrimenti detto “Tea Party 101”. Sì, lo so, la mia magnanimità è smisurata, quasi come la mia quasi sovrannaturale modestia; alle volte mi faccio paura da solo.

Iniziamo a parlare dell’accusa più spesso ripetuta dai media mainstream su entrambe le sponde dell’Atlantico: i Tea Parties sono popolati da buzzurri rozzi, ignoranti, ottusi e razzisti. Se per confutare le prime affermazioni basta leggersi solo uno dei tanti sondaggi che hanno rivelato come, in media, il pubblico di un Tea Party sia meglio educato, più tollerante e più rispettoso dell’ambiente che lo circonda, l’ultima insidiosa accusa è più difficile da sbugiardare senza lasciare alcun dubbio.

La stampa mainstream gioca su questo fatto: visto che è impossibile esaminare uno per uno le centinaia di migliaia di manifestanti, sarà sempre possibile lanciare accuse gratuite e passarla liscia. Piano niente affatto stupido; immorale, cinico, deontologicamente criminale, ma potenzialmente efficace, visto che la dittatura del politically correct ha trasformato l’avere un’opinione personale idiota in un crimine capitale, pagabile solo con l’ostracismo o la vera e propria morte sociale.

Eppure una ricercatrice dell’Università della California di Los Angeles, la certo non conservatrice UCLA, ha trovato un modo di verificare se le affermazioni della stampa mainstream corrispondessero a verità: esaminare sistematicamente i cartelli mostrati durante alcune manifestazioni. Risultato? Come prevedibile, quasi tutti i cartelli sono dedicati alla spesa pubblica, allo spreco di denaro del governo e al debito federale. Razzismo? Non pervenuto.

Alla fine anche il sinistrissimo “Washington Post” è costretto a pubblicare i risultati dell’indagine e, nonostante un tentativo di arrampicata sugli specchi da vero record mondiale, è costretto ad ammettere che quello che anche alcuni suoi giornalisti hanno raccontato ossessivamente per mesi è del tutto falso. Il razzismo non c’entra un bel niente con il Tea Party.

Il fatto che a dare la notizia e corroborarla con le sue esperienze personali, accumulate durante quattro o cinque raduni del Tea Party, sia un giornalista come Michael C. Moynihan, libertario scettico sul TP che lavora per il magazine “Reason” dovrebbe essere garanzia di imparzialità. Eppure ho la vaga impressione che nessun collega dei media italiani si prenderà il disturbo di riportare questa notizia.

In questi giorni, anche sui giornali italiani si stanno moltiplicando articoli ed opinioni sul movimento dei Tea Parties, sia quelli americani sia quelli italiani. Dal “Sole 24 Ore” a “Libero”, dal “Foglio” a “Repubblica”, fino ad alcuni dei più prestigiosi siti di informazione online, tutti provano a capire cosa sia effettivamente questo fenomeno e quale possa essere il suo impatto sulla sempre più instabile situazione italiana.

Per come la vedo io, questo interesse non andrebbe letto come una notizia positiva, il rendersi conto che l’argomento è in grado di attrarre l’attenzione dei lettori, ma semplicemente come una dichiarazione dell’impotenza e del sacro terrore che la classe parassita prova anche solo a pensare ad una riproposizione dell’esperienza americana in Italia.

Lo status quo è abituato a ragionare in termini di potere puro e semplice. Economico, politico, sociale, culturale, poco importa: ogni relazione tra individui, gruppi, partiti, istituzioni, viene sempre letto come un conflitto tra poteri contrapposti. Per questo sono terrorizzati dalla sola idea di un movimento veramente popolare, privo di leader carismatici, basato su ideali forti e diviso in decine, centinaia di gruppi indipendenti ed autosufficienti. Come si fa a comprare, corrompere, co-optare o minacciare una galassia di gruppi ben radicati sul territorio? Non si può – e la prospettiva li fa sudare freddo.

Ecco perché i marpioni di Repubblica provano a intorbidire le acque e giocare la solita, consunta carta dell’antiberlusconismo, dipingendo i Tea Parties all’italiana come l’ultima trovata del genio del Male di Arcore. Evidentemente l’idea che un movimento possa nascere e crescere senza grandi vecchi, finanziamenti pubblici, in maniera veramente aperta e democratica li fa impazzire. O forse sarà la prospettiva di vedere il loro eroe, quello Stalin in quarto tronfio e pomposo che tanto gli assomiglia, cadere sotto i colpi di una moltitudine di individui disposti a tutto pur di non farsi rubare la libertà?

No, fermi tutti! Forse ho capito cosa turba i sonni del salotto bene. Per fortuna posso rassicurarli. Se temete che la gente si faccia delle strane idee a vedere i successi dei Tea Parties americani, non temete. Anche se riusciste per miracolo a censurare tutte le notizie da oltreoceano, l’idea che un gruppo di normali cittadini, con coraggio, impegno e dedizione, possa sconfiggere le burocrazie e le cricche dei partiti è già passata. Inutile provare a rimettere il genio nella bottiglia. Lo spirito dei Tea Parties aleggia sull’Europa e non se ne andrà tanto facilmente. Tenetevi forte, la rivoluzione liberale sta arrivando sul serio. E non guarderà in faccia a nessuno…

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Cos’è, non riesci nemmeno a leggere i cartelli?
Michael C. Moynihan
Originale (in inglese): Reason
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ho espresso spesso e volentieri il mio scetticismo verso il Tea Party — qui per il suo accontentarsi di facili scappatoie populiste in economia e qui per la dilagante ignoranza in fatto di storia mostrata nei raduni ai quali ho partecipato — ma l’ho anche difeso contro editorialisti schiumanti rabbia come Frank Rich ed Eugene Robinson, i quali riducono un movimento complesso nato da motivazioni altrettanto complesse ad uno mosso principalmente, se non esclusivamente, dall’odio razziale.

Si tratta solo di osservazioni aneddottiche, ma agli incontri del Tea Party ai quali ho partecipato con i miei amici di Reason.tv, non abbiamo visto neanche un cartello razzista o abbiamo parlato a molte persone che potessero essere classificate chiaramente come razzisti. (Di tutte le persone con le quali abbiamo parlato nei quattro eventi di protesta ai quali abbiamo partecipato, solo uno era al limite del razzismo — trovate le sue risposte all’inizio di questo video.) Questo non vuol dire che non ci sia nessun attivista del Tea Party al quale non dia fastidio la razza del presidente, ma questo suggerisce che la narrativa dominante dei media — ovvero che le questioni razziali sono una componente importante del movimento dei Tea Parties — dovrebbe essere rivista profondamente.

Oggi, il “Washington Post” scrive di uno studio sui cartelli mostrati durante i Tea Parties condotto dalla dottoranda della UCLA Emily Elkins.

Una nuova analisi dei cartelli politici mostrati in una manifestazione del tea party (ancora minuscolo!! ndApo) lo scorso mese a Washington mostra come la grandissima maggioranza degli attivisti ha espresso preoccupazioni limitate alle politiche economiche e all’aumento della spesa del governo, rimanendo ben lontani dai messaggi anti-Obama carichi di connotazioni razziali che hanno aiutato a definire la copertura mediatica di alcuni eventi (medaglia d’oro per l’arrampicata sugli specchi ndApo)…

La conclusione della Ekins (sic) non è che i messaggi a sfondo razziale non siano importanti, ma che la copertura dei media delle manifestazioni dei tea parties durante lo scorso anno si è concentrata così pesantemente sui cartelli più discutibili da contribuire alla percezione che tali contenuti dominino il movimento del tea party ben più di quanto non facciano in realtà.

Ho scritto sul Tea Party e le questioni razziali qui.

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