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Foto trovata su science.slashdot.comContinua il dibattito sull’articolo di Dick Armey e Matt Kibbe. Secondo Mark Tapscott, i tea party sono la dimostrazione più evidente della “saggezza delle folle”. Sarà, a me le folle fanno sempre venire in mente i pogrom…

L’articolo di oggi è dell’acuto Mark Tapscott, caposervizio della pagina degli editoriali del “Washington Examiner”. Di solito sono d’accordo con le sue osservazioni, ma il pezzo di ieri mi ha fatto sollevare il sopracciglio. Stimolato dall’op-ed (una specie di editoriale scritto da un’opinionista esterno alla redazione di un giornale) di Dick Armey e Matt Kibbe, che trovate tradotto qui, Tapscott si lancia in un panegirico dei tea party e di come la loro struttura decentralizzata ed anarchica sia un metodo di organizzazione sociale e politica molto superiore a quelli gerarchici. Posizione interessante, specialmente se viene da un esponente del popolo forse non più brillante del pianeta, ma sicuramente meglio organizzato. Parla addirittura di come siano la dimostrazione della cosiddetta “saggezza delle folle”, ovvero di come l’azione non organizzata di centinaia di individui produca risultati migliori di quanto possa fare un singolo individuo o una struttura tradizionale.

Qui casca l’asino. I liberali come il sottoscritto non possono fare a meno di vedere con un certo sospetto l’idea di “folla”. Vengono sempre in mente immagini molto poco edificanti, quali i processi alle streghe, i pogrom dell’Est Europa, i linciaggi dell’America, i processi sommari dei partigiani. Nonostante tutti siamo convinti della superiorità del libero mercato e della saggezza innata dell’individuo quando deve pensare ai propri interessi, l’idea di credere fino in fondo nel potere dell’azione politica non regolata ci lascia alquanto interdetti. Durante gli anni di militanza politica, ho avuto occasione di partecipare ad eventi di massa: le sensazioni erano invariabilmente spiacevoli. Trovavo gli inni del partito, le stesse canzoni che altri cantavano con trasporto, parecchio irritanti e non adatte a quella che, in fondo, rimaneva un’espressione alta della democrazia. Lo sventolare di bandiere, la caccia alla foto con il politico famoso, l’isteria all’arrivo del leader maximo, beh, quelle cose mi sembravano veramente patetiche, anche quando spinte da sentimenti onesti e genuini. L’idea di “folla”, con l’andare del tempo, ha finito con il confondersi con queste esternazioni da culto della personalità.

Forse è un limite della politica italiana, forse basterebbe partecipare dal vivo ad un Tea Party “vero”, oltreoceano, per cambiare idea, ma per ora non posso che esprimere molti e seri dubbi su questa visione della politica. Con tutti gli enormi limiti, le strutture organizzative tradizionali, inclusi i tanto vituperati partiti della prima repubblica, avevano una funzione sociale non indifferente e, nonostante le mille degenerazioni, rimangono esperienze da non gettare al vento se non dopo serie e profonde riflessioni. In un paese innamorato delle faide, degli scontri fratricidi, delle lotte senza quartiere per il potere, si può davvero pensare che i singoli individui, uniti in gruppi informali ed elastici, magari collegati dalla Rete, siano in grado di produrre innovazioni nel modo di fare politica o aggregare consenso? C’è chi ci sta provando, i cosiddetti “finiani”, molto attivi sui social network e convinti che, facendo tanto rumore, riusciranno a fare come il Mago di Oz, ovvero convincere tutti di essere molto più potenti e robusti di quanto non siano in realtà. Sarà, ma se questa è la risposta italiana ai Tea Party americani, siamo messi davvero male.

Come al solito, risposte certe non ne ho. Posso solo fare un mea culpa pubblico ed ammettere di preferire le riunioni “intime”, magari con persone a me intellettualmente affini, nelle quali si possa parlare liberamente dei temi a noi cari e, magari, progettare azioni politiche da poi implementare insieme. Forse sarà un frutto del mio antico retaggio sinistro, forse quei pochi mesi passati nell’ARCI (prima dell’età della ragione) hanno lasciato qualche condizionamento scomodo, ma continuo a pensare che, per combattere e sconfiggere la non più tanto gioiosa macchina da guerra sinistra serva qualcosa di più dell’entusiasmo dei singoli. Per farla breve, ci vuole struttura. Non sedi di partito, che la maggiorparte delle volte sono lasciate vuote e vissute solo come trofei necessari per la carriera di questo o quel capataz locale, ma struttura vera. Associazioni culturali veramente attive, circoli sociali dove dare spazio ad artisti ed intellettuali della nostra area, iniziative editoriali locali che possano formare i nuovi esperti di comunicazione, siti internet non lasciati al volontarismo spicciolo ma che riescano a raccogliere finanziamenti e consentire ai più bravi di pensare che è possibile vivere dignitosamente senza regalie pubbliche o raccomandazioni imperiali.

Sono cose difficili da realizzare, non vi è dubbio e forse l’azione anarchica e volontaria degli individui potrebbe anche portare a crearle spontaneamente. Come dice la legenda della foto qui sopra, mai sottovalutare il potere di grandi gruppi di persone stupide. Se poi, come mi sembra, le persone che si dicono liberali, libertari o liberisti non sono affatto stupide, i risultati non potranno che essere ancora migliori. Basta che la si smetta di pensarsi tutti grandi intellettuali e magari, invece di scrivere un articolo che leggeranno in dieci, provare a realizzare qualcosa di concreto. Mi accorgo solo ora che questa, invece che un’incitazione agli altri, assomiglia tanto ad una auto-accusa pubblica. Beh, evidentemente l’influenza sinistra è più forte di quanto temessi. Invece di una pacata riflessione, sono finito col fare un auto da fé.

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Il movimento dei tea party dimostra la “saggezza delle folle”
Mark Tapscott
Originale (in inglese): Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Forse non farà piacere al giornalista del “New Yorker” James Surowiecki, ma il movimento dei tea party è la prova più chiara della crescente rilevanza del suo libro seminale, “The Wisdom of Crowds” e le sue applicazioni nel campo della politica.

Il concetto fondamentale espresso da Surowiecki è chiaro: la conoscenza, l’esperienza, la capacità analitica ed i poteri induttivi aggregati di un gruppo sono spesso superiori a quelli di ogni singolo membro. Questa osservazione non è sempre vera o evidente, ma dimostrazioni convincenti di questo principio nella vita quotidiana sono numerosissime.

Con l’aumento esponenziale delle connessioni tra gli individui tramite Internet, sono diventati possibili nuovi metodi per rivelare la saggezza delle folle. Le implicazioni politiche di questo principio continuano a rimanere piuttosto confuse.

Surowiecki mi è tornato in mente questa settimana quando ho letto un editoriale sul “Wall Street Journal” dell’ex capogruppo alla Camera Dick Armey ed il suo “complice” nei tea party, il presidente di Freedomworks.org Matt Kibbe. L’articolo del Journal coincideva con la pubblicazione del loro nuovo libro, “Give Us Liberty: A Tea Party Manifesto”, pubblicato dalla casa editrice HarperCollins.

Armey e Kibbe hanno scritto che il movimento dei tea party “è sbocciato, sbocciato, trasformandosi in un potente fenomeno sociale proprio perché non ha un leader, non è diretto da una sola mente, da un partito politico o da un’agenda di parte”, risultando nella creazione di un “mercato virtuale per nuove idee, innovazioni efficaci e tattiche creative”.

Questo “meraviglioso caos” è analogo a quell'”ordine spontaneo” che, secondo l’economista premio Nobel F.A. von Hayek risulta dal funzionamento efficace del libero mercato, almeno secondo Armey e Kibbe.

Il punto chiave è stato il notare che il movimento dei tea party ricorda agli americani che “la decentralizzazione, non una gerarchia tradizionale, è il miglior modo per massimizzare il contributo di ogni singolo partecipante, come le sue conoscenze personali”.

Ma se Armey e Kibbe hanno ragione, se il movimento dei tea party sta davvero creando nuove idee, tattiche di organizzazione sociale e politica innovative, maggiore libertà personale e più ricche opportunità per l’espressione degli individui, perché basta pronunciarne il nome per far trasalire ed infuriare, in un crescendo di isteria e schiuma alla bocca, il tipico sinistro. anche detto “progressista”?

La risposta, come ci spiegano Armey e Kibbe, sta nel fatto che “gli amanti del governo “pesante” sono attirati dalla natura compulsiva dell’autorità centralizzata. Non riescono nemmeno ad immaginarsi un ordine sociale senza direttive, ordini o circolari. Qualcuno deve comandare – qualcuno che la sa più lunga degli altri. Il governo “pesante” è sconsiderato e sommamente presuntuoso”.

Mettendola in maniera diversa, la destra crede nella libertà che viene dal basso, la sinistra ama le incarnazioni moderne dei Guardiani, la razza di re filosofi immaginata da Platone.

Quando osservi la realtà attraverso questa lente interpretativa, buona parte delle apparenti anomalie della politica americana iniziano ad avere molto più senso. Ecco un esempio: meno di due anni dopo aver vinto la presidenza, Barack Obama ha detto che “dopo 18 mesi, non sono stato mai così convinto che la nostra nazione stia procedendo nella direzione giusta”.

Questo sentimento mette Obama in stridente contrasto con due terzi dei suoi concittadini, i quali pensano che stia portando il paese verso l’abisso.

Obama sta andando talmente a sinistra, verso la centralizzazione politica, un’economia diretta dall’alto fatta di comando e controllo ed una mentalità da regolatore folle all’insegna del “Washington ne sa più di voi”, che sta diventando una voce estremista, aliena a gran parte degli americani, i quali pensano che l’autorità debba essere decentralizzata e che le comunità locali debbano permettere agli individui di agire volontariamente per il bene comune.

Il movimento dei tea party è il cuore di quel 70 per cento dei cittadini che temono che Obama abbia portato il paese disperatamente fuori strada. Vogliono cambiamenti fondamentali e non si accontenteranno di altre chiacchiere di Washington, doppi sensi, affari decisi in stanze fumose o promesse rotte senza pensarci due volte.

Gli attivisti dei tea party sono l’avanguardia di un rinnovamento rivoluzionario dello spirito dei Padri Fondatori. Ecco perché ispirano un odio irrazionale e tanta paura in così tante parti della sinistra.

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