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Immagine trovata su cristyli.comArt Laffer sul WSJ dice che alzare le tasse ai “ricchi” non farà che allungare a dismisura la recessione e porta prove concrete. Fareed Zakaria su Newsweek se la prende con i tagli delle tasse di Bush e chiede ad Obama di aumentargli le tasse in quanto “ricco”. Ormai non è un dibattito, ma una crociata…

Un segnale evidente della degenerazione del dibattito politico è la trasformazione di ogni discussione in una guerra santa per la difesa del Sacro Ideale. Se nella nostra penisola dei caciocavalli ormai abbiamo fatto il callo a queste crociate dei bambini, dove tutto è sacrificabile (e sacrificato) sull’altare dell’odio politico, vedere comportamenti del genere in quella che fino a poco tempo fa era considerata la patria della libertà e del libero pensiero fa una certa impressione. Niente affatto positiva, peraltro. La questione delle tasse sui “ricchi” è solo l’ultimo esempio di questa degenerazione. Visto che in economia a contare sono i numeri, la discussione sembrerebbe esaurita: studi su studi hanno provato come la cosiddetta “curva di Laffer” non sia una trovata propagandistica dei cattivi repubblicani, ma una realtà verificata e verificabile nel mondo reale. Aumentare le tasse a chi guadagna di più è una manovra suicida, in quanto riduce non solo le spese di questa fascia di popolazione, ma anche gli investimenti produttivi, l’apertura di nuove imprese, le assunzioni di nuovi dipendenti e chi più ne ha più ne metta. Senza considerare che, qualora le tasse dovessero diventare punitive, le soluzioni ai “ricchi” non mancano di sicuro: o fanno come in America (vendono tutto e riaprono altrove) o seguono la strada italiota (evadono spudoratamente le tasse). Nonostante i fatti, c’è ancora chi, sempre dalla parte sbagliata della storia, continua a chiedere a gran voce misure punitive contro i ricchi bastardi che si sono ingrassati con il sangue della povera gente. Più tasse, più soldi, che ci vuole, lo capirebbe anche un bambino! Certo, gli studi che dimostrano il contrario sono irrilevanti quando si tratta di convincere i soliti idioti che la colpa delle loro disgrazie è sempre di qualcun altro. Ieri gli ebrei, oggi i ricchi – ma non tutti i ricchi, solo quelli che non ci danno i soldi e non sono tanto belli e tanto buoni. L’Apolide osserva leggermente disgustato lo stato pietoso della sinistra mondiale e continua a chiedersi come possano esistere persone di buon senso e in possesso delle piene facoltà mentali che continuino a prendere sul serio certi loschissimi figuri. Poi, visto che il compito del giornalista non è quello di pontificare su come dovrebbero andare le cose ma semplicemente di riportare quanto più correttamente possibile lo stato attuale della situazione, riguarda l’articolo, si stringe nelle spalle e bofonchia qualcosa tipo “il nostro l’abbiamo fatto, pigia Pubblica e chi s’è visto s’è visto”. Stavolta, invece di iniziare a discutere come al solito, mi sa che seguirò il suo consiglio. Non ci resta che sperare in meglio e prepararsi al peggio. Hai visto mai che stavolta si decida di ignorare i latrati dei soliti cattivi maestri?

Uno stranamente filosofico Apolide

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Laffer contro Zakaria: chi ha ragione?
Roger Kimball
Originale (in inglese): Pajamas Media
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

In un articolo sul “Wall Street Journal”, Art Laffer fa notare la trappola che aspetta tutti quelli che sono ansiosi di alzare le tasse e “ripulire i ricchi”. In breve, “ripulire i ricchi” è un modo molto efficace per fregare chi ha meno soldi. Come dice Laffer “il risultato di aliquote più alte su quei contribuenti che si trovano nelle fasce di reddito più alte,

“ci saranno meno posti di lavoro, produzione, vendite, profitti e capital gain – il che non potrà che portare a meno tasse sul lavoro e meno entrate fiscali. Inevitabilmente salirà la disoccupazione, la povertà e le persone nelle fasce di reddito più basse, tutte cose che richiederanno maggiori spese del governo federale”.

Oh, cavolo. Ma poi leggiamo un articolo di Fareed Zakaria su “Newsweek” che fa una richiesta che sarei ben lieto di concedere, almeno nel caso specifico: “RSignor presidente, aumenta le mie tasse”. Secondo il signor Zakaria, “i tagli alle tasse di Bush sono la più grande causa del deficit strutturale americano”.

Ciumbia. “Deficit strutturale”. Sembra una cosa seria. E come, potreste chiedervi, un deficit “strutturale” è diverso da uno “normale”? Lasciamo da parte queste domande oziose, limitandoci a dire che un “deficit strutturale” suona più grave di un deficit senza aggettivi onorifici.

Il problema – beh, uno dei problemi – in ballo è se Fareed Zakaria abbia ragione: sono davvero i tagli alle tasse di Bush ad essere responsabili del deficit degli Stati Uniti?

Penso che la risposta sia no. Perché? Perché, come argomenta correttamente Art Laffer nel suo editoriale, i tagli alle tasse generalmente aumentano le entrate fiscali, mentre gli aumenti alle tasse di solito riducono le entrate.

Non si tratta di una novità: Laffer inizia il suo articolo con una citazione del presidente Kennedy, che più di mezzo secolo fa fece notare come “la riduzione delle tasse mette in moto un processo che porta grandi benefici a tutti, benefici ottenuti mobilitando risorse che altrimenti sarebbero rimaste inutilizzate – lavoratori disoccupati e capacità produttiva senza mercati di sbocco”.

Non mi aspetto che questa citazione impressionerà granché Fareed Zakaria o gli altri portatori d’acqua al mulino dell’establishment democratico. Perché no? Perché per loro l’effetto economico del taglio delle tasse è una preoccupazione secondaria. Quello che gli importa è l’effetto politico di aumentarle.

Dipende tutto dalla prospettiva, da dove siedi nel dibattito politico. Fareed Zakaria inizia il suo editoriale osservando che

“negli ultimi mesi abbiamo sentito persone che argomentavano appassionatamente sulla necessità di ridurre l’enorme deficit degli Stati Uniti”.

Penso che sia una di quelle affermazioni vere ma truffaldine, ovvero falsa anche se parzialmente corretta. Si tratta di una dichiarazione truffaldina perché racconta solo parte della storia, tralasciando dettagli critici. Fatevi questa semplice domanda: da dove viene il deficit? Forse è stato un taglio delle tasse, quello approvato dal presidente Bush o un altro taglio delle tasse a causare il deficit? No, il deficit esiste perché spendiamo più di quanto incassiamo. Il deficit è un sintomo, una correlazione obiettiva se preferite, delle spese pazze del governo federale.

Il problema è la spesa: hai un deficit solo quando spendi troppo. Quindi l’unico modo per considerare il problema della spesa come minuscolo è quello di girare il telescopio e vedere le cose alla rovescia.

La questione più importante, quel lato politico che ho citato un paio di paragrafi fa, è legata ai motivi che giustificano questo osservare le cose alla rovescia. Perché persone come Fareed Zakaria, Timothy Geithner, Nancy Pelosi e Barack Obama si rendono improvvisamente conto dell’enorme deficit americano e concludono che la soluzione sta nell’alzare le tasse su chi produce (invece di chi prende e basta) ricchezza?

Sicuramente c’entra parecchio l’opportunismo dei politici, ma credo che la ragione principale la descrisse bene Alexis de Tocqueville quando disse che la passione per l’uguaglianza in America era tanto grande che molti “preferirebbero essere uguali in schiavitù piuttosto che diversi in libertà”. E qui arriviamo al cuore tossico delle politiche economiche di Obama: il mescolare l’economia, che è un arte pragmatica, con l’idea di “giustizia sociale”, che è un concetto morale o (più correttamente) moralistico. Ho già avuto occasione di scrivere qualcosa a proposito in passato. Quando si parla di tasse ed i politici con i loro amici opinionisti iniziano a parlare di “giustizia sociale” puoi essere certo che sono solo i preliminari prima di passare leggi che penalizzano il successo degli individui. L’aspetto punitivo è essenziale. Ecco perché far notare che aumentando le tasse sui cittadini più produttivi diminuiranno le entrate e si rischierà di allungare a dismisura la recessione non fa né caldo né freddo agli ugualitari. Per loro, il lato veramente positivo dell’aumento delle tasse non è quello di aiutare i poveri (cosa che in effetti non succede mai), ma quello di colpire i produttori di ricchezza, ovvero i “ricchi” (gran parte dei quali, naturalmente, non sono affatto ricchi ovvero non sono tanto benestanti da poter spendere milioni di dollari per il matrimonio della figlia: no, per permetterti spese così stravaganti devi lavorare tanto e faticare come pubblico ufficiale nel partito democratico).

Fortunatamente per il resto del mondo, la passione per l’uguaglianza non è l’unica che anima gli Americani. C’è anche, come notò Tocqueville, la passione per la libertà. Si tratta di quella forma di democrazia robusta, maschia (posso ancora dirlo?) che Pericle lodava nella sua Orazione Funebre:

“Il nostro governo non copia quello dei nostri vicini, ma gli è da esempio. Vero è che siamo chiamati una democrazia, visto che l’amministrazione è nelle mani dei tanti e non dei pochi. Ma mentre c’è giustizia uguale per tutti in politica come nelle loro dispute private, si riconosce giustamente il merito dell’eccellenza: e quando un cittadino si distingue in qualsiasi modo, lo si preferisce per servire la città, non per un qualche privilegio, ma per ricompensarlo in quanto meritevole”.

Quando è stata l’ultima volta che avete sentito un politico parlare di ricompensare il merito?

Libertà contro uguaglianza. Questo è sempre stato il grande scontro democratico o, se vi piacciono le parole altisonanti, la grande dialettica democratica. Negli ultimi anni la passione per l’uguaglianza e tutti i risentimenti pelosi che prosperano attorno a questo concetto sembravano destinati alla vittoria. Esito nel fare una previsione, ma mi sembra che ci siano abbastanza segnali di un riallineamento delle stelle. I Tea Parties, ad esempio, stanno risistemando le foglie di tè. Questa chiamata alla battaglia sarà abbastanza popolare per fare la differenza? Solo il tempo potrà darci le risposte. Uno di questi segnali sarà chiaro: gli opinionisti come Fareed Zakaria inizieranno a cambiare i toni. A gente del genere piace navigare a favore del vento, per questo sembrano scegliere i propri principi a seconda delle previsioni del tempo. Tipi come Paul Krugman non cambieranno mai. Ma non mi sorprenderei affatto se, dopo novembre, Fareed Zakaria ed altri della sua specie iniziassero, casualmente, a riscoprire i meriti del libero mercato. Vedremo.

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