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Foto trovata su fredericksburg.comDopo la pausa dovuta alla partecipazione al Tea Party di Forte dei Marmi, riprendiamo il servizio interrotto con un pezzo diverso dal solito, che parla di quel lato umano della guerra che da noi nessuno racconta.

Ho visto rientrare l’Apolide, assieme al suo alter ego più serio, verso l’una e mezza di notte e mi è sembrato leggermente alterato. Ho provato a chiedere all’alter ego a cosa si dovesse tale adombramento, ma non mi ha voluto rispondere. Mi hanno poi spiegato che tutto è dovuto ai venti minuti buoni passati imbottigliati a Forte dei Marmi prima di imboccare la carissima autostrada (3 euro e 20 centesimi per poco più di trenta chilometri sono un furto che grida vendetta al Cielo) che li avrebbe riportati nel Valdarno Inferiore. Strano, di solito a quei due l’aria di mare piace. Saranno state le facce dei figli di papà col SUV o l’assoluta insipienza delle gnocche da parata incrociate in centro; conoscendoli, la vista dei Ferrari d’epoca e non incolonnati a cinque chilometri l’ora (nel senso che per andare da Marina di Pietrasanta a Forte dei Marmi talora ci vuole più di un’ora) li avranno messi di malumore, ma con quei due non si sa mai. Quando sono costretti ad uscire insieme, finiscono sempre col litigare. Vacci a capire qualcosa. A parte queste beghe interne al comitato di redazione che cura questo piccolo blog (non saremo una testata registrata, ma il CdR ce l’abbiamo anche noi – sapeste le litigate furibonde per scegliere gli articoli!) torniamo all’argomento di questo post che, nonostante le aspettative, non parla del Tea Party Versilia. Domani-oggi-più tardi ci torneremo sopra con commenti, impressioni e qualche filmato non esclusivo (visto che l’ora e un quarto di filmato l’hanno già passato ai ragazzi del Tea Party, troverete scampoli della manifestazione anche dalle loro parti). La vista di tanta gioventù sfaccendata e viziata (no, non i suddetti ragazzi del Tea Party -andrebbero clonati- ma i figli di papà su-suddetti) ha richiamato all’Apolide quei loro coetanei che giurano di difendere la libertà dei propri concittadini e, per ragioni geopolitiche che probabilmente non capiscono, sono spediti dall’altra parte del mondo ad essere presi a bersaglio da mostri assetati di sangue decisi ad imporre la loro delirante visione del mondo islamo-fascista ad un popolo che, pur in un’ignoranza ed un’arretratezza allucinante, gradirebbe tanto essere lasciato libero di farsi i fatti propri. In Italia nessuno parla di loro, tranne quando sono fatti a brandelli da una IED o accoppati da un talebano fortunato (gli AK-47 che usano loro fanno un gran casino, ma non è che siano il massimo della precisione, specialmente a medio raggio). L’Apolide non si spiega il perché nessuno si prenda mai la briga di raccontare le storie VERE di questi italiani con la I maiuscola che magari sono entrati nell’esercito perché non riuscivano a trovare altri posti pubblici più tranquilli ma che, una volta vestita la divisa, fanno di tutto per onorare la gloriosa tradizione di competenza ed eroismo delle forze armate italiane (i cui guai, come è noto, stavano altrove; dai vertici di comando incompetenti all’equipaggiamento obsoleto frutto delle tangenti dello scalcinato complesso industrial-militare italiano fino alla scarsissima logistica figlia della solita devastante inefficienza burocratica). La storia che trovate qui di seguito parla di un soldato americano e dell’addio alla sua famiglia: non è frutto degli spin doctors del Pentagono, l’ha scritta lui di proprio pugno e l’ha pubblicata su un blog fatto e gestito da militari in servizio o congedati. L’Apolide adora i milbloggers e non capisce perché non ve ne siano anche in Italia. Le storie dei soldati italiani non sarebbero meno interessanti di quelle dei soldati a stelle e strisce. Prima o poi dovrà occuparsi di questa strana assenza e cercare una spiegazione. Ora no, vi lascia alla lettura della toccante lettera aperta di Gabe Houghton e se ne va a letto, leggermente provato da una giornata nella quale, in fondo, non è che abbia fatto chissà cosa. L’età che avanza o mancanza di allenamento? Saperlo…

Il vostro Apolide, carrista riformato

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“Ho bisogno di te”
Gabe Haughland
Originale (in inglese): Our Army Life
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Mentre ci avviciniamo lentissimamente al giorno nel quale dovremo lasciare i nostri amici e la famiglia per andare in una distante, ostile zona di guerra, lotto con le mille emozioni diverse che provo giorno dopo giorno, momento dopo momento. Lunedì mattina mi sono svegliato pensando di affrontare l’ultima settimana piena di lavoro a Camp Dodge, a Des Moines (Iowa), progettando di tornare a casa venerdì per poi partire verso il punto di raccolta domenica mattina.

Mentre correvo in casa, cercando di raccogliere le cose che mi servivano, cercando il caricabatterie del cellulare, provando ad uscire di casa visto che ero già in ritardo, mi sono accorto che Carolyn era già seduta nel mio pick-up parcheggiato nel vialetto. Subito, mi sono reso conto che qualcosa non andava. Quando sono salito in macchina, mi ha detto, con gli occhi pieni di lacrime “Allora, dove andiamo?”. Mi ha spezzato il cuore. Sapeva che non poteva seguirmi a Des Moines, ma stava solo cercando di ritardare l’inevitabile distacco.

Quindi siamo rimasti seduti in macchina ed abbiamo parlato. E pianto. E tenuto le mani nelle mani. Entrambi cercando di fare il possibile per trarre il massimo dai nostri ultimi giorni insieme prima che sia costretto ad andarmene per un anno intero. A quel punto, la nostra figlia di due anni è arrivata, accompagnata da nonna Julie, visto che si era appena alzata. Voleva sedermi in grembo e guidare il pick-up (adora stare seduta in macchina nel vialetto!). Voleva suonare il clacson, accendere il tergicristalli, alzare la radio. Si stava divertendo con Papà nel “grosso furgone”.

Ma dovevo andarmene per forza, quindi l’ho portata in casa, tenendo la mano di Carolyn ed ho provato a riconsegnarla a mia moglie, proprio quando lei si stava accorgendo che stavo per andarmene un’altra volta. Ha iniziato a piangere. A questo punto ha detto qualcosa che non le avevo mai sentito dire e che rimarrà con me per il resto della mia vita:

Non te ne andare, papà. Ho bisogno di te.

Grace, sono io ad aver bisogno di te. Come ho bisogno della mamma. Come ho bisogno del tuo fratellino Nick. Ho bisogno di tutti voi.

Ed ho bisogno che capiate tutti perché faccio quello che faccio. Ho bisogno che voi capiate che credo in qualcosa più grande di me. Ho bisogno che capiate che credo in un’America nella quale sei libero di andare in fondo alla strada o al centro commerciale con gli amici senza aver paura dei terroristi suicidi con le cinture esplosive.

Ed ho bisogno che comprendiate che credo in quello che sto facendo in Afghanistan.

Credo fermamente che bambine come te dovrebbero poter andare a scuola e ricevere un’educazione. Credo che dovrebbero essere capaci di farlo senza aver paura di essere avvelenate da uomini cattivi spinti da idee cattive. Credo che quelle bambine in Afghanistan meritino le stesse opportunità che avrai te quando crescerai.

Ho bisogno che comprendiate che credo che il mio lavoro in Afghanistan sia cruciale per un futuro nel quale i piani per l’11 settembre non possano essere messi a punto nelle scoscese montagne di quel paese. Ho bisogno che comprendiate che non voglio che abbiate paura ogni volta che salite a bordo di un aereo e che sono disposto a fare qualcosa di concreto per essere sicuro che cose del genere non succedano mai più.

E, mentre starò via per i prossimi 12 mesi, ho bisogno che tu comprenda, nel tuo modo tutto speciale, che papà sta facendo quello che crede giusto. Ed onorevole. E nobile. E coraggioso.

Per noi. Per loro. Per te.

Ed ecco perché oggi sono rientrato presto dal lavoro. A dire il vero, mi sono preso il resto della settimana per me. Ho bisogno di ogni minuto possibile per passarlo con te. Ho bisogno di portarti in piscina a nuotare, come abbiamo fatto stasera. Ho bisogno di portarti a casa a cavalcioni, avvolta in un asciugamano, mentre rabbrividivi per il freddo così che ti tenessi vicina al mio petto. Ho bisogno di guardare nei tuoi occhi innocenti ed osservare quanto eri affascinata dal bruco che ti ho preso alla Sunday School (nelle chiese protestanti, l’attività di catechismo viene svolta di Domenica, dopo la messa, in quelle che si chiamano, appunto, scuole della Domenica ndT) lo scorso fine settimana mentre prepara la sua crisalide.

Ho bisogno di abbracciare ancora una volta la mamma e tenere in braccio mio figlio.

Grace, ho bisogno di te. Ma ho anche bisogno che tu capisca. Sarò presto a casa. Lo prometto.

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