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Immagine trovata su econ09.blogspot.comLe carte di credito sono un problema per troppi americani. Cosa fa Obama? Una bella legge che regola il credito al consumo. Risultato? Lo spread tra i tassi ufficiali e quelli applicati dalle banche è il più alto della storia. A questo punto, ci conviene mandarli tutti in vacanza, no?

Mentre i giornali sono pieni di notizie e commenti sullo stato pietoso del mercato immobiliare statunitense e di preoccupate domande sulla possibilità della cosiddetta “double-dip recession”, sono pochissimi i giornalisti che fanno notare come gran parte dei guai dell’economia a stelle e strisce siano dovuti all’interventismo ideologico dell’amministrazione Obama.

La notizia riportata dal “Wall Street Journal” e ripresa da Megan McArdle sull’Atlantic, una delle bibbie della sinistra USA, è passata quasi inosservata, ma mi sembra abbastanza istruttiva sulle infinite deformazioni addotte dal bisogno fisiologico dei sinistri di controllare ossessivamente qualunque flusso di denaro nell’economia, indirizzandolo verso chi gli sta più simpatico.

Gli americani sono da decenni dipendenti dal credito al consumo, che hanno usato in maniera scriteriata per vivere costantemente al di sopra dei propri mezzi. Se i “baby boomers” usavano le carte di credito per le vacanze o gli acquisti frivoli, i loro figli le hanno sempre considerate come soldi veri, giungendo ad inserire il credito disponibile nel bilancio familiare. Le conseguenze di questa degenerazione patologica sono evidenti ed ora che la bolla immobiliare è scoppiata, togliendo quella riserva di reddito che gli americani meno accorti pensavano di usare per finanziare all’infinito uno stile di vita all’insegna dello spreco, i nodi vengono al pettine.

Visto che sono moltissimi i consumatori che rischiano di cadere nel baratro della bancarotta personale, trascinando con sé le società di carte di credito e le banche fresche di bailout, i democratici di Obama hanno avuto l’ennesima grande pensata: una nuova legge che regola in estremo dettaglio il settore del credito al consumo, fornendo protezioni apparenti ma prive di sostanza ai cittadini in cattive acque. Le banche, come prevedibile, hanno incassato le perdite di guadagno conseguenti ai nuovi regolamenti e le hanno girate, magari lucrandoci sopra, su tutti i propri clienti, alzando i tassi di interesse. Niente di strano, intendiamoci: le banche sono imprese a fine di lucro e reagiscono in questo modo di fronte ad ogni stortura governativa. Come si dice, fatta la legge, i furbi trovano sempre il modo di fregare i consumatori.

Se questa potrebbe essere una storia istruttiva sulle conseguenze negative di qualsiasi intervento statale in economia, penso che forse sia più utile leggere con attenzione l’articolo della McArdle, che a mio parere è uno spaccato rivelatore della mentalità malata di ideologismo dei sinistri. Alla fine della fiera, l’unico criterio che conti per la giornalista dell’Atlantic è il bisogno: è meglio proteggere i poveri consumatori che pagano interessi più alti o forse è più caritatevole aiutare chi ha caricato tutte le sue carte di credito di debiti che non potrà mai ripagare? Cosa sia giusto è solo dovuto ad una serie di giudizi morali sul debito; non c’è niente di oggettivo, non c’è comportamento giusto o sbagliato, tutto è relativo e lasciato alla attenta considerazione dei nostri augusti signori e padroni, la classe politica dominante.

Questa mentalità, per come la vedo io, è la fonte di ogni male e va combattuta con la massima energia. Il “bisogno” è una misura soggettiva, che viene sempre determinata da calcoli politici e dalla convenienza del momento. Se si lascia che siano considerazioni ideologiche a guidare le scelte politiche, si entra in un circolo vizioso dal quale uscire è impossibile. Oggi bisogna aiutare i poveri consumatori che, volontariamente e per soddisfare i propri desideri voluttuari, si sono caricati di debiti; domani bisognerà aiutare le povere banche che sono sull’orlo della bancarotta perché questi signori hanno ben pensato di andare in bancarotta, scaricando i debiti sui creditori. Poi, magari, bisognerà aiutare i poveri commercianti che rischiano di licenziare i propri dipendenti perché le società di carte di credito li pagano in ritardo per rimanere a galla. Per finire, magari, con una bella nazionalizzazione delle carte di credito, che sono “troppo grandi per essere lasciate fallire”.

Questo relativismo è infinitamente dannoso e lascia spazio a quel “crony capitalism”, quel capitalismo di stato amato dai furbetti condannato più volte dalla scuola austriaca e dagli oggettivisti randiani. Il “bisogno” non può essere scollegato dalla responsabilità personale, altrimenti gli unici a guadagnare saranno i lobbyisti ed i politici che si riempiranno le tasche di tangenti. Il cittadino di una democrazia non può essere considerato un minus habens che il benevolente stato deve sempre salvare dalle conseguenze delle proprie azioni, a meno di non volere che si trasformi in un imbelle servo obbediente, sempre pronto a chiedere più protezione, più garanzie, più aiuti.

Bisogna ritornare ai valori borghesi, a quella società che vedeva con orrore chi dichiarava bancarotta perché usava le leggi per fregare chi gli aveva concesso credito. Bisogna ritornare ai tempi dei Florio, la ricca famiglia industriale siciliana che, quando vide il proprio impero soccombere sotto i colpi della Grande Depressione, pagò tutti i suoi debiti fino all’ultima lira, vendendo gioielli di famiglia, tenute, yachts ed auto da corsa per poter andare in giro a testa alta e dire “ho mantenuto la parola verso chi aveva creduto in noi”. Qualunque altro modo di vedere la società non può che condurre verso un futuro di dipendenza, di valori morali determinati da qualche autorità di governo e di politica sempre più corrotta. Senza responsabilità personale e un senso di rispetto per sé stessi che una volta, in tempi meno sciagurati, si chiamava onore, la nostra società non potrà che implodere su sé stessa, lasciando posto a chissà quale barbarie totalitaria antica o moderna. Queste sono le vere battaglie culturali ed ideologiche che un vero liberale deve condurre. Tutto il resto sono chiacchiere.

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I tassi di interesse sulle carte di credito aumentano di molto
Megan McArdle
Originale (in inglese): The Atlantic
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Lo spread sui tassi di interesse delle carte di credito – la differenza tra il tasso che viene applicato sulle vostre spese e il tasso ufficiale del Tesoro – è il più alto degli ultimi 22 anni.  Il colpevole?  Il CARD Act, che ha ridotto gravemente la flessibilità delle banche nella gestione della clientela. Ora le banche, prima di alzare il tasso di interesse passivo, devono avvisarti con almeno 45 giorni d’anticipo ed offrire al cliente l’opzione di ripagare il debito esistente per evitare l’aumento degli interessi dovuti.

Nessuno dovrebbe sorprendersi di questo fatto: se vuoi un tasso fisso (o l’opzione di avere un tasso fisso), dovrai pagare qualcosa per scaricare il rischio su qualcun altro. Se vuoi evitare le penalità sullo scoperto (anche quelle controllate dalla nuova legge), allora dovrai pagare qualcosa per ottenere questo privilegio. Il settore delle carte di credito emesse dalle banche è un’industria estremamente competitiva; non era pensabile che le banche decidessero di incassare le perdite di profitti senza scaricarle in qualche modo sui clienti. Se fossero stati invece introdotti dei controlli sui tassi di interesse, le imprese avrebbero semplicemente deciso di scaricare i clienti più a rischio di insolvenza.

Questo non vuol necessariamente dire che le regole introdotte siano cattive: c’è chi sostiene, in maniera in un certo modo plausibile, che l’aumento della trasparenza nelle iterazioni con le banche valga l’aumento dei tassi di interesse. Come dice Carolyn Maloney nell’articolo “è meglio che i consumatori sappiano subito quale sarà il tasso di interesse, anche se più alto di prima, piuttosto che essere fregati più avanti da trucchi e balzelli nascosti”.

Naturalmente, moltissime persone non erano “fregate più avanti da trucchi e balzelli nascosti”; chi pagava i conti in tempo, o anche prima della scadenza, non correva questo rischio. Oggi invece queste persone pagano di più, mentre chi ha dei problemi temporanei di flusso di cassa (o una memoria permanentemente evanescente) pagherà di meno. Il fatto che pensiate o no che questo sia giusto dipende da una serie di giudizi morali sul debito personale: chi paga i conti in tempo merita un bonus perché non fa il passo più lungo della gamba, oppure è chi manca i pagamenti a meritare aiuto, visto che è quello che probabilmente se la passa peggio?

Quello che non capisco è come le persone che ora pagano di più se la passino meglio, collettivamente, di quelli che pagano meno. I nuovi tassi di interesse non colpiranno i benestanti che pagano i conti ogni mese, almeno non di più di quanto non fossero colpiti prima della nuova legge. Invece, penalizzeranno pesantemente chi ha un debito consistente – gente che ha fatto i pagamenti in tempo, ma che non aveva abbastanza grano da parte per ripagare in toto il debito. Ma forse le persone con le carte di credito cariche di debiti sono meno meritevoli di protezione di quelle che mancano un pagamento? In molti casi, chi ha grossi debiti finisce col saltare i pagamenti – nel qual caso non mi è chiaro se le nuove regole li avvantaggino o meno.

Ma quando i due gruppi non si sovrappongono, non sono sicura che il gruppo che stiamo salvando da cambiamenti improvvisi del tasso di interesse e dalle penalità per i pagamenti in ritardo sia più bisognoso del gruppo che ora è costretto a pagare interessi più alti per compensare i mancati guadagni delle banche. A dire il vero, i tassi di interesse più alti potrebbero spingere alcuni debitori nel gruppo di quelli che non pagano i conti in tempo.

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