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Foto trovata su blog.cleveland.comDick Armey, ex capogruppo repubblicano alla Camera, sul Wall Street Journal canta le lodi del Tea Party, dicendo che è forte proprio perché non ha un leader e non prende ordini dai partiti. Provate ad immaginare Fini che fa un articolo del genere. Non ci riuscite, vero? Lontana l’America…

In ritardo sull’orario solito causa guai al desktop di casa, ecco l’articolo di oggi. Trattasi di un op-ed di Dick Armey e Matt Kibbe, pubblicato sul “Wall Street Journal”, che parla del movimento dei Tea Party. Dick Armey è stato un discreto capogruppo del partito repubblicano alla Camera, quando il GOP era ancora in maggioranza. Quindi la logica politica vorrebbe che uno come lui fosse ansioso di mettere il cappello sul movimento popolare o, magari, di lisciargli il pelo per poi mettersene alla testa. Basterà leggere qualche riga per capire come Armey non voglia fare né la prima né la seconda cosa. Con il suo think tank Freedomworks si sta impegnando per dare una mano ai tanti rivoltosi anonimi che riempiono le piazze spinti solo da un’idea. Oggi ha pubblicato un libro che si propone come “un” manifesto dei Tea Party, ma sembra guidato da intenzioni oneste e da una modestia che sicuramente sarà in grado di superare lo scetticismo di tanti.

Armey forse pecca di ottimismo, ma le sue parole sono comunque importanti, visto che vengono da un membro (forse non di prima linea) di quell’establishment repubblicano che da almeno un anno non sa bene cosa fare con quelle folle oceaniche che non protestano solo contro Obama ma contro il partito trasversale della spesa, degli sprechi, del pork. C’è chi dirà che si tratta di una furbata, di un tentativo di cooptare il movimento, ma verso la fine dell’articolo arriva una dichiarazione bomba. Il Tea Party non ne vuole sapere di essere un alleato del GOP, ma ne vuole prendere il controllo. Le parole precise sono “hostile takeover”, scalata ostile e mi sembrano particolarmente indicate. Da chi venera il libero mercato non ci si poteva aspettare niente di meno. Del “rispetto” del partito di riferimento, non sanno che farsene. Quello che contano sono gli ideali e portare le persone giuste al Congresso, quelle che potranno fare le riforme giuste per restaurare l’ordine scritto nelle tavole della Costituzione.

Viene da pensare a quello che sta succedendo in Italia. Magari non saranno in molti ad essersene accorti, ma il Tea Party è sbarcato anche da noi. Invece di essere stimolato dalle parole di un commentatore televisivo, è nato, quasi per caso, dall’entusiasmo di alcuni ragazzi di Prato, ansiosi di trovare un nuovo modo per portare avanti i loro ideali liberali e libertari. Invece di una specie di esplosione d’attivismo civico, la crescita del movimento italiano è stata ed è lenta, faticosa, piena di ostacoli morali e materiali. Se in America sono passati mesi prima che i media si accorgessero del movimento, da noi quasi subito si è provato ad incasellarlo in questa o quella fazione, cercando padrini o protettori politici. Mentre oltreoceano i gruppi sono sempre locali, nascono, muoiono, si riorganizzano e collaborano in un ribollire di passione politica, da noi, dopo nemmeno un mese, uno dei gruppi coinvolti nel movimento ha deciso di farsi da parte. Sono iniziate subito le discussioni sul simbolo, sulle linee guida, sulla necessità di una struttura nazionale. Di attivismo puro, di entusiasmo popolare, neanche l’ombra.

Un amico giornalista mi ha detto che i ragazzi dei Tea Party sono degli ingenui, degli utopisti, proprio perché si dicono esterni ai partiti ed interessati a far dialogare chiunque sia interessato a limitare l’invadenza dello stato e la crescita perpetua delle spese improduttive. Poco dopo ha aggiustato il tiro, dicendo che, in un momento di confusione politica, stanno solo cercando di farsi notare, per poi accasarsi meglio quando la nebbia della battaglia si sarà diradata. Io, molto modestamente, sono alquanto interdetto. Nonostante abbia partecipato al movimento fin dal primo giorno, gli eventi organizzati (peraltro molto bene) dal coordinamento nazionale non mi hanno entusiasmato. Ho anche cercato di mettere in piedi un gruppo locale nel Basso Valdarno, ma la risposta è stata quantomai tiepida, tale da scoraggiare anche il più entusiasta degli entusiasti. L’Italia non è l’America, d’accordo, ma le differenze tra i movimenti sono monumentali.

I Tea Party statunitensi, anche se non hanno l’ombra di un coordinamento, sono uniti a filo triplo da un’agenda politica semplice e chiara, da ideali condivisi sinceramente e da un senso di urgenza che manca totalmente dalle nostre parti. Da noi, sinceramente, non si vede ancora niente di lontanamente paragonabile: gli slogan sono belli, ma ci vuole anche la sostanza. A parole sono parecchi a sostenere l’iniziativa, ma di aiuti concreti, organizzativi, mediatici, se ne vedono ancora pochi. Forse è un difetto di gioventù, forse il “movimento” non è che l’accostamento di tante anime diverse, di tanti singoli, piccoli capataz in fieri ansiosi di farsi vedere, di guadagnare la ribalta per fare un passo avanti nel cursus honorum bloccato di questa penisola dei caciocavalli, forse manca l’identità comune, forse non si è parlato ancora di questioni pratiche. Forse. Eppure la sensazione non è delle migliori.

A Forte dei Marmi, evento organizzato a solo due mesi dalla nascita del “movimento”, era presente il portavoce del partito di maggioranza relativa, che controlla il governo della nazione e non sembra minimamente intenzionato, nonostante lo proclami dal 1994, a ridurre le voraci pretese del mostro statalista. Ogni tanto spuntano fuori politici che vogliono appropriarsi del “movimento” per usarlo nella lotta tra le correnti che agita il mare della politica. Tutti parlano di teoria, di principi, di belle intenzioni, di quante cose ci sarebbero da fare, se solo le cose fossero diverse. Nessuno dice mai COSA vuol fare, COME vuol scalzare dal potere il partito trasversale della spesa pubblica, QUANDO si passerà dalle belle parole alle azioni politiche. C’è chi dice che è colpa dell’estate, c’è chi pensa che in Italia non sia possibile trapiantare un’esperienza peculiare come quella dei Tea Parties americani. Si parla tanto, si pensa di organizzare eventi, di farsi vedere, di farsi conoscere, ci si rallegra per gli articoli, i servizi televisivi ma di politica se ne fa proprio pochina. Magari questa è solo la lamentazione di chi, come il sottoscritto, di politica inconcludente e senz’anima ne ha vista parecchia e tende a vederla ovunque, anche quando non ve n’è traccia. Forse. Ma penso che fino a quando non si inizierà ad uscire dalle sale convegni, dagli incontri con i “bei nomi” e si inizierà a sporcarsi le mani, portando il messaggio della rivolta fiscale contro lo statalismo direttamente ai cittadini, si andrà poco lontano.

Forse ci vorrebbe meno marketing e più coraggio, meno calcolo e più lucida follia, meno riflessioni dotte e più parole chiare, d’impatto, coraggiose, forse sconsiderate, che colpiscano allo stomaco l’intontito italiano medio, mettendolo a disagio, facendolo sentire (giustamente) responsabile dello sfascio del paese, chiamandolo severamente ai suoi obblighi di cittadino (solo formalmente) libero. Nel “movimento” vedo troppi intellettuali, troppi politici e dannatamente pochi cittadini “normali”. Eppure la rabbia in giro ormai è palpabile, la rivolta, come ho già avuto occasione di dire, sembra davvero dietro l’angolo. Non ho risposte, bacchette magiche o paroline fatate non ne esistono da tempo. Forse ci vorrebbe meno “mestiere” e più ardore, meno voglia di ricevere complimenti e più bisogno di parlare chiaro, fare nomi e scuotere il popolo dal suo torpore secolare. Spero di sbagliarmi, di peccare solo di impazienza, ma credo che l’articolo di Dick Armey dovrebbero leggerselo in tanti, da Bergamo ad Udine, da Prato a Milano, da Torino a Napoli, da Catania a Roma. Speriamo in bene.

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Un manifesto dei Tea Party
Dick Armey e Matt Kibbe
Originale (in inglese): The Wall Street Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il 9 febbraio 2009, Mary Rakovich, un’ingegnere automobilistico recentemente licenziata, partì per un centro convegni a Fort Myers, Florida, con cartelli di protesta, un thermos di acqua minerale ed il coraggio delle sue idee. Si sentiva costretta all’azione, essendo sempre più allarmata dall’esplosione di spese inutili, bailout e sprechi governativi già avvenuti negli ultimi anni dell’amministrazione Bush. Il presidente Barack Obama, insieme al governatore della Florida Charlie Crist, che allora era repubblicano, stava promuovendo il suo piano di spendere mille miliardi di dollari di denaro preso a prestito per “stimolare” l’economia.

Mary non se ne rendeva conto, ma stava per entrare in prima linea di una rivoluzione grass-roots che ribolliva sotto la superficie della nazione. A più di tremila miglia di distanza, Keli Carender, una giovane insegnante di Seattle, membro di una troupe locale di improvvisazione teatrale, si stava sentendo ugualmente frustrata. Iniziò ad organizzare quei concittadini che la pensavano come lei, dicendo “la politica fiscale del nostro paese non è sostenibile. Non puoi continuare all’infinito a spendere denaro che non hai”.

Oggi le fila di questa ribellione dei cittadini contano milioni di sostenitori. Il nome della ribellione deriva dalla memorabile sfuriata del commentatore della CNBC Rick Santelli, che nel febbraio 2009, dalle corbeilles del Chicago Mercantile Exchange, invocò un nuovo “tea party”. Dicendo queste poche parole, ricordò a tutti noi che l’America fu fondata sul principio rivoluzionario della partecipazione dei cittadini, sul loro attivismo e sulla supremazia dell’individuo sul governo. Questo è l’ethos dei tea party.

Il movimento dei tea party è sbocciato, trasformandosi in un potente fenomeno sociale proprio perché non ha un leader, non è diretto da una sola mente, da un partito politico o da un’agenda di parte.

I criteri per partecipare sono chiarissimi: sii fedele ai principi anche quando sembra poco pratico, esprimi con forza le tue idee ma rispetta quelle degli altri, porta il tuo contributo al movimento ma non prenderti il merito per il lavoro degli altri. La nostra comunità si fonda sul Principio del Commerciante: ci associamo solo se siamo d’accordo, per promuovere i nostri ideali comuni e raggiungere obiettivi chiari come riportare la responsabilità fiscale ed un governo che rispetti i limiti fissati dalla Costituzione nel nostro paese. Questi sono i principi che hanno permesso alla marcia dei contribuenti su Washington del 12 settembre 2009 di diventare una delle più grandi manifestazioni di protesta politica nella storia della capitale della nostra nazione.

Le molte filiali del movimento dei tea party hanno creato un mercato virtuale per nuove idee, innovazioni efficaci e tattiche creative. Le migliori soluzioni per organizzare il movimento vengono sempre dal basso, da amici su Facebook, agli incontri settimanali dei club del libro, o dai feed su Twitter. Questo è un meraviglioso caos – o, come diceva F.A. Hayek, l’economista vincitore del premio Nobel, “un ordine spontaneo”.

La decentralizzazione, non una gerarchia tradizionale, è il miglior modo per massimizzare il contributo di ogni singolo partecipante, come la sua conoscenza personale. Lasciate che i leader dei gruppi siano gli attivisti che conoscono meglio le personalità ed i temi importanti nella propria comunità. Nel mondo reale, questo è semplice buon senso. A Washington, D.C. (come a Roma ndApo) questo è considerato rivoluzionario.

La folla degli amanti del governo “pesante” è attirata dalla natura compulsiva dell’autorità centralizzata. Non riescono nemmeno ad immaginarsi un ordine sociale senza direttive, ordini o circolari. Qualcuno deve comandare – qualcuno che la sa più lunga degli altri. Il governo “pesante” è sconsiderato e sommamente presuntuoso.

Per sua stessa definizione, il governo è il mezzo attraverso il quale i cittadini sono costretti a fare quello che non farebbero volontariamente. Come pagare tasse elevate. O redistribuire i soldi delle tasse per salvare dalla bancarotta i fallimentari, gonfiati piani pensione dei dipendenti pubblici. O comprare, costretti dalla legge federale, un’assicurazione sanitaria definita dal governo che è troppo cara, non necessaria o addirittura non voluta.

Per la sinistra, e per il partito democratico di oggi, ogni soluzione a qualsiasi problema richiede più intervento statale – ordini che arrivano dall’alto, da burocrati che pensano di sapere meglio di te quello di cui hai bisogno. I tea partiers rifiutano questa filosofia da stato sociale, questa ridistribuzione e questo controllo forzoso perché sta mandando in rovina il paese.

Mentre il tea party non è un partito politico tradizionale, reti locali in ogni parte del paese sono andate oltre alle proteste, dedicandosi a faccende più pratiche, come far scontare la responsabilità delle loro azioni ai politici eletti a Washington. Già oggi, particolarmente nelle primarie del partito repubblicano, americani che ne hanno avuto abbastanza si stanno affollando ai seggi per mandare a casa gli scialacquatori di denaro pubblico. Stanno appoggiando con convinzione candidati che hanno firmato il Contratto dall’America (Contract From America), una dichiarazione di principi di politica prodotta dalla collaborazione online di centinaia di migliaia di attivisti locali.

Pubblicato lo scorso aprile, il Contratto è una specie di “marchio di garanzia” dei tea party. Richiede politiche fiscali che riducano il governo, taglino le spese, promuovano il libero mercato nella sanità – e l’opposizione all’ObamaCare, agli aumenti delle tasse, ai regolamenti sul cap-and-trade (i certificati verdi che tanti danni stanno creando in Europa ndApo) che distruggeranno la capacità di creare nuovi posti di lavoro e affosseranno la crescita economica. I candidati che hanno firmato il Contratto – tra i quali c’è Marco Rubio in Florida, Mike Lee nello Utah e Tim Scott nel South Carolina – hanno sconfitto repubblicani amanti della spesa pubblica nelle primarie in ogni angolo del paese.

Questi giovani imprenditori legislativi cambieranno i rapporti di potere nel prossimo Congresso, portando con loro un impegno più serio, più adulto ad un governo responsabile e limitato.

Ma fateci essere chiari su un punto: il movimento dei tea party non sta cercando di diventare un alleato minore del partito repubblicano, ma di conquistarne il controllo dall’interno.

I valori americani di libertà individuale, responsabilità fiscale e governo limitato stringono insieme le fila del nostro movimento. Questo rende il tea party migliore di un partito politico. Si tratta di una crescente comunità che potrà sostenersi sulle proprie gambe dopo novembre, assicurando un modo migliore per essere certi che una nuova generazione di rappresentanti del popolo faccia quello che il popolo gli ha richiesto di fare.

Il signor Armey, ex capogruppo alla Camera della maggioranza repubblicana, è il segretario di Freedomworks. Il signor Kibbe è presidente ed amministratore delegato di Freedomworks. Sono gli autori del libro “Give Us Liberty: A Tea Party Manifesto“, pubblicato oggi (ieri ndT) dalla HarperCollins.

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