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Foto trovata su thinkprogress.orgRaffica di primarie nella nottata, vincitori quasi dovunque i candidati appoggiati dai Tea Parties. L’establishment repubblicano mugugna e perde un’occasione per tacere, come quando l’NRSC dice che non appoggerà Christine O’Donnell, che  ha vinto le primarie in Delaware. Snatching defeat from the jaws of victory? Dal GOP ci aspettiamo di tutto, purtroppo.

Ennesima nottata elettorale, ennesima vittoria significativa del Tea Party, che trionfa nell’accesissima primaria del Delaware con la sua beniamina Christine O’Donnell, che vince con sei punti di margine sul “super RINO” Mike Castle. Invece di tradurre l’equilibrato e completo articolo della Fox News o, magari i commenti dei vari giornalisti online che hanno seguito la nottata elettorale, ho deciso di andare controcorrente e pubblicare l’eccellente analisi che il misterioso Doctor Zero ha pubblicato sul sito di Michelle Malkin, Hot Air.

Il pezzo è talmente interessante e ben scritto da costringermi a lottare contro la tentazione di saccheggiarne le parti migliori per reciclarle in un articolo da far pubblicare a nome mio su qualche giornale online più conosciuto dell’antro dell’Apolide. Fortunatamente ho ancora abbastanza deontologia professionale da schifare il copia-incolla e costringermi a produrre sempre e solo materiale originale. A casa mia, il giornalismo vuol dire questo. Se il resto del mondo dell’informazione decide di prendere le scorciatoie, sono problemi che dovranno risolvere ogni mattina di fronte allo specchio. Io, nonostante predichi nel deserto, tiro dritto per la mia strada.

Se l’analisi vera e propria la riservo per l’articolo che troverete altrove, non posso esimermi da fare qualche rapida considerazione sul ruolo sempre più predominante che l’informazione online sta giocando nelle elezioni americane. Non nascondendo una certa, imbarazzante quanto feroce invidia nei confronti dei colleghi a stelle e strisce, ormai a “fare opinione” ed indirizzare l’elettorato sono più i bloggers ed i commentatori della radio (che in fondo sono uomini di spettacolo, da Rush Limbaugh a Glenn Beck) dei giornalisti dei media mainstream, ormai ridotti ad un ruolo umiliante di “giullari della nuova aristocrazia” e “buffoni di corte”.

C’è chi dà la colpa alla polarizzazione della società, all’incattivirsi della dialettica politica, chi invece canta le lodi sperticate del nuovo che avanza, sia in politica sia nei media. Un nuovo che viene incarnato dai Tea Parties e dall’informazione online, più agili, destrutturati, diretti ed efficaci nell’intercettare i favori di un elettorato sempre più volubile. L’Apolide, come al solito, non ha risposte definitive o convinzioni granitiche.

Parte del crollo dell’influenza dei media tradizionali, che in Italia molti si ostinano a non voler nemmeno considerare, è dovuto al blocco di quei meccanismi meritocratici che, fino a non moltissimi anni fa, consentivano l’accesso alla professione anche a gente priva di pedigree o confraternite alle spalle. Parte è invece dovuto al cambiamento delle abitudini del pubblico, che sempre di più rifiuta l’approccio paternalistico di chi ancora pretende di “controllare la narrativa” e sta imparando a diffidare di chi distorce la verità a favore di questa o quella combriccola industriale-politica.

Resta da capire se questi nuovi modi di fare opinione e fare politica sapranno essere altrettanto efficaci quando si tratterà di mandare i propri beniamini al Congresso. Per non parlare di quando si dovrà promuovere e difendere una linea politica da applicare all’intera nazione. Predicare al coro, come si dice in inglese, è molto più facile che convincere persone con idee e dogmi incrollabili su come dovrebbe essere organizzata la società ideale.

Vedremo se la “rivoluzione informatica” dei media e della politica saprà reggere lo scontro con una realtà sempre meno riconducibile a schemi fissi o categorie predefinite. Una cosa è certa: l’Apolide e tanti altri saranno in prima fila per informarvi. Non so quanti dei cosiddetti “professionisti dell’informazione” potranno dire lo stesso, impegnati come sono e saranno a difendere gli interessi dei loro padroni.

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Le spade del Delaware
Doctor Zero
Originale (in inglese): Hot Air
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Difficile immaginare un dilemma tanto complicato come le primarie per il Senato del Delaware. Sembra quasi un caso limite sognato da un professore di scienza della politica per torturare i propri studenti. Mike Castle è il tipico scalda-sedie sinistro che un Partito Repubblicano, a caccia della forma ideale per combattere la battaglia della vita contro un super-stato morente che sarà immensamente difficile abbattere, dovrebbe tagliare senza pensarci troppo. Però, secondo i sondaggi, ha più possibilità di vincere le elezioni generali del suo avversario più conservatore. Il candidato democratico, Chris Coons, è abbastanza schizzato e marxista da metterlo nella lista dei papabili per uno dei posti da zar dell’amministrazione Obama. Comunque, mentre cercate di capirci qualcosa, ricordatevi che Castle ha fondato un gruppo insieme a George Soros.

L’avversario di Castle alle primarie, la conservatrice Christine O’Donnell, ha ricevuto il tanto ambito endorsement di Sarah Palin pochi giorni fa, ma i sondaggi, al momento, la vedono perdere nello scontro con Coons con più di dieci punti di distacco. Questo risultato è in linea con il sentimento generale della popolazione in Delaware, dove gli elettori sembrano pronti ad essere parte dell’ondata del GOP a novembre, ma non ne vogliono sapere di stare sulla cresta su una tavola da surf (ovvero scegliendo un candidato “estremo” come la O’Donnell ndApo). Come fa notare la Palin, la O’Donnell è dalla parte giusta su un buon numero di posizioni chiave, ma questo non vorrà dire un bel niente se non riesce ad andare al Senato. Ha avuto dei comportamenti bizzarri in passato e non ha una significativa esperienza come legislatore.

Mentre la classe di scienza della politica sta ancora ponderando la questione, il professore fa un sorriso maligno e molla la bomba finale: il controllo del Senato potrebbe dipendere dell’esito di questa elezione.

Si tratta di una decisione difficile… ma molti commentatori non sembrano disposti ad ammetterlo. Alcuni, come Michelle Malkin, dalla parte della O’Donnell, o Baseball Crank, schierato con Castle, sono disposti, bontà loro, a dire che si tratta di una gara complicata, prima di offrire le loro opinioni in maniera cauta e ponderata. Molti altri si comportano come se la scelta giusta fosse ovvia, ed ogni disaccordo fosse da imputare o alla stupidità o all’essersi “venduti al nemico”. Molti si stanno cacciando a vicenda dal movimento conservatore a forza di legnate mediatiche, puntando il dito ad ex-alleati solidi e facendo l’urlo de “L’invasione degli ultracorpi” (“è un RINO!”, “è un democratico mascherato!”, “dagli all’alieno!” ndApo). Essere messi dalla parte della “classe dominante” è diventato così facile che sono tentato di dare l’endorsement a Castle solo per entrare a far parte dell’aristocrazia. Mi accontenterei di un titolo da barone. Sono uno di bocca buona.

Il risultato delle primarie di domani notte non è l’unica ragione per la quale sono in molti a sguainare le spade e duellare sul Delaware. Ci sono questioni più profonde che si riflettono in entrambi questi candidati complicati e pieni di difetti. Chi tifa per la O’Donnell teme che, in caso di sconfitta, i repubblicani “ragionevoli, moderati” come Castle sarebbero portati in trionfo dai media, specialmente dopo la presa di potere al Congresso del GOP. Il fantasma di Jim Jeffords cavalca nel loro giardino ogni notte di Halloween, lanciandogli contro la sua testa tagliata che tiene tra le mani (Jim Jeffords, il prototipo del RINO, fu eletto in Vermont al Senato, in un posto che il GOP occupava dal 1857, per poi lasciare il partito nel 2001 e consegnare il controllo del Senato ai democratici dopo che gli fu promesso un posto in una commissione importante. I conservatori lo citano ancora oggi quando si tratta di lanciare l’allarme su un candidato forse vincente, ma dalle idee troppo liberal per essere affidabile ndApo). Ripulire il partito da persone come Castle non è una semplice, insana ossessione per la purezza ideologica. Fa parte di un piano più complesso, concentrato sul presentare un messaggio coerente agli elettori, offrendo un contrasto quanto più netto possibile con la follia bancarottiera dei democratici.  Sarà difficile per il partito fare un roboante discorso del giorno di San Crispino agli elettori mentre il nuovo repubblicano più amato dai media campeggia in sottofondo, sventolando il suo premio per il Rispetto più Sospetto dell’Anno e chiamandoli tutti estremisti.

Chi appoggia Castle, d’altro canto, è stanco di perdere per questioni di principio. Comprendono come ogni gara sia diversa ed abbia bisogno di persone diverse. Joe Miller potrà essere una quercia possente in Alaska, ma soffrirebbe, fino a morire, nel terreno difficile del Delaware. Inoltre, Christine O’Connell non è una nuova Joe Miller. Le proteste di chi pensa che il partito stia regalando seggi ai democratici, proprio quando il paese non ne può più di loro e cerca soccorso da cavalieri conservatori dalle armature lucenti, sono soffocate dal rumore assordante della schiena dell’America che si spezza sotto il peso inaudito del debito imposto da Obama. La nazione non può permettersi che si perda la testa ad un passo dalla vittoria.

Non trovo né l’una né l’altra posizione disonesta o stupida. Sono state portate argomentazioni intelligenti a supporto di entrambe. Capisco quindi perché molti si stiano infervorando nel seguire questo scontro. Quando stai in bilico sull’orlo del baratro, ogni cambiamento minimo è preoccupante. Per vincere l’enorme inerzia del sistema che ha prodotto il becchino della nazione, Barack Obama, dobbiamo giocare una partita perfetta nei prossimi due anni. I margini di errore lasciati ai singoli candidati, al Partito Repubblicano o al movimento conservatore sono ristrettissimi. Mentre cerchi di disinnescare la bomba del deficit e pensano che stai per tagliare il filo sbagliato, la gente inizia ad urlare.

Non abito in Delaware, quindi domani notte non dovrò votare. Se potessi, mi troverei costretto mio malgrado a dirmi convinto dalle argomentazioni di Castle. Peccato che la O’Donnell non sia una candidata migliore o che il Delaware non sia uno stato più facile da convincere. Una forte leadership repubblicana al Senato dovrebbe essere capace di tenere in riga Castle almeno per i voti veramente importanti e lui potrebbe essere proprio il voto che mette il Senato sotto il loro controllo. I danni inflitti da Obama al paese sono così enormi che non posso correre il rischio di consegnare il paese ad altri due anni di torture, specie se esiste la possibilità di un Congresso controllato in entrambi i rami dai repubblicani che possa pestare forte sul pedale del freno… anche se un Senato diviso, ma nominalmente sotto il controllo dei democratici fino al 2012, sarebbe tatticamente migliore, pensando alla prossima campagna per le presidenziali.

Dopo queste sofferte parole, devo dire che non sono d’accordo con Charles Krauthammer quando dice che l’endorsement fornito dalla Palin e da Jim DeMint alla O’Donnell sia “distruttivo” o “irresponsabile”. Questi due guardano sempre al quadro generale. Il fatto di appoggiare in maniera onesta un candidato che appoggia in maniera tanto entusiasta le loro idee non è affatto distruttivo. Al contrario, prova per l’ennesima volta che credono in quello che dicono ed intendono applicare tutta la forza necessaria per far avanzare quelle idee che vedono come fondamentali per rimettere l’America sulla strada giusta.

Sarei stato personalmente deluso se la Palin o DeMint si fossero comportati in maniera diversa. Non penso, però, che la O’Donnell sia in grado di fare quello che vorrebbero loro. D’altro canto, i meccanismi della gara del Delaware sono così strani che spero che abbiano ragione sul suo conto e di essere nel torto. Se dovesse vincere le primarie domani notte, la mia speranza diventerà una preghiera.

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