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Foto trovata su myamazighen.wordpress.com
Pascal Bruckner, autore di numerosi controversi libri sul futuro dell’Europa, riassume in un singolo articolo una serie di riflessioni scomode e dolorose che ognuno di noi dovrebbe tradurre nella propria vita.

L’articolo che oggi traduco è forse difficile da leggere, specialmente per un europeo perbene, molto in linea con il pensiero dominante, sempre attento a non offendere nessuna sensibilità altrui e dalla indignazione facile. L’Europa è ormai tanto abituata alla propria satolla indifferente indolenza da aver perso ogni curiosità per quello che avvenga al di fuori dai propri confini, preoccupata com’è dal mantenimento dei privilegi e dai conforts della propria popolazione. La vita dell’Europa è ormai ridotta ad una stanca processione di regolamenti, vincoli, comitati governativi, burocrazie onnipotenti responsabili solo verso i propri padrini economici e politici, vacanze, scandali al sole, leziose discussioni culturali, politicanti pronti a tutto pur di mantenere il potere, anche a mettere minoranza contro minoranza, poveri contro poveri, ignoranti contro ignoranti.

Attorno a noi, le stesse libertà che diamo ormai per scontate sono del tutto ignorate, si moltiplicano le atrocità, le offese alla dignità umana e a tutto quello che abbiamo, a parole, di più sacro ed inviolabile. Ma l’Europa non è disposta a fare un bel niente per difendere queste libertà, a parte intavolare infinite discussioni, conferenze diplomatiche, tavole rotonde, magari in località amene e ben rifornite di ogni lusso, più o meno legale o morale. L’Europa si infervora solo quando si parla di argomenti assurdi, ridicoli o del tutto irrilevanti, come le varie follie ambientaliste o le infinite mostruosità burocratiche, come le dispute sulle quote latte o le guerre puniche sulle dimensioni e la curvatura delle banane. Nessuno pensa più ai principi fondamentali della nostra civiltà, nessuno è pronto non dico a morire per Danzica, ma nemmeno a sacrificarsi per Sarajevo, cuore pulsante della cultura balcanica, europea per eccellenza.

Pascal Bruckner, autore dell’articolo che trovate qui sotto, è assurto agli onori della cronaca culturale francese per una serie di libri che coraggiosamente parlano del declino dell’Europa, della sua ossessione per l’autoflagellazione, della sua infinita vigliaccheria morale, intellettuale e culturale. Il nostro piccolo mondo asfittico è maledettamente limitato, claustrofobico, perseguitato dalla regolamentite acuta dei governi locali, regionali, nazionali ed europei, sempre più abituato a guardarsi l’ombelico e preoccupato solo della prossima vacanza o della prossima macchina, o dell’oggetto alla moda più in voga.

L’Apolide, modestamente, non sa bene se essere d’accordo con le conclusioni di Bruckner: nella sua retorica si sentono troppi echi delle argomentazioni galliche, dell’ansia francese per il ritorno all’Impero, degli interessi nemmeno troppo nascosti del complesso militare-industriale francese, l’unico rimasto nel Vecchio Continente. Ma le cose da condividere non mancano. Non capisco bene quali siano le ragioni alla base del disprezzo europeo per la propria gloriosissima cultura, forse perché non lo condivido neanche lontanamente. Forse per questo che, quando ho soggiornato “im Herzen Europas”, non mi sentivo affatto a casa. In Germania c’è chi è pronto a fare polemica per i festeggiamenti delle vittorie al mondiale di calcio perché ha paura di vedere troppe bandiere nazionali sventolate per strada. Nell’economia più grande dell’Europa, esistono comitati di saggi molto gne-gne che scansionano il dizionario alla ricerca di parole da eliminare perché ricordano troppo un passato da demonizzare in ogni modo: secondo questi sommi censori, l’aggettivo “entartene” andrebbe eliminato, perché ricorda troppo l’espressione di Goebbels “entartene Kunst” (arte degenerata). A me queste cose hanno sempre fatto ridere, ma in un paese triste e senz’anima come la Repubblica Federale Tedesca è una questione seria.

Vi risparmio le solite considerazioni pessimistiche dell’Apolide, ma chiudo con una semplice constatazione. Attenti ai colpi di sole. Il fatto che la cultura, l’accademia e il giornalismo siano occupati militarmente dalla sinistra rischia di deformare le percezioni dei sentimenti del pubblico. Personalmente, conosco moltissime persone, giovani e meno giovani, che non potrebbero essere più lontane dai sentimenti disfattisti illustrati da Bruckner. Ricordiamoci che il pensiero unico della stampa non è un riflesso fedele di come la pensi la gente normale. L’avanzata islamista non suscita piegamenti di ginocchia o sentimenti di resa, ma reazioni tanto istintive quanto feroci, segno che ad aver già dato per persa la battaglia non sono i cittadini comuni, ma gli intellettuali o i politici furbetti.

Altro non saprei che dire, solo che l’articolo di Bruckner andrebbe letto con attenzione e magari discusso tra la comunità liberali, libertarie e conservatrici del continente europeo. Se non saremo noi a strappare il velo dell’ipocrisia e la dittatura del pensiero unico, tutto sarà perduto. La guerra vera non è fatta con le armi, ma con argomenti ragionati, coraggio e cultura. Tempo di combattere davvero, purtroppo, ce ne sarà parecchio quando le cose andranno a scatafascio. Affrettare i tempi non ha molto senso…

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La cattiva coscienza dell’Europa
Pascal Bruckner
Originale (in inglese): City Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

L’Europa non sta invecchiando bene. Più di mezzo secolo dopo aver iniziato il cammino che ha portato all’Unione Europea, è al massimo un grande mercato senza una personalità politica o militare definita – uno che inoltre è sempre meno importante nella politica internazionale. La vecchia battuta di Henry Kissinger sul fatto che l’Europa non avesse un numero di telefono è più importante che mai. Cosa è successo? Si potrebbero citare molti fattori: la permanenza degli egoismi nazionali; la preponderanza dei due più grandi paesi fondatori dell’UE, Francia e Germania; il distacco della Gran Bretagna e la sua prontezza nel rispondere alle istruzioni di Washington; il disequilibrio creato dall’accesso degli ex-satelliti dell’Unione Sovietica. Ma il fattore più decisivo senz’altro è stato il fatto che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Europa è stata tormentata dal bisogno di espiare le proprie colpe.

Perseguitata dai crimini del passato (schiavitù, imperialismo, fascismo, comunismo), l’Europa vede la sua storia come una serie di omicidi e saccheggi che sono culminati in due conflitti globali. L’europeo medio, uomo o donna, è un individuo estremamente sensibile, sempre pronto a provare pietà per ogni male del mondo e farsene immediatamente carico, chiedendosi sempre cosa può fare il Nord per il Sud, invece di chiedersi cosa possa fare il Sud per conto proprio. Chi è nato dopo la Seconda Guerra Mondiale è certo di appartenere alla feccia dell’umanità, una civiltà esecrabile che ha dominato e saccheggiato gran parte del mondo per secoli in nome della superiorità dell’uomo bianco. Dall’11 settembre, per esempio, una maggioranza di europei ha sentito che, nonostante la nostra compassione per le vittime, gli americani se l’erano cercata. La stessa logica è prevalsa quando si è trattato degli attacchi terroristici a Madrid nel 2004 e a Londra nel 2005, quando sono state parecchie le “anime belle”, sia a destra sia a sinistra, a dipingere i terroristi come persone sfortunate che protestavano contro la ricchezza insolente dell’Europa, la sua aggressione in Iraq o Afghanistan, oppure il suo stesso modo di vivere.

L’Europa sicuramente ha generato mostri, ma ha, allo stesso tempo, dato origine alle idee che hanno reso possibile sconfiggerli. La storia europea è una successione di paradossi: il potere arbitrario feudale ha dato il via alla democrazia; l’oppressione ecclesiastica alla libertà di coscienza; le rivalità nazionali al sogno di una comunità sopranazionale; le conquiste oltremare all’anticolonialismo; e le ideologie rivoluzionarie che hanno generato il movimento anti-totalitario. L’Europa ha inviato eserciti, missionari e mercanti in terre lontane, ma ha anche inventato l’antropologia, che non è che un modo di vedere il mondo attraverso gli occhi dell’altro, mettendosi al di fuori da sé stesso per avvicinarsi meglio allo straniero. L’avventura coloniale è stata uccisa da questa contraddizione fondamentale: l’assoggettare interi continenti alle leggi della stessa madrepatria che insegnava ai propri soggetti coloniali l’idea del diritto di una nazione a governarsi autonomamente. Lottando per la propria indipendenza, le colonie non stavano facendo altro che applicare ai loro padroni le stesse regole che avevano imparato nelle scuole europee.

Fin dall’epoca dei Conquistadores, l’Europa ha perfezionato l’arte di coniugare progresso e crudeltà. Ma una civilizzazione che è stata responsabile sia delle peggiori atrocità sia dei successi più sublimi non può definirsi solamente in termini di colpa. Il sospetto che accompagna i nostri successi più brillanti rischia di degenerare sempre nell’odio per sé stessi e nel facile disfattismo. Oggi viviamo sull’auto-denuncia, come se dovessimo sempre qualcosa ai poveri, ai meno fortunati, agli immigrati – come se il nostro solo dovere fosse quello di espiare le colpe, senza fine, restituendo perennemente quello che abbiamo preso dal resto dell’umanità, fin dal primo giorno. Questa ondata di pentimento dilaga tra i nostri governi come un’epidemia. Un’auto coscienza è una cosa commendevole e persino salutare, ma il pentimento non deve limitarsi a certe parti, mentre si accorda automaticamente la patente di innocenza e bontà a chiunque dica di sentirsi perseguitato.

Gli Stati Uniti, nonostante abbiano le loro colpe, hanno mantenuto la capacità di combinare l’auto-critica con l’auto-affermazione, dimostrando un orgoglio che manca all’Europa. Ma il nostro peggiore nemico siamo noi stessi, con la nostra visione penitenziale del passato, la sua colpa corrosiva ed un’attenzione tanto estrema a non offendere nessuno da risultare nella vera e propria paralisi. Come possiamo aspettarci di essere rispettati dagli altri se siamo noi stessi a non rispettarci, se i nostri media e la nostra letteratura non fanno che dipingere i nostri tratti peggiori? La verità è che gli europei non si piacciono più, o almeno non si piacciono abbastanza da superare il loro disprezzo per sé stessi e mostrare il fervore quasi religioso per la propria cultura che è così prevalente negli americani.

Ci dimentichiamo molto spesso che l’Europa moderna non è nata in un periodo di rinascita culturale, come gli Stati Uniti, ma dalla stanchezza per i massacri. Sono stati necessari i disastri totali del ventesimo secolo, incarnati da Verdun ed Auschwitz, perché il Vecchio Continente inciampasse sulla virtù, come una vecchia baldracca che passa direttamente dalla lussuria più totale alla devozione religiosa assoluta. Senza i due conflitti mondiali e la loro sfilata di orrori, non avremmo mai conosciuto questa aspirazione per la pace – che spesso è difficile da distinguere dalla voglia di riposarsi. Siamo diventati saggi, forse, ma con la saggezza ingoiata a forza da un popolo brutalizzato dai massacri e rassegnato a progetti più modesti per il futuro. L’unica ambizione che ci è rimasta è quella di sfuggire alle furie dei nostri tempi e confinarci volontariamente all’amministrazione economica e sociale.

Se l’America è un progetto, l’Europa è un rimpianto. Tra poco sarà ridotta a poco più del residuo dei sogni abbandonati. Abbiamo sognato una grande società diversa nella quale potessimo vivere bene, inseguire i propri desideri personali e, se possibile, diventare ricchi – tutto questo mentre vivevamo accanto a grandi opere culturali. Questo era un progetto sicuramente degno e una condizione così calma sarebbe stata perfetta in un tempo di grande serenità, in un mondo che avesse finalmente raggiunto la “pace perpetua” di Kant. Ma il contrasto tra le storie che noi europei ci raccontiamo sui diritti, la tolleranza, il multilateralismo e le tragedie che vediamo nel mondo che ci circonda – nella dittatoriale Russia, nell’aggressivo Iran, nell’arrogante Cina, nel Medio Oriente diviso, non potrebbe essere più stridente. Ne vediamo i riflessi nel cuore delle nostre grandi città, nella doppia offensiva del terrorismo islamista e dei gruppi fondamentalisti che puntano a colonizzare le menti ed i cuori per islamizzare l’Europa.

Non c’è niente di più insidioso di una colpa collettiva tramandata da generazione a generazione, che stampa su un popolo una specie di marchio indelebile. La penitenza non può definire un ordine politico. Come non c’è la trasmissione ereditaria dello status di vittima, non si trasmette lo status di oppressore. Il dovere della memoria non comporta né la purezza né la corruzione automatica dei nipoti e dei bisnipoti. La storia non si divide tra nazioni peccatrici ed angeliche ma tra democrazie, le quali riconoscono i propri errori, e dittature, che si avvolgono nelle vesti dei martiri. Nello scorso mezzo secolo abbiamo imparato che ogni stato si fonda sul crimine e la coercizione, inclusi quelli che sono appena arrivati sul palcoscenico della storia. Ma se ci sono stati capaci di accettare questa verità e guardare la barbarie dritta negli occhi, ce ne sono molti altri che pretendono di discolparsi dalle colpe di oggi semplicemente citando l’oppressione di ieri.

Ricordiamoci di questo semplice fatto: l’Europa ha già sconfitto i propri mostri più orribili. La schiavitù è stata abolita, il colonialismo abbandonato, il fascismo sconfitto ed il comunismo schiantato. Quale altro continente può dire altrimenti? Alla fine, il buono ha trionfato sull’abominio. L’Europa è l’Olocausto, ma è anche la distruzione del Nazismo; è il Gulag, ma è anche la caduta del Muro; l’imperialismo, ma anche la decolonizzazione; la schiavitù ma anche la sua abolizione. In ogni caso c’è una forma di violenza che non solo è stata lasciata indietro ma addirittura delegittimata, un processo che è andato avanti sia nella civiltà sia nelle leggi. Dopo tanto lottare, la libertà ha trionfato sull’oppressione, ecco perché si vive meglio in Europa che in molti altri continenti e perché persone da ogni parte del mondo stanno cercando di entrare in Europa, mentre il continente affoga nel senso di colpa.

L’Europa non crede più nel Male, ma solo nelle incomprensioni, che possono essere sempre risolte tramite il dialogo. Non ha più nemici, ma solo partner commerciali. Pensa che, se tratterà bene gli estremisti, questi le useranno la stessa cortesia, riuscendo quindi a disarmare la loro aggressività ed ammorbidirne i tratti più truci. L’Europa non sopporta più la Storia, perché la considera un incubo, un campo minato dal quale è uscita dopo aver pagato un pesante tributo, prima nel 1945, poi nel 1989. E, visto che la Storia continua anche senza di noi, e le nazioni emergenti stanno recuperando la loro dignità, il loro potere e la loro aggressività, l’Europa è lieta di lasciare che siano gli americani a comandare, sempre riservandosi il diritto di criticarli violentemente quando sbaglino. C’è un dato interessante: l’Europa è l’unica regione del mondo dove le spese militari calano ogni anno; non abbiamo eserciti in grado di difendere le nostre frontiere se fossimo così sfortunati da essere attaccati; dopo la crisi di Haiti, Bruxelles non è stata in grado di inviare nemmeno poche migliaia di soldati per aiutare le vittime del disastro. Siamo bravissimi a decidere le dimensioni delle banane o la composizione dei formaggi, ma non sappiamo creare un esercito degno di questo nome.

Nei suoi momenti peggiori, l’Europa cerca la pace ad ogni costo, anche quella che San Tommaso d’Aquino chiamava “cattiva pace” – una che consacri l’ingiustizia, il potere arbitrario, il terrore, una pace detestabile pregna di conseguenze nefaste. L’Europa teorizza la pace per tutti, ma si accontenta spesso e volentieri di conservare la propria e basta. L’Europa ha avuto una storia, mentre l’America è ancora impegnata a scriverla, animata da una tensione escatologica verso il futuro. Se quest’ultima fa talvolta errori gravi, l’Europa non ne fa perché semplicemente non tenta nemmeno di agire. Per l’Europa non considera più la prudenza come l’arte, difesa dai maestri dell’antichità, di cercare il proprio cammino in una situazione complicata. Odiamo l’America perché è ancora in grado di fare la differenza. Preferiamo l’Europa perché non è più una minaccia per nessuno. La nostra repulsione per la prima è una specie di omaggio, mentre la simpatia per la seconda una dichiarazione di disprezzo.

A cosa serve tutta questa animosità per l’Europa? A depurare i nostri errori ed evitare di ricadere negli errori del passato? Forse. Ma viene sempre più usata per giustificare la rinuncia a qualsiasi azione politica. Se il Vecchio Continente preferisce sempre il senso di colpa alla responsabilità, è perché il primo è meno ingombrante; quindi è una scelta dettata da una cattiva coscienza. La nostra disperazione indolente ci porta non a combattere l’ingiustizia ma a cercare modi per coesisterci. Ci rallegriamo per la nostra tranquilla impotenza per prendere casa in un pacifico inferno. Ci permettiamo di essere travolti dalla colpa, un ruolo che adottiamo volontariamente per non essere responsabili di fronte a nessuno ed evitare di prendere parte agli affari internazionali. Il rimorso è quindi una miscela di buona volontà e cattiva fede: un desiderio sincero di sanare le ferite del passato e l’inconfessabile desiderio di essere lasciati in pace. Alla fine, i debiti verso i morti del passato prevalgono sempre sui doveri nei confronti di chi è ancora vivo. Il pentimento fa di noi un popolo che si scusa continuamente per i crimini del passato per ignorare meglio quelli che avvengono oggi.

L’Europa ha sviluppato una fanatica fede per la modestia ma se non può decidere i destini dell’intero pianeta, deve almeno giocare un ruolo, mantenere il proprio ruolo di promotore della giustizia e della legalità ed acquisire quei mezzi militari e politici che rendano possibile esercitare la propria influenza benefica. Alla fine, la penitenza perenne è una scelta politica; significa scegliere di abdicare le proprie responsabilità, ma questo non ci immunizza in alcun modo dal commettere nuovi errori. La paura di ripetere gli errori del passato ci rende troppo indulgenti nei confronti delle tragedie dell’oggi. Preferendo l’ingiustizia al disordine, il Vecchio Continente rischia di essere travolto dal caos, vittima di una resa incondizionata scambiata per dimostrazione di saggezza.

Abbiamo pensato per molti anni che l’Europa fosse il futuro della Svizzera. Ma se fosse vero il contrario? Se il futuro dell’Europa fosse di diventare una grande Svizzera – se il pericolo vero fosse la “svizzerizzazione”? In quel caso, il nostro continente, invecchiato ed in declino, sarebbe ridotto ad un sanatorio di gran classe – pronto ad essere smembrato pezzo per pezzo dai predatori e pronto a rinunciare alla propria libertà solo per guadagnare un attimo di quiete e confort.

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