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Foto trovata su myspace.comPeggy Noonan, editorialista del Wall Street Journal ed ex scrittrice dei discorsi di Ronald Reagan, lancia l’allarme: la classe dominante vive in un mondo parallelo, il popolo americano non li regge più, la pressione monta e tra poco niente potrà fermare la rabbia del pubblico. Mah…

Solitamente non sono entusiasta al pensiero di tradurre articoli provenienti da grandi giornali o da autori famosi: penso che la mia modesta opera sia più utile quando applicata a bloggers o giornalisti meno conosciuti, i quali potrebbero beneficiare di più da quel minimo di esposizione che possa garantirgli questo piccolo blog. Ma l’articolo che Peggy Noonan ha pubblicato qualche giorno fa sul “Wall Street Journal” è troppo importante per non essere tradotto e portato alla conoscenza dei frequentatori dell’antro e, magari, dei blog ad esso vicini. Il pericolo che la Noonan mostra in maniera così eloquente è presente non solo in America, ma in tutto l’Occidente e rischia di far saltare non solo la grande repubblica statunitense, ma anche gli stati socialisti europei ed asiatici.

Se la Noonan si stupisce nel constatare quanto gli americani abbiano abbandonato il loro tradizionale “can do” spirit e vedano il futuro in maniera molto pessimista, noi italiani dovremmo averci fatto il callo, visto che questa visione del mondo appartiene da sempre al nostro carattere nazionale. Mentre l’editorialista americana guarda con sgomento l’oceano che separa la classe dirigente dai problemi della gente “normale”, da noi questa non è affatto una novità, visto che gli italiani da decenni considerano i dirigenti politici come una classe parassitaria, nullafacente ed incompetente che lucra sulle disgrazie del resto della cittadinanza.

Allora tutto bene? Non dobbiamo preoccuparci che la pressione salga troppo, rischiando di far saltare i legami sociali ed aprendo le porte a qualsiasi tipo di soluzione autoritaria ed illiberale? L’Apolide pensa che, proprio perché le cose da noi vanno così male, dovremmo temere fortemente che il tessuto sociale si disintegri ed i demoni del totalitarismo risorgano dal cestino della storia per tornare a perseguitarci.

Perché un pericolo del genere non riguarda gli Stati Uniti? Oltreoceano esiste ancora una solida maggioranza di persone che diffidano dello stato, sono spinte da istinti morali solidi e guardano con disgusto all’entusiasmo squallido con il quale la classe dirigente americana spreca i soldi pubblici, si indebita oltre ogni limite, vivendo vite da aristocratici di altri tempi e pensando sempre che sarà il popolo bue a pagargli i conti.

Peggy Noonan e altri autori, negli ultimi giorni, hanno iniziato a lanciare allarmi (o chiamate alle armi) sulla possibilità di una nuova rivoluzione americana che, di fronte alla spudorata indifferenza della cosca statalista che ha occupato le istituzioni della Repubblica, sarebbe l’unico modo per cacciarli a pedate e difendere i valori fondatori dell’Unione. Forse questi scrittori e giornalisti si sono fatti prendere la mano e rischiano di cadere nella trappola più infida di Obama e dei suoi compari socialisti. Leggete il libro di Saul Alinsky; l’unico modo per sconfiggere un’insurrezione popolare è quello di pungolarla così tanto da costringerla a passare alle vie di fatto. Quando la dialettica lascia il posto alla violenza, lo Stato vince sempre. Ecco il perché delle vacanze scandalosamente lussuose di Michelle Obama, del matrimonio da Versailles di Chelsea Clinton e le azioni del governo che spesso sembrano così sfacciate da essere pensate apposta per far infuriare i Tea Party.

Se i patrioti del Tea Party terranno i nervi saldi, a novembre riusciranno ad indebolire la macchina infernale obamiana ma dovranno sopportarla ancora per parecchio tempo. Se invece avranno spazio gli estremisti che sognano il rovesciamento violento delle istituzioni, faranno la stessa fine dei radicali comunisti degli anni ’60 e ’70, gli stessi cattivi maestri che stanno guidando le mosse della marionetta abbronzata.

Da noi cosa succederà? Dio solo lo sa. Anche l’Apolide non sa cosa pensare. La situazione è così disperata, le reazioni popolari così stanche e limitate da non lasciare spazio alla speranza. Se a parlare saranno solo gli statalisti ed i soliti cattivi maestri sinistri, se la destra continuerà a scannarsi per spartirsi le spoglie del cadavere politico del deus ex machina della Seconda Repubblica, che ai più sembra ancora vivo e vegeto, ci sarà poco da stare allegri.

L’Apolide ha sempre una valigia vicina al letto, a scanso di equivoci. Magari esagera come al solito, ma se fossi in voi cercherei di mantenermi ogni opzione aperta. Come si dice, spera in meglio ma preparati al peggio.

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L’America rischia di esplodere
Peggy Noonan
Originale (in inglese): The Wall Street Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Ovviamente è autoreferenziale citare sé stessi, ma serve ad uno scopo ben preciso. Scrissi queste parole il primo dell’anno del 1994. L’America 16 anni fa era una nazione relativamente soddisfatta, anche se piena di tensioni politiche: dieci mesi più tardi i repubblicani avrebbero preso il controllo della Camera per la prima volta in 40 anni. Ma sotto la superficie, pensavo stesse arrivando un malessere. Qualcosa mi stava suggerendo che non stessimo vivendo “la placida alba di un’era pacifica, ma la calma illusoria che succede tra due violenti temporali”.

La temperatura nel mondo era molto alta. “Sul fronte interno, alcune tendenze – il crimine, la tensione culturale, una certa balcanizzazione culturale – temo continueranno; altre peggioreranno. Nei miei momenti più cupi, ho un pessimo presentimento. Lo sfilacciarsi dei legami che ci tengono insieme, la stranezza e l’anomia della nostra cultura popolare, l’aumento delle comunità segregate … il crescente radicalismo del politically correct … l’aumento incontrollato da parte di ogni livello di governo per i soldi dei cittadini, il relativo successo col quale stiamo comunicando ai giovani americani la ragion d’essere ed i principi fondatori di questa nazione, la crescita del numero di città nelle quali l’inglese sta diventando la seconda lingua … queste tendenze potrebbero combinarsi a qualche punto nel futuro, durante le nostre vite e produrre risultati molto dolorosi. Posso immaginarmi, per esempio, che attorno all’anno 2020 possa sorgere un movimento in alcuni stati per staccarsi dall’Unione. Il che non potrebbe che produrre una vicenda drammaticamente Lincolniana … Saprete che le cose stanno iniziando ad andare per il peggio quando Newsweek e Time, sempre che esistano ancora tra 15 anni, inizieranno a pubblicare storie su un trend sorprendente e preoccupante: i “baby boomers” che, una volta in pensione, lasciano l’America, portandosi dietro i propri risparmi per vivere il resto delle loro vite in posti come l’Africa o l’Irlanda”.

Ho ripensato a queste parole l’altro giorno, quando Drudge ha fatto un titolo sulle file crescenti di americani a Londra che restituiscono il passaporto per ragioni fiscali, e la vendita di Newsweek per un dollaro.

I nostri problemi come nazione stavano aumentando da molto tempo. Si poteva prevedere che crescessero e le implicazioni future di tale aumento. Ma c’è una cosa che è nuova rispetto al 1994 e potenzialmente gravissima. Si è consolidato dopo il crollo del 2008, ma le ragioni per questo fenomeno non erano limitate al crollo.

Il più grande cambiamento politico che ho visto nella mia vita è che gli americani non danno più per scontato che i propri figli staranno meglio di quanto sono stati loro. Questa è un’enorme rottura col passato, con le tradizioni e lo spirito che ci hanno plasmato come nazione.

La nazione nella quale sono nata era un paese che era esistito stabilmente, per quasi due secoli, come un posto nel quale tutti pensavano – non importa dove fossero nati o in quali circostanze – che i loro figli avrebbero condotto una vita migliore della propria. Questo era il pensiero che spingeva le persone a mettersi gli stivali la mattina, dopo un primo momento di sconforto: “i miei figli staranno meglio di me”. Saranno più ricchi o meglio educati, avranno un lavoro migliore o una casa più grande, saliranno un gradino nella scala sociale, apparterranno ad una classe più elevata della loro. L’America ha sempre detto (e voluto) essere una nazione che si preoccupava poco delle classi sociali. Ma l’America è fatta di uomini. Pieni di ammirazione, non d’invidia, si riferivano alla “famiglia più ricca della città”. Leggete i libri di Booth Tarkington sull’Indiana alla fine del secolo scorso. Tutti non parlavano di altro che di migliorare la propria posizione sociale.

I genitori ora hanno paura che il meccanismo si sia fermato. Pensavano di vivere in un periodo di grande abbondanza, in un periodo di crescita di ricchezza e confort materiali storici. Avevano ragione e si sono divertiti, con loro anche i propri figli: un mucchio di giocattoli in quell’era, tante Xbox ed iPhones (chi è la persona che si autoflagella con più ferocia oggi in America? Chi non se l’è spassata durante gli anni dell’abbondanza). Ma si guardano attorno, seguono i dibattiti della politica e sentono nel profondo dell’anima che i propri figli vivranno in un paese più limitato, dove i lavori non saranno creati abbastanza in fretta, dove le tasse – troppe persone sedute sul carro e pochi a tirarlo – li scoraggeranno, dove gli effetti di trent’anni di una cultura triste e limitata lasceranno il paese nel caos. Poi c’è il resto del mondo: pazzi scatenati con armi nucleari eccetera.

Gli ottimisti pensano che se riusciremo a cambiare qualcosa, i loro figli potranno vivere… più o meno altrettanto bene. La nazione che erediteranno sarà… più o meno altrettanto ricca. Ed è uno shock rendersi conto che la pensiamo in questo modo: il pessimismo non fa parte del DNA dell’America. Ma non si tratta di pessimismo, più che altro è una specie di consapevolezza indurita dalla realtà, combinata, in gran parte dei casi, con un impegno quotidiano e personale a tirare avanti nonostante tutto.

Ma i nostri leader politici si rendono forse conto di quello che le persone “normali” sentono nel profondo dell’anima? Non si comportano come se ne fossero davvero al corrente. Penso che il loro distacco da come la pensano le persone “normali” è più pericoloso e preoccupante di quanto non lo sia mai stato nel passato. Ho iniziato a rendermene conto negli anni ’80, quando la distanza tra la classe “pensante”, come vengono definiti politici, giornalisti e professori universitari, e quelli che, mancando una parola migliore, diciamo che vivono delle vite “normali” è diventata un oceano. I due gruppi sono mossi da ragioni diverse, preoccupati per cose diverse, hanno interessi diversi e una visione del mondo radicalmente diversa.

Questo oceano non è mai stato così vasto come oggi. Penso che ormai sia un ostacolo insormontabile. A Washington non sembrano guardarsi intorno e chiedersi “Hmm, questa nazione è nei guai, ha bisogno di una mano”. Pensano ad altro. Non sono sicura che capiscano che oggi è lo stesso Sogno Americano che ha bisogno di incoraggiamento e protezione. Non sembrano rendersi conto di come le cose vadano nel resto del paese.

Quindi vanno, fanno le loro scelte, cambiano questo, si occupano di quello e mantengono la situazione vicino al punto di ebolliione. Questo in un momento mentre le persone sono già al limite della sopportazione.

Per fare un solo esempio dagli ultimi dieci giorni, il governo federale sta continuando il suo scontro con lo stato dell’Arizona su come affrontare l’immigrazione illegale. La nostra “classe pensante” pensa, in generale, pensa che dei confini essenzialmente aperti o permeabili siano una cosa positiva, o non particolarmente negativa. Chi vive una vita “normale” e si preoccupa per il futuro del nostro paese, la pensa in maniera ben diversa, pensando qualcosa tipo “viviamo in uno stato di welfare ed abbiamo appena espanso le coperture sanitarie. La disoccupazione è in aumento. Non è che ci potremmo fermare un attimo, fermare l’immigrazione illegale ed assorbire gli illegali già presenti nel nostro territorio?”. La risposta, in pratica, è un bel no.

L’ironia è che, se fermassimo il flusso incontrollato di illegali e togliessimo quindi la sensazione di emergenza nazionale che genera, col passare del tempo una riforma complessiva della materia seguirebbe naturalmente. Perché non manderemo mai indietro quei 10-15 milioni di immigrati illegali che sono già in America: non metteremo bambini piangenti su un milione di autobus, non fa parte della nostra natura (ma i nostri leader sanno ancora qualcosa della natura del nostro popolo?). Col passare degli anni, quelli che sono qui sarebbero assorbiti e tutti nel paese si renderebbero conto dei benefici derivati dall’integrarli nel sistema fiscale. Quindi è ironico che i nostri leader non facciano quello che, alla fine, gli consentirebbe di ottenere quello che dicono di volere, ovvero una riforma complessiva dell’immigrazione.

Quando gli adulti in una grande nazione sono pessimisti sul futuro, quando i leader politici prendono azioni che rivelano quanto siano lontani dalle preoccupazioni – anche dalla stessa natura – dei propri concittadini, le cose non possono che peggiorare. Questi cittadini sentono di non poter cambiare il proprio destino in alcun modo.

Pessimismo interiore e sentirsi impotente: questa è una combinazione molto pericolosa.

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