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Immagine trovata su hobotraveller.comDaniel Hannan, europarlamentare inglese che l’Apolide apprezza parecchio, dice che la Rete ha reso obsoleta l’Europa e riavvicinato le parti della cosiddetta “Anglosfera”. Interessante, se si traducesse in un riavvicinamento tra i milioni di italiani all’estero e la madrepatria.

In netto ritardo sull’orario abituale, oggi mi accingo a tradurre un post che Daniel Hannan, pugnace europarlamentare conservatore eletto nella circoscrizione dell’Inghilterra del Sud-Est, ha pubblicato sul suo eccellente blog sul sito del “Daily Telegraph”. Hannan, euroscetticissimo da sempre, si rallegra della “rinascita” della comunità dei paesi di lingua inglese sparsi per il mondo e preannuncia che l’avanzata inarrestabile della Rete renderà obsoleta l’Unione Europea.

Nonostante abbia studiato abbastanza del mostro burocratico europeo da augurarmene la quanto più rapida e violenta morte, le argomentazioni del politico inglese non mi sembrano delle più convincenti, specie quando parla di come per una ditta inglese sia più facile commerciare con la Nuova Zelanda che con il Belgio. Fino a quando commerci aria, potrei anche essere d’accordo, ma quando si parla di prodotti fisici le cose cambiano e di molto. Forse Hannan ha passato troppo tempo a Bruxelles per rendersi conto che, specie da quando i barboni somali hanno preso a saccheggiare navi mercantili, l’incidenza dei noli sul commercio internazionale è salita parecchio. Ce la voglio proprio vedere una ditta inglese che produce, che ne so, automobili che decide di usare componenti prodotti in Nuova Zelanda. Hai voglia di dire che è più semplice parlarsi o che il sistema legale rende più sicura la risoluzione delle controversie. Quando nel breakdown del prezzo introduci il costo del trasporto marittimo, qualunque produzione materiale diventa improponibile: cosa della quale, se non ora molto presto, si accorgeranno i troppi maniaci delle esternalizzazioni selvagge.

Se dal punto di vista economico, i conti non tornano manco per niente (meglio faticare con le barriere culturali che pagare il trasporto tre o quattro volte tanto), il discorso funziona dal punto di vista intellettuale e politico. La Rete, invece di promuovere l’universalismo multiculturale acritico e “debole” da sempre preferito dai sinistri, ha finito con il rafforzare le culture nazionali, dividendo nuovamente il mondo in tanti piccoli recinti iper-connessi che parlano furiosamente, con tutti, ma nella stessa lingua. La stessa cosa, se ci pensate bene, successe alla fine del diciannovesimo secolo, con la crescita della rete telefonica. Se i primi pionieri andavano in giro a pontificare che, ora che si poteva parlare facilmente con persone anche molto lontane, le differenze culturali e politiche si sarebbero annullate, dando il via a quella età dell’oro glorificata puerilmente dagli eccessi della Belle Epoque, il mondo decise che la grande invenzione era molto più utile per ricordare al marito di comprare il latte e che, in fondo, due massaie che vivono in paesi diversi non è che avessero molte cose da dirsi.

La Rete come il telefono come il telegrafo: cambia il mezzo di trasmissione, ma le cose da dire restano le stesse. A rimanere uguali, soprattutto, sono le barriere linguistiche. Anche se, formalmente, tutti i cittadini che hanno superato le scuole dell’obbligo in tutti i paesi industrializzati dovrebbero essere perfettamente in grado di parlare almeno una lingua straniera, le cose in realtà vanno molto meno bene. Lo stato disastroso delle scuole pubbliche e l’inconfessabile desiderio del sistema di potere di ogni paese di ridurre le possibilità di “contagio esterno”, specie per quanto riguarda il mondo dell’ informazione, hanno lasciato gran parte della popolazione italiana nella ignoranza quasi totale della lingua franca dei nostri tempi, l’inglese.

Le considerazioni da fare su questo argomento estremamente interessante sarebbero moltissime e mi ripropongo di farle prossimamente su questi (od altri) schermi informatici, sempre con il lieve imbarazzo di chi parla come parte in causa, visto che la mia “missione” nella Rete è proprio quella di ridurre le barriere all’accesso ai media esteri, traducendo gli articoli che ritengo più utili al dibattito culturale e politico di questo paese in italiano. Oggi mi limito ad una semplice considerazione: come mai la Rete italiana o italofona ignora quasi completamente le svariate decine di milioni di nostri concittadini, di prima o seconda generazione, che vivono all’estero. Visto che, anche se per pochi anni, il sottoscritto è stato un “fuoriuscito” italiano per ragioni economiche, continuo a non capire perché si scelga di fare come se gli unici a condividere la nostra cultura o la nostra meravigliosa lingua fossero solo i “forzati” che abitano la grande penisola dei caciocavalli.

L’imponente diaspora italiana ha occupato stabilmente ampie parti del mondo, dall’Australia (dove siamo la più importante comunità dopo quella inglese) all’Argentina (dove metà della popolazione ha sangue italiano nelle vene), dal Brasile al Venezuela, dalla Germania al Canada, dal Sud Africa agli Stati Uniti (dove gli italo-americani sono un gruppo imponente, anche se ormai quasi del tutto indistinguibile dai WASP veri e propri). Non parliamo di cifre marginali, si tratta di svariate decine di milioni di persone che, magari in forma solo embrionale o nell’ignoranza quasi totale di quello che voglia davvero dire “essere italiano”, hanno ancora un legame con la madrepatria.

Gli inglesi, favoriti dalla lingua, stanno sfruttando al meglio questo vantaggio e, sotto la spinta del nuovo governo lib-con, provano a riallacciare i legami dell’Anglosfera per promuovere lo sviluppo dell’economia. Gli stessi giornali inglesi stanno vedendo che gran parte dei propri lettori online arrivano dalle ex-colonie, specie da quando in America l’informazione ha deciso di svendere la propria credibilità sull’altare dell’ideologia. Noi cosa facciamo? Un bel niente. Siamo l’unico paese al mondo che non ha, ad esempio, un quotidiano o un grande sito di informazione in lingua inglese, così da evitare la sempre pericolosa “mediazione” degli inviati dei grandi giornali, che spesso e volentieri preferiscono la propaganda spicciola all’informazione seria.

Non parliamo poi delle ridicole iniziative della Farnesina sulla promozione della cultura italiana all’estero, diventate ormai terreno di caccia di famigli di politici, raccomandati giramondo ed un sottobosco di artistoidi spesso scarsissimi che campano alle spalle del contribuente italiano. Insomma, come l’Italietta prebellica che lasciò rovinare senza colpo ferire le grandi ed influenti comunità levantine che, specie in Egitto, Siria e Turchia erano capaci di esercitare un considerevole peso economico e culturale, l’Italietta dei nostri giorni continua a guardarsi l’ombelico, a discutere del nulla, a scannarsi sugli scandali al sole ed a perdersi in interminabili scambi di accuse all’insegna del “lui è peggio di me”. Così è se vi pare.

Cosa possiamo fare per porre rimedio a questo sfascio? L’Apolide le sue idee ce le avrebbe e sarebbe pure pronto a metterle in campo, se solo avesse la fortuna di vincere al Superenalotto o se trovasse qualche investitore lungimirante con lo stomaco di finanziare un’impresa molto promettente sia dal punto di vista culturale, politico e (cosa che non guasta mai) pure economico. Fino ad allora sarà costretto a limitare il suo impegno al puro volontariato culturale, magari mettendo in piedi quel sito di informazione in lingua inglese che gli frulla in testa da anni. Non sarà molto, ma in fondo non è che un singolo possa fare chissà che. Volontari, collaboratori, partners in crime et similia sono sempre bene accetti. Se avete tempo, voglia e capacità da gettare sul piatto, fatevi vivi. Il mondo sarà dei pragmatici, ma senza i sognatori non saprebbe di granché. Lottatori contro i mulini a vento di tutto il mondo, unitevi! Magari non servirà a molto, ma almeno potremo dire di non aver assistito passivamente al crollo della nostra civiltà.

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Internet sta trascinando l’Inghilterra via dall’Europa e verso la “anglosfera”
Daniel Hannan
Originale (in inglese): Daily Telegraph
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il progresso tecnologico sta facendo diventare obsoleta l’Unione Europea. Negli anni ’50, un associazione per il libero scambio in una regione compatta come l’Europa continentale poteva avere senso, ma in un mondo dove i capitali si muovono in ogni parte del mondo solo premendo un bottone, la prossimità geografica diventa irrilevante. Quando si decide se investire in uno o in un altro paese, le imprese considerano molti fattori – le aliquote fiscali, i regolamenti all’attività imprenditoriale, la lingua, l’onestà degli amministratori pubblici locali e nazionali – più importanti di qualsiasi fattore geografici.

Internet permette ai miei elettori di fare affari con la stessa facilità con una ditta in Nuova Zelanda come con una in Belgio. Forse ancora più facile, visto che la compagnia neozelandese condivide il nostro sistema legale, le nostre pratiche di contabilità, le stesse tradizioni commerciali e la nostra lingua.

Questo ultimo punto è stato ammesso, sebbene controvoglia, da Martin Kettle nel suo articolo pubblicato sul “Guardian” di stamattina (venerdì 20 agosto ndT). Kettle si lamenta di questo fenomeno, dicendo che l’ascesa di Internet ci ha lasciato “intrappolati nell’Anglosfera”:

L’era dell’informazione online, che avrebbe dovuto, in teoria facilitare il pluralismo mentale e culturale, avvicinandoci, tra le altre cose, ai costumi, alle culture e alle altre lingue europee, in pratica ha avuto l’effetto opposto. Il potere della lingua inglese, che allo stesso tempo è la nostra benedizione e la nostra condanna, scoraggia i contatti con tutti quelli che si trovano al di fuori dell’onnipotente Anglosfera telematica.

Va avanti facendo notare, non senza un certo sconforto, che tuttora noi inglesi ne sappiamo di più degli sviluppi della politica australiana che di quello che succede nel resto d’Europa. Beh, sorpresa sorpresa! Gli australiani, per metterla come Kipling, sono gente con il nostro stesso sangue e la nostra lingua. Abbiamo lo stesso capo di stato, guardiamo gli stessi programmi televisivi, ci facciamo reciprocamente visita spesso e volentieri, tante volte per andare a trovare parenti o familiari. Per l’amor di Dio, entrambi i candidati nelle recenti elezioni australiane sono nati in Inghilterra! Come faremmo a non essere interessati a quello che succede laggiù?

Internet, come ha più volte detto Douglas Carswell, sta solo sistemando una smagliatura nel nostro allineamento culturale e politico dopo che una ristretta elite ha artificialmente spostato la nostra politica estera, il nostro commercio e anche il mondo dell’informazione via dalle nostre alleanze tradizionali e verso l’Europa continentale. Ecco la cosa più bella (o, da una prospettiva filo-europea, la cosa meno desiderabile) della Rete: rende la comunicazione molto più democratica.

Lasciate che rassicuri Martin Kettle: sono uno di quegli inglesi che segue quotidianamente le notizie che arrivano dall’Europa, online e in lingue che non sono l’inglese. Questa lunga frequentazione mi ha insegnato che non siamo i soli ad essere trascinati, grazie alla storia e alla geografia, verso altri continenti: i giornali spagnoli, per esempio, sono interessati a quello che succede a Cuba o in Argentina, non meno di quanto quelli inglesi seguano gli eventi negli Stati Uniti o in Australia.

La comunità di nazioni di lingua inglese è, potenzialmente, la più grande forza per la promozione della libertà nel mondo. Ma, negli ultimi 40 anni, i propri governi hanno preferito ignorare la sua esistenza. Questi tempi sono finiti. Davvero Internet è un fenomeno culturale meraviglioso.

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