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Immagine trovata su arkansasgopwing.blogspot.comLa città di Philadelphia, col bilancio in profondo rosso, ha avuto una pensata geniale. Se con il blog incassi un solo centesimo, devi pagare 300 dollari l’anno per una licenza. Sì, la libertà di espressione è garantita dalla Costituzione, ma chi se ne frega, abbiamo tanti amici da sistemare…

Dio ci scampi dai burocrati, diceva il saggio. Oggi non si può che pensare che il mostro statalista guidato dai soliti sinistri amanti delle tasse (e delle elargizioni agli amici) stia letteralmente perdendo la testa. Dopo decenni di banchetti luculliani, il cameriere si sta innervosendo e non vede l’ora di presentare il conto. I sinistri, che da brave cicale hanno il portafoglio sempre vuoto, sono sull’orlo di una crisi di nervi e stanno per entrare in modalità “berserk”, ovvero “tassa tutto, tassa subito”. Non si spiega altrimenti la geniale idea della città di Philadelphia, la quale, visto che non ha più soldi per pagare i sontuosi stipendi degli amici infilati nell’amministrazione e nel sottobosco delle mille agenzie partecipate, si è inventata la tassa sui blog.

La storia, riportata ieri da Mark Hemingway sul “Washington Examiner”, ha i toni surreali di una farsa di Ionesco: lo scorso maggio, Marylin Bess, casalinga di Philadelphia che, tra le varie faccende di casa, trova il tempo per tenere un blog sulla Rete, si è vista arrivare una lettera dall’agenzia delle entrate cittadina. Visto che, negli ultimi due anni, aveva incassato la bellezza di cinquanta (dicesi cinquanta) dollari di pubblicità dal suo blog, era titolare di un’impresa a fini di lucro e quindi necessitava di una licenza per esercitare la sua professione. Costo dell’operazione: 300 dollari l’anno. Le fantomatiche lettere sono arrivate a centinaia di altri bloggers, incluso Sean Barry, che aveva incassato addirittura undici dollari in un solo anno. Naturalmente l’agenzia delle entrate non si è limitata a richiedere la licenza: voleva la sua parte dei ricchi profitti generati dai blog delle casalinghe.

Nonostante la tentazione sia quasi irresistibile, eviterò facili sarcasmi sulla infinita stupidità dei burocrati e mi concentrerò su un paio di considerazioni facili facili, tanto per stimolare il dibattito. Prima di tutto, noi italiani faremmo bene a non fare girare troppo questo articolo: visto i personaggi che ci ritroviamo al governo, sarebbero capacissimi di fare altrettanto in cinque minuti, tanto per ridurre ancora di più gli spazi di libera espressione dei cittadini, i quali, come si sa bene, devono solo pagare, tacere, applaudire a comando e gettare i propri risparmi dalla finestra finanziando l’enorme debito pubblico accumulato da lorsignori. Secondo, ormai è evidente che in tutto il mondo si sia aperta la caccia alla libera informazione online. Se era prevedibile che i regimi totalitari (Cina, Russia, Iran, Cuba etc) facessero di tutto per impedire ai propri sudditi di dire la verità su quello che succede nei loro paesi disgraziati, meno comprensibile è come si siano scatenate anche le cosiddette “democrazie liberali”, che ormai di liberale hanno ben poco.

La diffusione della Rete e l’aumento esponenziale del numero di persone capaci, dotate di quelle risorse intellettuali e morali necessarie per analizzare la realtà che li circonda e fare critiche puntuali e puntute all’elite dominante, stanno facendo impazzire la cosca che detiene il potere. A cosa serve foraggiare legioni di imbrattacarte imbelli e silenziare ogni dissenso se basta un solo individuo dotato di connessione Internet e un portatile da poche centinaia di euro per aggirare la censura del non detto? A cosa serve ripianare i debiti delle televisioni pubbliche, lottizzate e controllate con pugno di ferro dai partiti, se poi i cittadini più scafati tengono spento l’elettrodomestico e trovano fior di informazioni sulla Rete? A cosa servono i Bruno Vespa, i Florio, i Santoro, i Travaglio, se poi basta un blogger anonimo con una telecamerina da duecento euro per scoperchiare gli altarini dei potenti? Insomma, questa Rete libera non s’ha da fare! Ci rovina la vita. Basta, rimettiamo il genio nella lampada e torniamo al bel mondo del passato, con due soli canali televisivi, giornali controllati dagli amici e tante tangenti da spartirsi in convivialità ed allegria.

Occhi aperti, amici; questa non è che la prima parte dell’attacco vero, quello prossimo venturo, che già si sta delineando all’orizzonte. I potenti si sono resi conto che aver dato in mano ad ogni cittadino uno strumento potente come un personal computer è stata una leggerezza imperdonabile e si stanno dando da fare per rimediare all’errore. Prima hanno connesso ogni computer, permettendo così di monitorare qualsiasi attività loro sgradita. Siamo seri, non penserete mica che non ci sia un sistema esperto da qualche parte che non stia sorvegliando quello che scrivete sul vostro PC? Il digitale piace tanto ai potenti proprio perché rende possibile questa sorveglianza di massa, del tutto impossibile con l’analogico. Ecco perché i terroristi seri non usano nemmeno i cellulari, specialmente quelli che dicono di essere inviolabili.

Il passo successivo è ancora più machiavellico. Visto che tale controllo dell’informazione costa tantissimo, hanno pensato di togliervi direttamente lo strumento per fare danni. Non con una legge o un divieto, che renderebbe palese l’imbroglio, in maniera subdola, suadente. A cosa serve il computer quando ci sono gli smartphone bellissimi, brillantissimi, super-fichissimi? Sì, usateli ogni giorno, magari quelli con il GPS, così sappiamo dove siete in ogni momento. Oppure, ancora meglio, buttate via il “vecchio” computer e prendetevi il meraviglioso iPad, che è tanto bello e tanto veloce. Mica vorrete rimanere indietro? Date via uno strumento potentissimo, del quale nemmeno voi sapete le potenzialità infinite e prendetevi questo cosetto ridicolo, che vi fa pagare anche l’aria, con una ditta sola che controlla cosa potete e cosa non potete vedere, che programmi potete usare e quali non è il caso che possediate. Certo, lo fanno solo per proteggervi dai lupi cattivi che ci sono in Rete. Quanto sono caritatevoli, vero?

La tassa sui blog rientra in questa guerra alla libera informazione e punta a colpire, o prevenire la nascita del vero incubo per i potenti: il giornalista online capace di trarre sostentamento dal suo lavoro e quindi del tutto incontrollabile. I blogger come il sottoscritto non sono un pericolo per nessuno: visto che non sono ricco di famiglia, sono costretto a fare qualche altro lavoro per sbarcare il lunario. Se dicessi qualcosa di troppo scomodo o andassi a mettere il naso dove non devo, sarebbe semplicissimo colpirmi. Alla fine sarei costretto a piegare la schiena o fuggire, non si scappa.

Quello che terrorizza i potenti è gente come Michael Yon, un ex ufficiale delle forze speciali americane che, una volta congedato, è tornato nelle zone di guerra pagandosi tutto di tasca propria. All’inizio pensavano che, finiti i soldi, se ne sarebbe andato da solo e lo hanno lasciato fare. Invece Yon ha fatto un lavoro talmente buono da convincere tanti lettori a finanziarlo, permettendogli di rimanere in zona operativa per anni e smascherare le mille ipocrisie della guerra. Alla fine, il generale McChrystal è stato costretto a cacciarlo dall’Afghanistan. Pensate cosa succederebbe se in Italia ci fosse non dico un solo Michael Yon, ma decine, centinaia di giornalisti online che non devono obbedienza a nessuno, che sono responsabili solo verso i propri lettori-finanziatori e che possono dire le cose come stanno.

Riparleremo di questi argomenti, anche perché mi sto rendendo conto di stare strabordando, ma una cosa è certa: senza l’attenzione e, magari, l’aiuto concreto dei nostri lettori, i giornalisti online hanno i giorni contati. Se non sarà la tassa sui blog, sarà Internet 2.0, con il pedaggio per l’accesso alla Rete oppure la censura dei magistrati, con la cieca violenza delle querele. Siamo ancora in tempo per prepararci alla tempesta, selezionando e finanziando liberamente quei pochi che saranno in grado di reggere alle pressioni del potere. Se voi lettori continuerete solo a leggere e pensare che tutto continuerà come al solito, la Rete è già condannata. Ora tocca a voi.

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Un riassunto di troppo
Redazionale
Originale (in inglese): Investor Business Daily
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il costo della libertà d’espressione: la città di Philadelphia ha deciso di imporre ai bloggers che si trovano sul suo territorio un balzello di 300 dollari per ottenere una licenza “di privilegio”. Nella città dove si adottò la Dichiarazione di Indipendenza e la stessa Costituzione fu firmata, quello che era considerato un diritto naturale è diventato un privilegio da tassare.

Il piano è stato virtualmente ignorato da tutti fino a quando il Philadelphia City Paper, la settimana scorsa, ha pubblicato un articolo facendo notare come la città richieda licenze “di privilegio” per ogni impresa impegnata in quello che l’avvocato tributarista Michael Mandale definisce “attività a fine di lucro”. La tassa viene applicata “sia che nell’anno precedente si siano fatti profitti, sia che si sia andati in rosso”, una scelta politica che, probabilmente, costringerà molti bloggers a smettere di operare in Rete.

I bloggers scrivono su un numero infinito di argomenti, dalla politica agli sport, agli hobbies (incluse le ossessioni varie) sia quelli diffusi, sia quelli più oscuri e minoritari. Pochi di loro lo fanno per soldi, il che, probabilmente è una cosa buona, visto che la blogosfera non è un posto dove solitamente si riesce a guadagnare cifre da sogno.

Per molti, i blog sono solo un modo facile per comunicare idee ed esprimere opinioni. Alcuni non sono che diari personali pubblicati nel cyberspazio invece che scritti su un quaderno. Bloggare non è un privilegio con il quale possono scherzare avidi amministratori comunali, ma un diritto garantito dalla Costituzione. L’espressione dell’individuo è libera – e non può essere sottoposta a tasse dal governo.

Ma l’avidità non conosce limiti, nemmeno quelli posti solennemente a Philadelphia più di 200 anni fa. I governi di ogni livello stanno setacciando il terreno nella ricerca spasmodica di soldi, cercandoli in ogni dove. Questo impulso non è mai stato così chiaro come quando gli stati iniziarono la loro campagna per imporre tasse sulle vendite via Internet. Non riuscivano proprio a vedere soldi che cambiavano mano senza che loro non potessero afferrarne qualche manciata.

La storia si sta ripetendo a Philadelphia. Stavolta non è uno sforzo ideale per promuovere la libertà, ma è diretto a coprire i danni di politiche dissennate. La Città dell’Amore Fraterno (il soprannome di Philadelphia ndT) sta mostrando a tutto il mondo quanto lo ama aumentando le tasse per mantenere il passo delle sue spese folli.

Potremmo anche ammettere che la città di Philadelphia avrebbe qualche ragione se intendesse spendere i soldi raccolti con la tassa per proteggere o facilitare l’attività dei bloggers, ma non ne ha la minima intenzione. I bloggers non usano le strade della città, non hanno bisogno della polizia o dei vigili del fuoco (che in America sono di responsabilità delle città ndApo), nemmeno hanno bisogno, come secondo alcuni ne avrebbero le altre imprese a fine di lucro, di un esercito di burocrati, ispettori o passa-carte i quali stipendi vanno in qualche modo pagati. Non creano nemmeno spazzatura che deve essere raccolta: se la cavano benissimo da soli.

I bloggers di Philadelphia, come le associazioni dei contribuenti ed i guardiani della libertà di parola al di fuori delle mura cittadine, sono comprensibilmente arrabbiati. Se il municipio può tassare il diritto alla parola, può tassare qualunque cosa. Cosa – e chi – sarà il prossimo? Se Philadelphia dovesse passarla franca, altre città seguiranno il suo esempio. I diritti costituzionali sono ostacoli da ridere per legislatori assetati di soldi.

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