Tag

, , , , ,

Immagine trovata su thoseshirts.com43 anni fa, nella foresta della Bolivia, un certo personaggio si ritrovò di fronte a due soldati. In mano aveva un fucile, carico, pronto a sparare. Lo gettò via subito, implorando pietà. Nel giro di poche ore, il vigliacco fu messo a morte. Il personaggio, bravo solo a massacrare innocenti, ancora oggi campeggia sulle magliette di tanti idioti. Ernesto Guevara, detto il Che, rot in Hell.

43 anni fa, Ernesto Guevara de la Serna y Lynch veniva condannato a morte da un tribunale militare improvvisato nella selva boliviana. Ancora oggi, la sua immagine campeggia sulle magliette di tanti rampolli della borghesia bene, che idolatrano la sua figura di “romantico guerrigliero” e “paladino dei poveri di tutto il mondo”. Questi immensi peerla probabilmente non sanno di portare in giro l’effige di uno dei peggiori macellai della storia umana.

Secondo Humberto Fontova, autore e blogger anti-comunista esiliato da Cuba a soli 7 anni dopo aver perso un cugino, attivista cattolico, morto in una prigione castrista perché si opponeva all’ateismo di stato, quell’icona da strapazzo portata con orgoglio da migliaia, milioni di emeriti idioti meriterebbe di essere studiata nei corsi di pubblicità e pubbliche relazioni. Per lui, il fatto che un uomo tanto mediocre, isterico, probabilmente pazzo, sia stato esaltato e trascinato sull’altare della gloria sinistra è la prova definitiva che la massima di P.T. Barnum, inventore del circo che diceva “nasce un idiota ogni minuto”, andrebbe aggiornata. Imbecilli ne nascono molti, molti di più, specialmente a sinistra.

Il prototipo del guerrigliero comunista, se si leggono i rapporti non agiografici delle operazioni militari da lui guidate, era veramente un incompetente di magnitudine quasi grazianesca (sì, “quell’idiota di Graziani” della canzone di Battiato). Difficile trattenere le risate, pensando come i suoi guerriglieri abbiano girato in tondo per sei mesi, incapaci anche di leggere una carta, sparandosi addosso ogni cinque minuti fino a quando non sono stati individuati e schiacciati dalle certo non eccelse forze armate boliviane.

Eppure i “ggiovani” sinistri continuano a vivere nel loro piccolo mondo di menzogne, raccontandosi ad nauseam le solite favolette e sentendosi tanto fighi mentre indossano la canonica maglietta del Che. Mi sono spesso domandato perché nessuno abbia mai pensato di fare una maglietta con l’effige di Lavrentij Berja (Лаврентий Павлович Берия). Insomma, visto che il Che era solo buono ad ammazzare innocenti incapaci di difendersi, perché accontentarsi della copia? In quanto a macellai cinici, meschini e spietati, Berja rimane il campione dei campioni, francamente inarrivabile.

Se proprio vogliono andare a giro con l’immagine di un assassino comunista sulla maglietta, perché limitarsi alla brutta copia? Abbiate il coraggio delle vostre idee (balzane) e sfoggiate con orgoglio l’effige del vostro eroe, quell’impiegato piccolo, meschino, sadico, sessuomane che trasformò la Lubianka in un mattatoio a ciclo continuo, dove, quando c’era troppa gente da liquidare, si risparmiava sulle munizioni, appendendo direttamente i condannati ai ganci da carne e lasciandoli lì a dissanguare. Come dite? Berja non è figo e fotogenico come Guevara? La vostra coscienza politica è davvero così superficiale? Beh, come si dice oltreoceano, I rest my case.

—————

Che Guevara: guerrigliero incapace e vigliacco assassino
Humberto Fontova
Originale (in inglese): Townhall
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Quarantatré anni fa, Ernesto “Che” Guevara si beccò una bella dose della sua stessa medicina. Senza regolare processo fu condannato per omicidio, messo di fronte ad un muro e fucilato. Dal punto di vista storico, raramente la giustizia è stata amministrata in maniera così esemplare. Il detto “chi la fa, l’aspetti” non è mai stato applicato così bene come in questo caso.

Secondo quanto dichiarato da un ex prigioniero politico cubano, Roberto Martin-Perez, al vostro umile corrispondente “quando vedevi lo sguardo radioso sul volto del Che, mentre le vittime erano legate al palo e fatte a pezzi dal plotone d’esecuzione, ti accorgevi che nella sua testa qualcosa non funzionava”. Come comandante del plotone d’esecuzione della prigione “La Cabana”, il Che spesso frantumava personalmente il cranio dell’uomo (o del ragazzo) condannato, sparando lui stesso il colpo di grazia. Quando altri doveri d’ufficio lo allontanavano dal suo adorato piazzale delle esecuzioni, si consolava guardando avidamente il massacro. Il Che fece rimuovere una sezione del muro dal suo ufficio al secondo piano della prigione di La Cabana, a L’Avana, così da non perdersi nemmeno un momento del lavoro dei suoi amatissimi plotoni d’esecuzione.

Anche da giovane, gli scritti di Ernesto Guevara rivelavano seri problemi mentali. “Le mie narici si dilatano mentre assaporo l’acre odore della polvere da sparo e del sangue. Folle di rabbia, macchierò il mio fucile di rosso scannando ogni vencido che cadrà nelle mie mani!” Questo passaggio è tratto dai famosi “Diari della motocicletta” di Ernesto Guevara: chissà perché Robert Redford ha deciso di “dimenticarsene” mentre dirigeva il suo film tutto bontà e buoni sentimenti.

Tra l’altro, la parola spagnola “vencido” si traduce con “sconfitto” o “nemico che si è arreso”. In effetti, “l’acre odore della polvere da sparo e del sangue” molto raramente ha raggiunto le narici di Guevara durante un qualcosa che anche vagamente potesse essere descritto come combattimento. Gran parte delle volte era dovuto all’omicidio a breve raggio di uomini (e ragazzi) incapaci di difendersi. Carlos Machado aveva 15 anni nel 1963, quando i proiettili del plotone d’esecuzione devastarono il suo corpo. La stessa raffica fece cadere il suo fratello gemello ed il padre. Tutti e tre avevano lottato contro la pretesa di Castro e del Che di rubargli la loro povera fattoria, tutti e tre si rifiutarono di essere bendati e morirono sbeffeggiando i loro carnefici comunisti, come fecero migliaia di loro valorosi concittadini. “Viva Cuba Libre! Viva Cristo Rey! Abajo Comunismo!” Un testimone oculare del massacro, Armando Valladares, scrisse che “le urla sprezzanti fecero tremare i muri della prigione”.

L’unico vero risultato ottenuto nella vita di Che Guevara fu il massacro di uomini e ragazzi incapaci di difendersi. Dozzine morirono per sua mano. Migliaia caddero per suo ordine. In tutte le altre occupazioni, Che Guevara fu un fallimento totale, perfino comico.

Durante la sua campagna di “guerriglia” in Bolivia, il Che divise le forze in vari gruppi che si persero quasi subito e continuarono a vagare senza meta, affamati, con gli abiti laceri e le scarpe a pezzi, senza riuscire a comunicare l’uno con l’altro per sei mesi, prima di essere spazzati via dalle forze armate boliviane. Non avevano nemmeno dei walkie-talkie della Seconda Guerra Mondiale per comunicare e sembravano incapaci di usare insieme la bussola e la mappa. Gran parte del tempo lo sprecarono camminando in cerchio, mentre erano a meno di un miglio l’uno dall’altro. Durante questa comica odissea, spesso si misero a spararsi furiosamente l’uno con l’altro, credendo di trovarsi di fronte al nemico.

Secondo Felix Rodriguez, l’ufficiale della CIA cubano-americano che fu fondamentale nel seguirne le tracce in Bolivia, “non è bello ridere di qualsiasi cosa associata al Che, visto che ha ucciso così tanti uomini e ragazzi indifesi, ma quando si parla di lui come “guerrigliero” non si può fare a meno di scoppiare a ridere”.

Le fantasie genocide del Che includevano il dominio stalinista su tutto il continente. Per raggiungere questo ideale a lui tanto caro, sarebbero state necessarie “milioni di vittime delle bombe atomiche” – gran parte di esse americani. Ernesto Che Guevara nel 1961 ebbe a dire “gli Stati Uniti sono il grande nemico dell’umanità! Contro a quelle iene non c’è altra opzione che lo sterminio. Porteremo la guerra in casa dei nemici imperialisti, nel suo posto di lavoro, nei luoghi dove si diverte. Il nemico imperialista dovrà sentirsi come un animale braccato dovunque si muova. Ecco come lo distruggeremo! Dovremo mantenere vivo il nostro odio contro di loro (gli Stati Uniti) e rinforzarlo continuamente, fino al parossismo!”

Questa era la ricetta del Che per l’America, quasi mezzo secolo prima che Osama bin Laden, Al-Zarqawi e Faisal Shahzad attirassero la nostra attenzione. Paragonato a Che Guevara, Ahmadinejad sembra il Dalai Lama.

Per molti, rimane una domanda: come ha fatto un imbecille senza speranza, sadico, un idiota di proporzioni epiche a diventare un’icona per qualcuno?

La risposta è che questo psicotico e del tutto irrilevante vagabondo chiamato Ernesto Guevara de la Serna y Lynch ebbe la splendida fortuna di collaborare con il miglior PR della storia moderna, Fidel Castro, il quale — prima tramite il giornalista del “New York Times” Herbert Matthews nel 1957,  poi tramite Ed Murrow della CBS nel 1959 fino a Dan Rather della CBS, Barbara Walters della ABC e, più recentemente, Jeffrey Goldberg dell’Atlantic — ha sempre avuto reporter americani pronti a correre ansiosi ad ogni sua uscita sballata e mangiargli dalla mano come piccioni ammaestrati.

Se Ernesto Guevara, in quella fatale estate del 1955 a Città del Messico, non si fosse messo insieme con un esiliato cubano di nome Nico Lopez, incontrato l’anno prima in Guatemala e che poi l’avrebbe presentato a Raul e Fidel Castro — tutto fa pensare che avrebbe continuato la sua vita di vagabondo, mendicando a destra e manca, sfruttando le donne, accampandosi in bettole varie mentre scriveva poesie illeggibili.

L’immagine del Che è particolarmente popolare nei campus universitari. Ma nel posto sbagliato. Dovrebbe trovarsi nei dipartimenti che si occupano di marketing, pubbliche relazioni e pubblicità. Le lezioni che la sua storia fornisce sono affascinanti e molto preziose, solo se viste nell’ottica di P.T. Barnum. Un fesso nasce ogni minuto, signor Barnum? Se solo fosse vissuto abbastanza da vedere il fenomeno del Che. Facciamo dieci ogni secondo.

Il suo piagnucolare patetico mentre gettava le sue armi cariche vedendo avvicinarsi due soldati boliviani l’8 ottobre 1967 (“non sparatemi! Sono il Che! Valgo più da vivo che da morto!”) provano che questo maiale di un codardo assassino non era nemmeno degno di portare il secchio del rancio alle sue vittime.

—————

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine