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Immagine trovata su drscottpulpculture.blogspot.comTenetevi forte, che al buon Obama sta per tornare la voglia irresistibile di gettare nel caminetto altre migliaia di miliardi. Stavolta lo scopo è nobilissimo: salvare i fondi pensione degli strapagati dipendenti pubblici, mandati in rovina da amministratori sciagurati (tutti amici suoi). Oh, gioia! Oh, letizia!

Più che di istinto irrefrenabile, quasi genetico, alla razzia dei soldi del contribuente e allo spreco cronico, in questo caso direi che la molla alla base dell’ossessione di Obama per “salvare” qualunque cosa gli capiti a tiro è frutto di un preciso quanto cinico calcolo politico. La notizia, in sé, non sarebbe clamorosa: secondo il solitamente bene informato sito di politica “The Hill”, la Camera di Commercio degli Stati Uniti starebbe per invitare rappresentanti dei principali sindacati per discutere il modo di affrontare il possibile default di innumerevoli fondi pensione dei dipendenti dei vari stati dell’Unione. Il “buco” previsto è colossale: più di 3.000 miliardi di dollari. Nelle vecchie lirette fa più impressione: quasi cinque milioni di miliardi.

Cosa c’entra Obama con la U.S. Chamber of Commerce? Non molto, visto che in passato si è più volte detta contraria alla politica del Caro Leader Abbronzato. Ma, in fondo, sempre di un sindacato di categoria si tratta e le conseguenze del crollo dei fondi pensione sarebbero devastanti, specie per quei piccoli esercizi che continuano a costituire l’ossatura dell’economia a stelle e strisce. Quindi la mossa si può vedere come l’ennesima “furbata” obamiota. Invece di invitarli alla Casa Bianca, cosa che avrebbe fatto andare ancora di più su tutte le furie i Tea Parties, in cambio di chissà cosa, ha convinto un’istituzione rispettata come la USCC a sfilare davanti al fuoco di fila conservatore. Credo che in pochi cadranno nel tranello. L’impronta di The One è inconfondibile.

D’altro canto, per Obama ed i democratici, si tratta di una questione di sopravvivenza. Senza le centinaia di milioni di dollari gettati dalla famigerata SEIU e dagli altri sindacati per farlo eleggere, per non parlare dei milioni di “volontari” da essi pagati più o meno sottobanco, la Casa Bianca l’avrebbe vista solo in cartolina ed ora gli toccherebbe fare il grillo parlante della prima presidente donna. I sindacati hanno dato anima e corpo non per pura generosità, ma per un calcolo altrettanto cinico. Dopo aver rimandato per decenni (ed essersi riempiti le tasche in ogni modo), il giorno del giudizio per i fondi pensione da loro gestiti è dietro l’angolo. Hanno assoluto bisogno di scaricare tutto in qualche calderone pubblico, altrimenti rischiano la pelle (non solo metaforicamente). Obama non può permettersi di traccheggiare, specie con le mid-term a meno di due mesi, altrimenti i suoi pigiabottoni al Congresso gliela faranno pagare cara.

Quindi un nuovo, monumentale bailout si avvicina, con le prevedibili conseguenze sulla solidità del debito pubblico americano e, di conseguenza, su quello di tutti gli altri stati imprevidenti e sconsiderati (tra i quali la nostra beneamata penisola dei caciocavalli). Come andrà a finire? Sinceramente non so, ma temo che Obama riuscirà come suo solito a trovare un modo per far passare anche questa ennesima porcata dal Congresso. “Muoia Sansone con tutti i Filistei”? Non ancora, ma ci stiamo avvicinando. Il periodo cruciale? La cosiddetta sessione dell’anatra zoppa (“lame duck”), ovvero il periodo nel quale il vecchio Congresso continua a riunirsi per gestire l’ordinaria amministrazione (yeah, right) prima che il nuovo Congresso, eletto il 2 novembre, si insedi a Washington. Elezioni o non elezioni, sarà una vera orgia di sprechi, pork, earmarks e chi più ne ha più ne metta. I Tea Parties più lungimiranti stanno affilando le armi e preparandosi allo scontro. A noi, purtroppo, non resta che assistere sgomenti e pregare.

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Imprese e sindacati programmano un incontro sul possibile disastro da 3.000 miliardi di dollari dei fondi pensione
Jay Heflin
Originale (in inglese): The Hill
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Rappresentanti dei sindacati saranno invitati ad un incontro con la U.S. Chamber of Commerce per discutere di un allarmante calo nei contributi ai piani pensione degli impiegati statali che, secondo alcuni analisti, potrebbe portare ad un nuovo bailout del governo.

Randy Johnson, il senior vice president responsabile di Lavoro, Immigrazione e Benefit per gli Impiegati della Camera di Commercio, ha dichiarato a “The Hill” che il conto totale del deficit per i fondi pensione statali potrebbe arrivare a 3.000 miliardi di dollari.

Un portavoce della Camera ha detto che siamo ancora alle prime fasi preparatorie di questo incontro e che non è ancora chiaro quali sindacati sarebbero invitati a partecipare, come ancora da definire sarebbe il luogo dell’incontro.

Mentre l’economia in difficoltà ha tenuto il pessimo stato dei fondi pensione dall’accedere alle prime pagine dei giornali, molti esperti concordano nel dire che, senza drastici interventi, questi fondi potrebbero essere la prossima catastrofe finanziaria che spinge il governo ad un salvataggio d’emergenza.

Un rapporto pubblicato lo scorso agosto dalla Kellogg Graduate School of Management presso la Northwestern University ha verificato come i programmi di copertura previdenziale governativi forniti da almeno 31 stati siano destinati alla bancarotta entro il 2030 e come sarebbero stati i contribuenti a pagare il conto dei diritti acquisiti privi di copertura.

In una risposta preparata alle nostre domande, il professore associato della Kellogg Joshua Rauh ha dichiarato che, “anche se gli stati eliminassero in maniera uniforme i generosi programmi di pre-pensionamento ed alzassero l’età della pensione a 74 anni, il deficit tra i fondi disponibili e le promesse già fatte in passato supererebbe comunque 1.000 miliardi di dollari. A meno che gli stati non inizino a dichiarare l’insolvenza sulle proprie obbligazioni od altri mutui, sembra che alla fine saranno i contribuenti ad essere costretti a pagare il conto a dodici zeri per le pensioni che gli stati hanno già promesso ai propri dipendenti”.

I fondi pensione hanno visto acutizzarsi la loro crisi quando i mercati azionari sono crollati in seguito alla crisi finanziaria del 2008: molti sono già incapaci di pagare i benefit promessi in passato ai propri pensionati. Come risultato, molti esperti prevedono che saranno costretti a tagli drastici, a meno che il governo federale non intervenga.

Stephen Rohleder, chief executive per sanità e servizi pubblici del gruppo Accenture, ha dichiarato a “The Hill”:  “penso che la prossima tegola a cadere sarà proprio quella dei fondi pensione. Ritengo che si vedranno tagli generalizzati a quello che viene offerto ai pensionati ed ai percettori di pensioni. Questo non potrà che causare un’altra raffica di crisi fiscali per gli stati”.

La Camera di Commercio aveva tenuto una conferenza simile lo scorso luglio, ma i membri dei sindacati si erano lamentati di non essere stati presenti al tavolo della discussione.

Johnson ricorda che “ci dissero ‘non ci state concedendo un dibattito aperto’. Quindi penso che dovremo tenere un’altra conseguenza e concedergli l’occasione di dire la loro”.

La conferenza di luglio si occupò principalmente di quei piani pensione dei dipendenti statali che non ricevono fondi sufficienti per l’esercizio normale delle proprie funzioni. Secondo Johnson, visto che metà di tutti gli iscritti al sindacato sono dipendenti pubblici, è probabile che abbiano un interesse diretto nel destino di questi fondi pensione.

Le associazioni di categoria degli imprenditori sono preoccupate dal fatto che i guai dei fondi pensione potranno portare a tasse più alte sulle imprese.

Secondo Johnson, “siccome il giorno del giudizio è ancora lontano, la gente non se ne preoccupa ancora; ma sta arrivando. Si tratta di un trend allarmante per i nostri membri, che temono di dover pagare tasse molto più alte in futuro. Per non parlare del fatto che anche i lavoratori non saranno certo risparmiati da questi aumenti”.

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