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Foto trovata su insm.deDi fronte alla crisi economica più grave degli ultimi 80 anni, si guarda indietro per cercare risposte, ma sempre nel posto sbagliato. Il professor White, sul WSJ, ricorda che furono le politiche liberiste di Ludwig Erhard a creare il miracolo economico degli anni ’50. Da noi si discute di elezioni. Allegria.

La politica italiana è raramente prodiga di momenti luminosi, da celebrare con convinzione ed entusiasmo. Le scelte coraggiose sono merce rarissima, come gli atti politici non dettati da tatticismo spicciolo o puro opportunismo da voltagabbana. Questo, sicuramente, è uno dei momenti più bui della storia politica recente. Il paese continua a contorcersi nelle spire della nuova grande depressione e la casta politica trova opportuno dividersi, litigare, alzare i toni dello scontro e, magari, richiamare il popolo, già preoccupato dal mettere insieme il pranzo con la cena, alla nuova “madre di tutte le battaglie” politiche. Si dice che ci si abitua a tutto, anche alla schiavitù. Sarà. Questo liberale lotta ogni giorno contro la tentazione di mollare tutto e tornare a preoccuparsi dei fatti propri, come faceva quando si trovava in esilio.

Nessuno parla seriamente di come uscire da questo vicolo cieco che sta mandando a pezzi l’economia italiana. La sinistra, come al solito, propone la stessa ricetta: tasse, tasse, spese, spese. Non si scappa, è la panacea che vale in ogni paese. Le ricette demenziali di Krugman (se lo stimolo ha fallito, uno più grosso funzionerà di sicuro) vengono ripetute a pappagallo senza la minima elaborazione critica. L’Italia non può indebitarsi ulteriormente? Che ci vuole, faremo gli “squadroni della morte” dell’Agenzia delle Entrate, riesumando magari gli strumenti di tortura amati da Torquemada, musa ispiratrice degli economisti sinistri. Il fatto che molte aziende, professionisti o commercianti siano già alla canna del gas non importa a nessuno. A destra (sì, insomma, a sinistra-non proprio sinistra) regna il silenzio. Tremendino dice che va tutto bene, gli altri stanno peggio, stappiamo lo spumante. Sì, certo, come no.

Sul “Wall Street Journal”, Lawrence H. White, professore di economia della George Mason University, prova a leggere la crescita straordinaria della Germania nell’ultimo trimestre (otto per cento, roba da miracolo economico 2) attraverso la lente della storia, ricordando come non sia la prima volta che le politiche liberali hanno salvato la patria di Marx, Hegel e di gran parte dei cattivi maestri della filosofia. La memoria corre a Ludwig Erhard, che da solo e contro il pensiero unico keynesiano, scelse il libero mercato mentre il Regno Unito laborista e la Francia della Quarta Repubblica sprofondavano nel dirigismo.

Ieri come oggi, il liberalismo funziona, in politica come in economia. Eppure nessuno ne parla, nessuno si fa avanti proponendo ricette simili anche in Italia. Oltreoceano, in maniera molto poco intellettuale ma estremamente pratica, ci pensano i Tea Parties e qualche commendevole esponente del GOP, come Paul Ryan e la sua “Roadmap for America”. Da noi regna il silenzio. Liberali, se ci siete battete un colpo. Prima che questi statalisti finiscano di distruggere il paese.

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Il miracolo tedesco sotto un’altra luce
Lawrence H. White
Originale (in inglese): The Wall Street Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Qualche settimana fa, George Soros e qualche importante economista keynesiano hanno criticato quella che definivano la “eccessiva disciplina fiscale” del governo tedesco. Eppure, nonostante le critiche, la produzione reale della Repubblica Federale Tedesca è aumentata di un robusto 9% annuale nel secondo trimestre, mentre l’economia statunitense cresceva ad un anemico 1,6%. Quindi ora la Germania è diventata un modello da imitare per la ripresa economica?

In un editoriale dello scorso giugno, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha giustificato la decisione presa dal suo governo di tagliare le spese citando “l’avversione al deficit e la paura dell’inflazione, cose radicate profondamente nella storia tedesca dell’ultimo secolo”. Presumibilmente, stava parlando della devastante iper-inflazione degli anni ’20.

Eppure il signor Schäuble avrebbe potuto citare un altro episodio altrettanto rilevante della storia del suo paese. Sessantadue anni fa, la Germania divenne un modello da imitare su come uscire da una crisi molto differente. Nell’immediato dopoguerra, le città, le fabbrice e le ferrovie tedesche erano in rovine. Gravi carenze di cibo, carburante, acqua e abitazioni mettevano a rischio la stessa sopravvivenza di buona parte del popolo tedesco.

Sfortunatamente, i decisori delle forze di occupazione prolungarono queste carenze mantenendo intatti i controlli sui prezzi che il governo nazista aveva imposto prima e durante la guerra. I consumatori e gli uomini d’affari erano costretti a combattere contro un infernale regime burocratico di controlli e razionamento, quella che l’economista tedesco Ludwig Erhard descrisse come “Papierkrieg” – la guerra dei documenti. Il mercato nero imperava ovunque.

Il nuovo partito socialdemocratico tedesco (seguendo la scia dei laburisti inglesi ndApo) voleva che i controlli ed il razionamento continuassero; qualche consulente americano era d’accordo, specialmente John Kenneth Galbraith. Galbraith, un impiegato del Dipartimento di Stato americano responsabile della politica economica della Germania e del Giappone occupati, era stato lo zar dei prezzi negli Stati Uniti dal 1941 al 1943: non volle nemmeno sentire chi proponeva di resuscitare l’economia tedesca attraverso la rimozione di regolamenti e controlli statali.

Fortunatamente per i cittadini tedeschi, Erhard – che fu nominato direttore dell’amministrazione economica della Bizona (il territorio occupato da Stati Uniti e Regno Unito ndT) nell’aprile del 1948 – la pensava diversamente. Una riforma della moneta che aveva aiutato a progettare doveva rimpiazzare il vecchio e debole Reichsmark con il nuovo Deutsche Mark in tutte e tre le zone occidentali il 20 giugno. Senza aspettare l’autorizzazione del comando militare alleato, Erhard usò l’occasione per emettere un decreto generale che aboliva gran parte dei controlli sui prezzi e le direttive riguardanti il razionamento. Più tardi confessò ai suoi amici che il comandante americano, il generale Lucius Clay, appena sentito del decreto, gli telefonò dicendo “Professor Erhard, i miei consiglieri mi dicono che sta facendo un grosso errore”. Lui replicò: “anche i miei”.

Non fu un grosso errore. Nelle settimane successive, Erhard rimosse gran parte dei restanti controlli sui prezzi nella Bizona, i controlli sugli stipendi, gli editti di allocazione delle risorse e le direttive sul razionamento. Gli effetti di questa massiccia deregulation furono enormi.

Gli scaffali dei negozi tornarono pieni, il mercato nero sparì di colpo e la ripresa della Germania iniziò. Al posto del baratto, la gente iniziò a comprare e vendere beni usando la nuova moneta. Gli osservatori riportarono che, da un giorno all’altro, le fabbriche ripresero a funzionare, i camion delle consegne riempirono le strade ed il rumore dei cantieri riempì ogni quartiere delle città.

Il successo innegabile delle riforme le rese irreversibili. Qualche mese più tardi, anche la zona sotto il controllo francese seguì l’esempio. Le autorità alleate procedettero quindi ad abbassare le aliquote fiscali in maniera considerevole.

Tra il giugno ed il dicembre del 1948, la produzione industriale delle tre zone occidentali aumentò di uno stupefacente 50%. Nel maggio 1949, le tre zone furono fuse in quella che divenne la Repubblica Federale Tedesca, conosciuta come Germania Ovest, mentre la Germania orientale rimase sotto il dominio sovietico e venne chiamata Repubblica Democratica Tedesca.

Le politiche mercatiste del nuovo governo della Germania Ovest permisero una crescita economica ininterrotta. Erhard divenne ministro degli affari economici nel governo del cancelliere Konrad Adenauer, dal 1949 al 1963. L’economia della Germania Ovest non solo superò di gran lunga quella della Germania Est, ma crebbe più velocemente di quella francese ed inglese, nonostante avesse ricevuto molti meno aiuti del Piano Marshall. Era iniziata l’era della Wirtschaftswunder, il “miracolo economico” tedesco.

Tra il 1950 ed il 1960, la produzione reale della Germania Ovest più che raddoppiò, crescendo per un decennio al tasso annuale composito dell’8%. Gli econometristi che hanno cercato di determinare i vari fattori che hanno contribuito a questo risultato straordinario hanno rilevato come non tutto possa essere attribuito all’aumento della forza lavoro e all’afflusso di nuovi investimenti, oppure al fatto di doversi riprendere da un livello inusualmente basso di produzione. Gran parte della crescita del periodo viene spiegata solo da una politica economica particolarmente azzeccata.

Quando Adenauer si ritirò, Erhard divenne cancelliere, restando in carica dal 1963 al 1966. Il successo elettorale fu un segnale chiaro che le politiche che avevano scatenato il Wirtschaftswunder erano state apprezzate dall’elettorato.

Erhard prese le sue idee da un gruppo di economisti fautori del libero mercato concentrati attorno all’università di Friburgo, in particolare Walter Eucken, che sviluppò una filosofia liberale classica conosciuta come Ordoliberalismo (chiamato come il giornale accademico sul quale gli economisti pubblicavano le loro idee, ORDO). L’interesse nelle idee ordoliberali scemò in Germania dopo il 1963, eclissato dall’attenzione per la teoria economica keynesiana. Lo stato sociale aumentò a dismisura. L’economia fu frenata dagli interessi dei vari gruppi di potere. Il rallentamento della crescita economica conseguente non fu casuale. La crescita dal 1960 al 1973 fu la metà di quella degli anni ’50 e dal 1973 al 1989 si dimezzò ancora, arrivando a circa il 2% all’anno.

Negli anni ’70 ed ’80, l’interesse nell’ordoliberalismo riprese e continua ad avere una presenza istituzionale a Friburgo, sia nell’università sia nel Walter Eucken Institute. Il fatto che anche i politici vi dedichino maggiore attenzione potrebbe essere il fattore più importante per una ripresa della crescita economica tedesca nel lungo periodo.

Se il signor Schäuble è sincero quando dice che, rispetto ai policy makers americani, la Germania “guarda più lontano e quindi è più preoccupata per le conseguenze dei deficit eccessivi ed i pericoli legati all’alta inflazione”, può trovare un modello molto utile nelle politiche del suo predecessore di 60 anni fa.

Il signor White è professore di economia presso la George Mason University. Questo editoriale è tratto dal suo libro, di prossima pubblicazione, “The Clash of Economic Ideas.”

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