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Grafico trovato su michellemalkin.comProprio quando sembravano pronti ad una bella presa del potere, i sinistri di mezzo mondo osservano inorriditi “el pueblo” che schifa sempre di più le loro soluzioni e la loro retorica stantia. Ma come? Tanta fatica per creare dal nulla una Grande Depressione 2 e questi ingrati vanno a destra?! Proprio vero, il Padrone di casa ha un gran senso dell’umorismo.

Commento ultra-sintetico per non togliere spazio all’eccellente editoriale che l’altrettanto eccellente Michael Barone ha pubblicato il 31 agosto sul “Washington Examiner” e che traduco con colpevole ritardo. I fatti sono davanti a tutti e ancora non sono molti a riuscire a spiegarli. Contrariamente a quello che pensava gran parte degli analisti politici (sperava o temeva a seconda dell’orientamento politico), la nuova Grande Depressione non sta andando affatto come avevano previsto i burattinai che hanno orchestrato questo spettacolare quanto ridicolo crollo dell’economia mondiale. Invece di gettarsi tra le braccia ben aperte dei sinistri, quasi ovunque si vira a dritta.

A parte il massimo scorno dei burattinai di cui sopra (chiamateli come vi pare, Illuminati, Bilderberg, massoni, Goldman Sachs, sono quelli che adorano il capitalismo di stato e schifano profondamente il libero mercato perché intrinsecamente meritocratico), la domanda resta aperta. Perché negli anni ’30 a trionfare fu lo statalismo più bieco, nero in Europa, rosso in America, mentre oggi si guarda con maggiore interesse il ritorno alla libertà individuale? Le spiegazioni potrebbero essere mille, dalla memoria dei disastri dell’economia pianificata, che ha ridotto in rovina ogni stato che l’ha sperimentata, fino agli eccessi dell’ambientalismo radicale e alle follie del politically correct, che hanno provocato una reazione uguale e contraria specie nei figli degli anni ’70 ed ’80, i veri martiri dell’implosione del welfare state.

L’articolo di Michael Barone spiega in maniera eloquente e puntuale la situazione negli Stati Uniti. Vi consiglio caldamente di leggerlo e rifletterci sopra per qualche tempo. Poi fatemi sapere le vostre riflessioni sull’argomento. Magari tutti insieme riusciamo a capirci qualcosa.

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Abbasso il governo, la grande impresa, i sindacati
Michael Barone
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Alcuni degli eventi più importanti nella storia sono quelli che non sono successi – anche se quasi tutti pensavano il contrario.

Esempio recente: orde di sinistri prevedevano con soddisfazione che la crisi finanziaria e la profonda recessione avrebbe distrutto la fiducia degli americani nel libero mercato e li avrebbe spinti a fidarsi di più del governo. Molti conservatori, loro malgrado, temevano che avessero ragione loro.

Non è successo. Anzi, l’opinione pubblica si è mossa nella direzione opposta, con gran parte degli americani che hanno rifiutato i pacchetti di stimolo dell’economia e la riforma sanitaria, negando il concetto che sia necessario l’intervento del governo per affrontare il riscaldamento globale e manifestando in maniera sempre più vocale la loro antipatia verso i sindacati.

Come spiegare questo fenomeno? Si potrebbe vedere la reazione del pubblico come un’opposizione all’alleanza dei colossi che governa da decenni le nostre vite: una coalizione nata dall’accordo dei fautori dello statalismo, la grande impresa ed i sindacati più rappresentativi.

Negli anni ’30, gli americani, se si crede alla vulgata, persero fede nel libero mercato e si schierarono in massa a favore dell’interventismo governativo. Eppure, basta guardare ai sondaggi d’opinione dell’epoca per avere un quadro molto meno edificante. La maggioranza si lamentava dell’intrusione del governo, protestava contro la grande impresa e si opponeva risolutamente all’aumento di potere dei sindacati.

Gli anni ’40 sono stati diversi. Di fronte alla sfida della guerra totale, Franklin Delano Roosevelt si trasformò da “Dottor New Deal” a “Dottor Vinciamo la Guerra”. Promosse in ogni modo la collaborazione tra le mille agenzie governative, la grande impresa ed i grandi sindacati. Roosevelt fu poi bravissimo nel selezionare uomini, provenienti da ognuno di questi settori e metterli nelle posizioni che considerava cruciali.

Il risultato fu uno sforzo bellico premiato da risultati brillanti. L’America diventò l’arsenale della democrazia, distrusse i suoi nemici ed inventò la bomba atomica. Il controllo delle Big Unit (Big Government, Big Business, Big Labor in originale ndT) acquisì un prestigio enorme e riuscì a conservarlo per un’intera generazione.

Alla fine si arrivò alla prosperità, ma la situazione si cristallizzò. Il governo totale degli anni ’70 assomigliava molto al governo totale dei tempi di guerra. Le stesse grandi imprese che dominavano la Fortune 500 nel 1940 erano ancora in testa nel 1970′. L’elenco dei sindacati principali rimase più o meno lo stesso.

Circa nel 1970, queste Big Units persero lo smalto. Il governo totale si avventurò in due pantani ugualmente pericolosi, la guerra alla povertà e quella in Vietnam. La grande impresa diventò burocratica e avversa ad ogni cambiamento. I sindacati iniziarono a ridurre la propria influenza sulla società.

A partire dal 1980, la nazione iniziò a riprendersi. Il governo totale abbassò le tasse ed eliminò i regolamenti che impastoiavano il settore dei trasporti e delle comunicazioni. Gli imprenditori e gli investitori rimpiazzarono il vetusto management delle grandi imprese con nuove compagnie e nuovi prodotti.

Il cosiddetto “uomo struttura”, l’americano conformista degli anni ’50, lasciò il posto ad innovatori anticonformisti, amanti del rischio, creativi che diedero luce ad una new economy che i pianificatori centrali non avrebbero mai potuto immaginarsi. Bill Gates e Steve Jobs non aspettarono che quelli al vertice delle Big Units gli dicessero cosa fare o gli consentissero di fare quello che gli pareva.

La grande industria è cambiata: la Fortune 500 del 2010 non assomiglia lontanamente a quella del 1970. I sindacati di massa, poi, sono quasi scomparsi: oggi gran parte degli iscritti al sindacato sono dipendenti pubblici.

I democratici di Obama, dovendo fronteggiare una grave crisi economica, hanno risposto con politiche adatte all’America delle Big Units, paese che stava già scomparendo quando il presidente era ancora un bambino.

La loro politica in campo finanziario aveva una priorità; fare sì che le grandi banche rimanessero al proprio posto. La politica nel campo dell’industria è stata diretta a mantenere in vita la General Motors e la Chrysler per dare una mano alla United Auto Workers. La politica nel campo della sanità sembrava pensata per favorire l’azione delle grandi imprese farmaceutiche e di altri grandi soggetti dell’economia. La politica della casa è stata diretta a puntellare in ogni modo i prezzi delle case al livello odierno. Le politiche macro-economiche sono state dirette ad aumentare le dimensioni e le responsabilità delle esistenti agenzie governative, fino a quello che a molti sembra il punto di rottura.

Quello a cui stiamo assistendo è il governo totale che se la fa con la grande impresa mentre tenta di resuscitare i sindacati.

Alcune di queste politiche sono difendibili. I democratici di Obama hanno ragione a far notare come il TARP, l’enorme pacchetto di salvataggio per il settore finanziario sia stato prodotto dall’amministrazione Bush e, forse, possono anche avere ragione quando dicono che il fallimento della Citibank sarebbe stato disastroso.

Ma le politiche delle Big Units non vanno più bene per un paese che è uscito dal disastro creato dagli stessi tre giganti negli anni ’70 più forte e più complesso. Oggi come allora, queste politiche non fanno altro che congelare la situazione, sostenendo all’infinito grandi imprese decotte e togliendo spazio alle piccole imprese per nascere e svilupparsi al meglio.

Nel frattempo, le Big Units non stanno funzionando così bene come fecero ai tempi del “Dottor Vinciamo la Guerra”. L’economia non vuol saperne di ripartire; per non parlare del fatto che il pacchetto di stimolo e la riforma sanitaria di Obama sembravano fatte apposta per far infuriare l’americano medio, che infatti sta pensando di dare nuovamente fiducia agli ancora detestati repubblicani. La domanda che ancora oggi non ha risposta è quindi cruciale: riusciranno i repubblicani ad offrire un’alternativa più efficace alla governance dei tre giganti?

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