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Immagine trovata su friday-lunch-club.blogspot.comPreciso come un Hellfire, arriva l’articolo di Jeff Goldberg che discute il possibile attacco israeliano per distruggere le installazioni nucleari iraniane. Avvertimento? No, ennesimo altolà obamiota a mezzo stampa. Vedremo se Bibi si farà prendere per i fondelli o farà di testa sua…

La stampa, ormai, dovrebbe essere considerata la prosecuzione della politica con altri mezzi. Le coincidenze sono troppe per essere viste come accidenti nella normale dialettica intellettuale. Ancora una volta, una delle riviste principe dell’intellighenzija sinistra, usa il proprio sempre meno efficace megafono per soccorrere l’amministrazione del suo “personal Jesus” abbronzato. L’articolo di Jeffrey Goldberg apparso sull’ultimo numero del periodico “The Atlantic” parla di un argomento casualmente molto “caldo”, il quasi inevitabile attacco israeliano contro le installazioni nucleari iraniane. Agendo come un sol uomo, la cosiddetta “classe chiacchierante” si mobilita e riempie la blogosfera di commenti più o meno critici, chiamando ancora una volta alla calma, al dibattito, alla ponderazione ponderosa della questione.

Il fatto che il regime degli ayatollah, che certo non nasconde il suo ardente desiderio di annichilire Israele nel fuoco nucleare, stia per inaugurare il suo primo reattore, viene bellamente ignorato. Le decine di rapporti che ormai danno per scontata la capacità iraniana di arricchire il proprio uranio ad un livello sufficiente per l’uso militare vengono, se non taciuti, almeno sottovalutati. Il balletto di messaggi incrociati nemmeno troppo nascosti che Israele e l’Iran si scambiano da settimane viene soffocato dalle tonnellate di parole che esperti e meno esperti si gettano addosso reciprocamente.

L’articolo di Goldberg, sebbene ben fatto, non può non essere considerato una semplice emanazione della Segreteria di Stato o, forse ancora più probabile, della West Wing stessa. I complottisti potrebbero anche vedere in questo scenario l’improvvida dichiarazione di Obama sulla moschea a Ground Zero, troppo stupida per essere vera, ma forse si rischia di andare troppo oltre. I fatti sono abbastanza chiari: la Persia, stretta nella morsa soffocante del regime teocratico omicida degli ayatollah, rischia il tracollo economico e sociale ed ha un bisogno disperato di serrare le fila della sempre più ribelle opinione pubblica. Cosa di meglio di un bell’attacco del nemico di sempre, quell’Israele sionista, vera spina nel fianco dei regimi del Vicino e Medio Oriente? La leadership della nazione ebraica, che vive sulla propria pelle ogni giorno l’incubo di trovarsi nel mirino di una massa di fanatici sanguinari, osserva la situazione con estrema attenzione e sta mantenendo un contegno ed un silenzio quantomeno sospetto.

La situazione non è delle più semplici: Israele sa bene che un semplice attacco aereo rischia di non distruggere in un sol colpo la capacità nucleare iraniana. Forse non sarebbe nemmeno sufficiente a rimandare i piani degli ayatollah, che ormai sono troppo avanti per essere “bombardati all’età della pietra”. Se una soluzione libica (smantellamento volontario del programma militare con contropartita economica o tecnologica) sarebbe possibile solo con un regime meno fanatico, le scelte sono obiettivamente molto poche. Dato per scontato che la diplomazia, come al solito, non risolve un bel niente ma viene usata dai regimi totalitari solo come cortina di fumo o infinita tattica dilatoria, rimane solo l’uso della forza. Viste le immense difficoltà logistiche e politiche, lo strumento veramente efficace, ovvero un’incursione di forze speciali su larga scala, è quantomeno improbabile. Resta sul campo solo l’opzione mista, l’attacco aereo-navale con armi standoff (missili da crociera), soluzione non ideale, visto che non è certo se i russi abbiano fornito sottobanco agli ayatollah i sistemi di difesa aerea avanzati (il sistema di difesa di teatro integrato S-400 Triunf prima di tutto) che cercano di acquisire da tempo.

Le considerazioni culturali, storiche e politiche di Goldberg, francamente, lasciano il tempo che trovano. La geopolitica è una scienza inesatta ma sommamente pratica, che rifugge la retorica e le chiacchiere vacue. Israele non può permettersi un Iran nucleare e la prospettiva rende parecchio nervosi anche gli altri vicini (dalla Turchia all’Arabia Saudita, fino allo stesso Egitto, che sta cercando di recuperare il tempo perso ma è molto indietro sulla strada nucleare). Ufficiosamente, quindi, non sarebbero molti a piangere se gli aerei con la stella di David facessero una bella Osirak 3 in grande scala, assestando uno schiaffone ai barboni iraniani.

Perché quindi questa sceneggiata a mezzo stampa? Obama, ovvio. I suoi padroni non hanno interesse a nuove avventure militari, non ci guadagnano un dollaro, quindi stanno facendo di tutto per sedare ogni focolaio possibile per aver mano libera nel saccheggio delle casse statali. Visto che la retorica del “grande lettore di teleprompter” si è rivelata un’arma quantomai spuntata, Obama deve usare mezzi più efficaci e chiama in servizio i sempre utili idioti della stampa. Goldberg non scrive un articolo idiota, intendiamoci; sta facendo il suo mestiere, e pure bene. Ma il tempismo è quantomai sospetto e la gran polemica rischia di favorire gli ayatollah, rendendo più difficile la vita di Bibi Netanyahu, che ormai aspetta solo il momento giusto per scatenare Heyl HaAvir. Ancora una volta la stampa entra a gamba tesa nella politica internazionale, sempre dalla parte sbagliata. Qualcuno si stupisce ancora?

L’Apolide si è già espresso a riguardo: Israele attaccherà, forse molto presto. Il suo istinto gli ha fornito anche una data: venerdì 20 agosto, il giorno prima dell’inaugurazione del reattore iraniano, giorno di festa, ideale per minimizzare le vittime civili. Quasi sicuramente sarà un buco nell’acqua, ma se, per puro caso, ci avesse visto giusto, fatemi un favore: non fateglielo sapere. Ancora si vanta di come, nell’ottobre 2003, scrisse di come Mel Martinez, che non si era ancora presentato, avrebbe vinto la gara per il Senato nella Florida. Alla fine Martinez la spuntò con poche migliaia di voti di scarto, scatenando l’entusiasmo dell’Apolide.  Se beccasse questa previsione, finirebbe col diventare insopportabile.

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Discutendo con Goldberg sull’idea dell’attacco israeliano all’Iran
J.J. Gould
Originale (in inglese): The Atlantic
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Nei pochi giorni dalla pubblicazione dell’ultimo numero del “The Atlantic”, la storia di copertina di Jeff Goldberg, “The Point of No Return,” ha già causato reazioni secche, talvolta sopra le righe ed una discussione intensa. Tra le prime risposte, abbiamo notato come sia stata subito riconosciuta la profondità dell’analisi di Jeff e l’importanza dell’argomento del suo articolo. Su “Slate”, Fred Kaplan commenta la questione dicendo:

L’articolo di Jeffrey Goldberg sull’ultimo Atlantic, che esamina la questione se Israele attaccherà (o se dovrebbe) le installazioni nucleari iraniane nei prossimi mesi, è il migliore articolo che abbia letto su questo argomento — una narrazione acuta e bilanciata combinata con un’analisi sofisticata dei dilemmi strategici che si intrecciano.

Qualunque sia la vostra posizione a proposito su cosa debba farsi sul programma iraniano di costruire una bomba atomica … leggetevi il suo articolo prima di continuare a rifletterci sopra.

Qui all’Atlantic, Clive Crook definisce l’articolo “un colpo da maestro”:

Ha preso un problema enormemente importante, una decisione che potrebbe cambiare il corso della storia, che ha causato riflessioni da secoli — e, con la forza della sua analisi e la sua professionalità ha reso tutto quello che era stato scritto in precedenza sull’argomento del tutto inadeguato. Non mi viene in mente un altro articolo che abbia fatto altrettanto.

Alcuni, invece, si sono domandati se la decisione di pubblicare l’articolo non fosse stata spinta da altri motivi e non facesse parte di una “campagna di intimidazione contro l’Iran”, posizione che Jacob Heilbrunn suggerisce sul “National Interest”. Su “Salon”, c’è chi ha deciso di andarci giù ancora più duro: per esempio Justin Elliott scrive che “Jeffrey Goldberg è uscito con un articolo mostruoso il quale, insieme all’illustrazione sulla copertina, servirà a rendere molto più accettabile l’idea che bombardare l’Iran sia una cosa buona e giustificabile”. Trita Parsi, insieme a Stephen Walt su “Foreign Policy”, dipinge l’articolo come l’inizio di una “campagna interventista”. Glenn Greenwald è ancora più secco, descrivendo il tutto come “propaganda”.

Joel Klein — enfatizzando la sua opposizione totale ad ogni attacco contro l’Iran — risponde su “Time”: “non importa cosa ne pensi Jeff [sull’opportunità di un attacco], il suo articolo sull’Atlantic non ha secondi fini — non più di quanti ne avesse il mio articolo del mese scorso che parlava di come la stessa amministrazione Obama avesse ripreso a studiare l’opzione militare”. Jim Fallows affronta le accuse di “guerrafondaio” lanciate contro Jeff ed il suo articolo qui:

O, mettendola in maniera più elegante, l’articolo è forse pensato per preparare il pubblico americano ed i politici alla prospettiva di un attacco contro l’Iran? Molti hanno proposto questa ipotesi. Non sono d’accordo. Penso che chi descrive l’articolo come una perorazione del bombardamento dell’Iran stanno reagendo ancora alle argomentazioni portate per giustificare la precedente guerra (Iraq ndApo).

Jeff Goldberg è stato un forte sostenitore dell’invasione dell’Iraq, mentre io non lo ero — e quelli che non erano d’accordo con lui su quella guerra sono stati pronti, in molti casi, a fare un salto logico e dare per scontato che stesse proponendo un nuovo attacco. Penso che in questo caso si stia rispondendo più al nome dell’articolista che alla sostanza delle argomentazioni. Se questo nuovo articolo fosse stato scritto da qualcuno che si era opposto alla scorsa guerra e che fosse scettico sulla prossima, penso che lo stesso materiale si poteva leggere tranquillamente in maniera opposta — come una rivelazione di quello che il governo Netanyahu si potrebbe preparare a fare. Preso parola per parola, l’articolo mantiene una prospettiva strettamente giornalistica: questo è quello che pensano i dirigenti israeliani, questa è la possibile reazione degli americani, queste sono le voci israeliane che invitano alla cautela, questi altri sono le letture e le possibilità di incomprensioni da entrambe le parti.

Nel frattempo Jeff descrive la sua posizione sull’opportunità di un attacco all’Iran come una “profonda, paralizzante ambivalenza”.

Altrove, la discussione sull’articolo e le sue implicazioni è stata vivace: Tom Socca, su “Slate” critica il tutto, concludendo che Jeff sarebbe “troppo esperto. Ha più informazioni e non sa bene come usarle (ad esempio quando dice che “le civiltà persiane ed ebraica non sono state sempre nemiche … nell’era moderna e fino alla caduta dello Shah nel 1979, Israele ha mantenuto stretti legami diplomatici con l’Iran”)”. Glenn Reynolds rilancia il tutto su “Instapundit”, sottolineando il punto di vista della leadership israeliana, come riportata da Jeff, che considera un Iran nucleare come una minaccia alla propria stessa sopravvivenza: “penso che ci siano alcuni a Washington — ed altrove — che hanno lasciato nei guai Israele, sperando che siano loro a risolvere il problema iraniano per conto nostro, prendendosene la colpa. Non penso che questi ‘leader’ saranno soddisfatti del risultato di questa strategia…”. Steve Clemons riflette sul “Washington Note” su come Jeff descrive gli incentivi razionali che guiderebbero la leadership iraniana, mentre David Rothkopf, su “Foreign Policy”, ribatte alla visione di Clemons sulla logica delle decisioni della leadership iraniana. Ancora su “Foreign Policy”, Amjad Atallah discute delle preoccupazioni arabe per l’ascesa dell’Iran e sul suo possibile ruolo di superpotenza regionale; sul “Christian Science Monitor”, Dan Murphy prova ad esaminare le possibili ripercussioni di un attacco israeliano in Iran: su “Arms Control Wonk”, Joshua Pollack sfrutta l’articolo di Jeff per chiamare ad un dibattito più serrato sui problemi che solleva, specialmente tra i professionisti della non-proliferazione nucleare:

I nerd del nucleare — sapete chi siete, gente — non sono riusciti a fornire contributi efficaci alla conversazione sulla politica iraniana. Sembra che, troppo spesso, ci limitiamo a parlarci addosso, usando il nostro gergo speciale fatto di UF6, SWUs, SQs, LWR, NPT, NFU, BOG, NSG, eccetera eccetera. Tra questi dettagli, il dibattito generale ancora una volta ignora quelle informazioni che, con estrema fatica, la comunità ha prodotto sull’Iran negli ultimi anni.

Ancora sull’Atlantic, Andrew Sullivan — anticipando la risposta più lunga e molto vivace a “The Point of No Return” che pubblicherà presto su queste pagine — enfatizza l’importanza dell’articolo di Jeff e la più ampia necessità di un dibattito intelligente, informato e vigoroso su questo argomento:

Lo scopo di questo periodico, per come la vedo io, è quello di dare spazio ad un dibattito onesto e concreto sui grandi temi del nostro tempo. Penso che l’articolo di Jeffrey sia un esempio classico di quello che dovrebbe essere pubblicato seguendo questa filosofia e di quanto sia orgoglioso che sia questo periodico sia stato il primo a promuovere questo dibattito quantomai necessario. Però, non crediamo che la posizione debba essere univoca. Crediamo nel dibattito quanto più aperto possibile. Non esiste un argomento più grave ed importante di quello che ha affrontato Jeffrey in questo articolo, il problema più spinoso che questo paese dovrà affrontare nei prossimi mesi ed anni.

Su questo punto, su come sia nel nostro DNA di non mantenere una linea univoca su qualsiasi argomento, Andrew parla per tutti noi. Lunedì mattina, Robin Wright dell’United States Institute of Peace inizierà un ibattito che condurremo qui sull’Atlantic fino a mercoledì 25 agosto. A discutere con Robin saranno Elliott Abrams (Council on Foreign Relations); Nicholas Burns (John F. Kennedy School of Government, Harvard University); Patrick Clawson (The Washington Institute for Near East Policy); Reuel Marc Gerecht (Foundation for Defense of Democracies); Marc Lynch (The George Washington University); Gary Milhollin (Wisconsin Project on Nuclear Arms Control); Karim Sadjadpour (Carnegie Endowment for International Peace); insieme ad AndrewJim e ad altri giornalisti dell’Atlantic, incluso, ovviamente, lo stesso Jeff. Speriamo che parteciperete anche voi, mettendoci al corrente del vostro punto di vista ed aiutandoci a far procedere al meglio la conversazione sul problema iraniano.

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