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Foto trovata su pennarossa.splinder.comL’incontro in Bocconi è stato importante, ma forse le cose più importanti per il futuro del Paese si sono discusse lontane dagli invitati e dalla stampa. Tea Party Italia parla di struttura, azioni concrete, fundraising, endorsements per le amministrative. Club per cervelloni innamorati dell’America?

Come spesso succede, al pubblico non è dato conoscere che una parte della verità, quella parte più facile da digerire che viene considerata da chi seleziona il “messaggio” dei movimenti politici utile alla propria causa. Non che ci sia niente di male, intendiamoci. Fa parte dei tanti non-detto che costituiscono il 90% dell’attività politica. L’elettore medio difficilmente verrà a conoscenza del lavoro e delle infinite discussioni che precedono la pubblicazione anche di un semplice comunicato stampa. Se poi aggiungiamo le distorsioni aggiunte, più o meno maliziosamente, dei media, buona parte di quel messaggio originale, cesellato ad arte dai tecnici della comunicazione, si perde nel rumore di fondo della nostra società informatica.

Per ovviare a questo grande cruccio di chi si occupa di comunicazione politica, l’Apolide ha pensato di divulgare qualche retroscena delle riunioni avvenute lunedì scorso nelle ore precedenti il Tea Party di Milano, alle quali ha avuto la ventura di partecipare. Ora non aspettatevi però chissà quali rivelazioni. I ragazzi di Tea Party Italia non saranno scafati e cinici come i tanti mastini dei partiti tradizionali (sia ringraziato il Cielo), ma se si ritrovassero sulla Rete tutti i piani ed i progetti sui quali stanno lavorando con tanto impegno, calerebbero sull’antro reale dell’Apolide armati non solo di buone intenzioni, prospettiva niente affatto allettante.

Vi basti sapere che per qualche ora si è parlato di cose niente affatto teoriche, come la struttura del movimento, la documentazione da fornire ad ogni iscritto e ad ogni gruppo, i settori di intervento più adatti ad azioni politiche territoriali, i rapporti tra gruppi locali ed i livelli del coordinamento, come massimizzare il ruolo del singolo attivista, come rendere quanto più evidenti possibile le differenze abissali tra il “metodo” del Tea Party e la politica dei partiti tradizionali, un sistema di verifica del feedback delle varie manifestazioni locali, ausili informatici all’attività giorno per giorno dei gruppi. Fa sorridere come, proprio quando il “Sole 24 Ore” definiva il Tea Party italiano un “club per cervelloni innamorati dell’America”, un cospicuo numero di dirigenti locali fosse impegnato a discutere di cose del genere.

Durante le riunioni, il discorso è caduto sulla questione cruciale che il movimento deve affrontare in Italia: come trasformare l’entusiasmo e la partecipazione degli attivisti in azioni politiche in grado di influenzare il sistema istituzional-partitico in maniera efficace. Inevitabilmente è partita la lamentazione di rito. Con le primarie “vere” sarebbe tutto più facile.

Da qui al tradurre l’interessante editoriale che Daniel Hannan ha scritto per il “Wall Street Journal”, il passo è stato brevissimo. L’euro-parlamentare conservatore dell’Inghilterra del Sud-Est, che l’Apolide considera il vero erede di mamma Maggie e la “great blue hope” per il futuro, forse stavolta è un poco tranchant quando afferma che, senza le primarie “aperte” (ovvero primarie nelle quali i candidati non sono selezionati dal partito), un movimento spontaneo anti-tasse è praticamente impossibile. Le primarie rendono molto più semplice il controllo dell’eletto da parte dell’elettore ma non sono l’unico modo per influenzare i processi decisionali dei partiti.

Il Tea Party, anche in Italia, ha qualche idea a proposito. Se funzioneranno davvero lo potremo sapere solo alle prossime amministrative, primo importante momento di verifica delle strategie messe in atto dal movimento, ma vi basti sapere che il pessimismo dilagante in tutta Europa, quel “tanto non cambia niente” che Hannan si sentiva ripetere porta dopo porta, è dovuto in grandissima parte al condizionamento di media e politici.

Il potere è e resta nelle mani del popolo, nonostante lo status quo faccia di tutto per convincervi del contrario. Esistono decine, centinaia di diverse strategie per esercitare pressione anche sul più tetragono sistema di potere. Non saranno semplici, lineari ed eleganti come quelle a disposizione degli amici americani, ma esistono e si sono dimostrate efficaci in passato.

Una politica diversa è possibile. Spegnete la televisione, lasciate nelle edicole la propaganda dei potenti, fate gracchiare nel nulla i soliti corvi interessati. La risposta è là fuori, basta un minimo di iniziativa. Basta smetterla di pensare che tutti i propri concittadini siano deficienti totali e tornare a parlare di cose serie. Cambiare il mondo non è una passeggiata di salute. Ci vuole impegno, dedizione, tenacia. Bisogna leggere, documentarsi, rimboccarsi le maniche senza pretendere ritorni immediati monetari o d’immagine. Un compito ingrato, non facile ma possibile e quantomai necessario. La rivoluzione inizia da ognuno di noi, ieri come oggi. Chiunque vi dica il contrario o inizi ad accampare scuse mente sapendo di mentire.

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Perché gli europei non possono indire un Tea Party
Daniel Hannan
Originale (in inglese): The Wall Street Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Gli attivisti dei Tea Parties non godono dei favori della stampa europea. Di solito sono descritti o come uno stormo di montanari degli Appalaci dai denti consumati o una folla di razzisti coi cappucci bianchi pronta a linciare neri e minoranze varie. Un editoriale tipico del quotidiano britannico “The Guardian”, pubblicato il mese scorso, li descriveva come un “movimento le cui stelle emergenti sembrerebbero più adatte a stare in prigione o in manicomio”.

Il “Guardian” è un quotidiano di sinistra, ma anche il nostro Primo Ministro, il conservatore David Cameron, ha ritenuto necessario rendere pubblica la sua disapprovazione: recentemente ha dichiarato al “Financial Times”, “Come posso dire? Sembra che ci stiamo allontanando. C’è un elemento del conservatorismo americano che sembra diretto verso lo scontro tra le culture, una direzione diversa dalla nostra. Ci sono differenze tra noi e la destra americana”.

La settimana scorsa, quando ho presenziato all’annuale conferenza del Partito Conservatore, ho scoperto che diversi delegati non sapevano nemmeno che il Tea Party stava portando avanti una battaglia per la riduzione dell’interventismo statale. La copertura dei media è talmente imprecisa che anche molti conservatori credono che si tratti di una frangia di estremisti che non possono accettare l’idea di un presidente meticcio.

Come ogni movimento di massa, anche il Tea Party ha al suo interno personaggi singolari. I suoi detrattori in America, comprensibilmente, si concentrano solo su estremisti ed eccentrici, ma almeno sono consci che il tema fondamentale del movimento è la preoccupazione per l’aumento delle spese e dei debiti del governo. I commentatori europei, che vedono il Tea Party solo come una Fronda di estrema destra, non riescono proprio a spiegarsi come faccia a vincere elezione dopo elezione.

Se i candidati appoggiati dai Tea Parties dovessero comportarsi bene nelle elezioni del mese prossimo, gran parte degli opinion-makers spiegheranno tutto con le idiosincrasie del sistema americano, ovvero quello che loro vedono come una forma di conservatorismo demenziale. Noi europei, diranno, siamo più equilibrato. Comprendiamo come sia possibile avere sia il libero mercato sia un decente welfare state allo stesso tempo.

Penso che ci sia almeno un briciolo di verità in questa analisi. Il Tea Party è un fenomeno unicamente americano. Gli Stati Uniti sono stati fondati a seguito di una rivolta popolare contro un governo che non potevano in alcun modo controllare; per questo l’idea di una sollevazione spontanea contro le tasse ha una risonanza straordinaria.

Però, come fece notare seccamente lo storico inglese Hugh Brogan nel suo “History of the United States”, la rivolta dei contribuenti che diede il via alla Rivoluzione Americana era iniziata sulla sponda est dell’Atlantico. La Guerra dei Sette Anni in Europa aveva aumentato il carico fiscale per il cittadino inglese medio a 25 scellini all’anno, contro i 6 all’anno del colono medio. I membri del Parlamento inglese erano determinati a scaricare parte di tale costo sul Nord America.

I miei elettori non amano le tasse alte più di un qualsiasi americano – o, per quanto ne possa sapere, più di chiunque altro. Il BBC World Service (la radio internazionale della BBC, sentita in tutto il mondo ndT) poche settimane fa ha intervistato 22.000 persone sia in paesi ricchi sia in paesi in via di sviluppo. In 21 dei 22 stati esaminati, gli intervistati hanno detto che preferivano meno tasse ad una spesa pubblica più elevata.

Quindi, perché non ci sono Tea Parties in Brasile o in Pakistan? Non basta dire che si tratta di differenze culturali. La cultura non è un’entità mitica che esiste accanto alle istituzioni politiche: è un prodotto di queste ultime.

Quello che rende gli Stati Uniti un paese davvero unico non è una non meglio definita singolarità culturale, ma il modo nel quale seleziona i candidati per le cariche pubbliche. In gran parte delle democrazie europee, i sistemi delle “liste elettorali” significano, in pratica, che il leader e la sua cricca di accoliti scelgono ogni singolo candidato.

In questo modo, i sistemi legislativi europei escludono dalla selezione dei candidati intere correnti dell’opinione pubblica. Gli elettori europei si sono abituati ad essere dati per scontati. Quando sono andato di casa in casa, prima delle recenti elezioni nel Regno Unito, sentivo sempre la solita risposta: “Non importa come voti, tanto non cambia niente”. Perché prendersi la briga di organizzare un Tea Party se sei certo che, qualunque cosa tu faccia, i tuoi leader continueranno ad ignorarti?

Nascosto dietro l’apparente sofisticazione europea c’è un sentimento inconfessabile; la convinzione che se si tenessero primarie aperte anche da questa parte dell’Atlantico, gli elettori potrebbero iniziare a domandare ogni genere di cose irragionevoli. Ovvero, potrebbero iniziare a comportarsi come i Tea Parties. Le primarie aperte assicurano che il corpo legislativo rappresenti ogni tendenza del pubblico, che sia indipendente dall’esecutivo e che sia disposto a rispondere alle richieste dei propri elettori. Le primarie aperte rendono possibile una campagna spontanea contro le tasse.

Amici miei, non avete idea di quanto siete fortunati ad averle.

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