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Immagine trovata su cbsnews.comLa menzogna più grande di tutte è quella ripetuta tanto a lungo da essere percepita come verità. I sinistri, che ripetono fino alla noia quanto vogliano bene al popolo e vogliano promuovere il “progresso sociale”, in realtà tengono comportamenti molto poco virtuosi. Do as I say, not as I do. Dopo il salto.

Chiunque si sia evoluto abbastanza da abbandonare l’infatuazione infantile per le suadenti ma vuote chimere catto-socialiste avrà dovuto affrontare mille volte gli sguardi accigliati degli amici sinistri che si stupiscono quando condannate i programmi sociali a loro tanto cari come semplici carrozzoni mangia-soldi il cui scopo principale è quello di sistemare famigli e portatori d’acqua dei partiti sinistri. L’accusa inevitabile è quella di “non pensare ai poveri” o qualche altra formula altrettanto stantia. Come reagire? I casi sono due: se si tratta di persone che stimate per altre ragioni forse può valere la pena di far finta di niente e dirottare la conversazione su temi più pacifici (il calcio, il tempo, i gadget tecnologici etc). Se, invece, le persone che avete di fronte non vi stanno più simpatiche da un bel pezzo, provate a rispondergli con una semplice domanda: “ma te, personalmente, quanti soldi doni ai poveri?”. Vedrete un fenomeno che nel mondo della natura ha ben pochi uguali. Il sinistro in questione inizierà a cambiare colore ad una velocità impressionante, passando in rassegna tutte le tonalità dell’iride. Poi, inevitabilmente, o inizierà a riempirvi di improperi o mentirà spudoratamente. Il post del buon Lexington sul periodico liberale francese “Contrepoints” è un piccolo capolavoro perché riesce a dare un fondamento scientifico a quello che, molto più modestamente, l’Apolide ha sempre saputo. I sinistri sono quasi sempre dei grandissimi ipocriti. Vogliono che sia “lo stato” ad occuparsi dei poveri perché loro, personalmente, se ne guardano bene. I “proletari” dei tempi d’oro erano al massimo funzionali all’aumento della loro “coscienza politica”, ma, in fondo, li vedevano come dei sub-umani che LORO avrebbero dovuto guidare benignamente verso il sol dell’avvenire. Una sorta di “white man’s burden” rivisto per il nuovo secolo. Notate bene, quando l’Apolide parla di “sinistri”, intende sia i “compagni” sia i “camerati”, che spesso non avranno la stessa spocchia dei radical chic ma considerano il “popolo” con lo stesso disprezzo. Dell’elitarismo dei liberali, per carità di patria, preferisco non parlare ma sinceramente lo preferisco di gran lunga alla carità pelosa di chi, con la scusa di fare il bene del popolo, pensa spesso e volentieri al proprio tornaconto personale. Enjoy, print and use it as frequently as possible.

L’Apolide

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Essere di sinistra rende intolleranti e poco generosi
Lexington
Originale (in francese): Contrepoints

Le persone di sinistra e, più in generale, chi sostiene l’interventismo statale, sono le prime a rivendicare come propri i valori della tolleranza e della generosità. Parlando di quest’ultimo valore, è il fatto di voler utilizzare lo stato per promuovere fini “sociali” ad essere presentato come prova di grande generosità. Le politiche “sociali” sono quindi benevole di per sé stesse, tutte le altre sono dipinte come “egoiste”. Eppure, come è dimostrato da una serie di studi recenti, sono proprio le persone di sinistra ad essere le meno tolleranti e le meno generose verso il prossimo.

L’intolleranza è un “valore” di sinistra?

Secondo il grande storico Raymond Aron, “l’intolleranza è una malattia molto contgiosa, visto che infetta tutti quelli che dicono di combatterla”. La frase potrebbe essere applicata alla sinistra francese (non solo… ndApo) che fa della lotta all’intolleranza uno dei suoi cavalli di battaglia e, nonostante questo, secondo la sociologa (di sinistra) Anne Muxel, si rivela molto meno tollerante della destra.

Anne Muxel ha condotto uno studio sociologico per verificare come reagiscano le persone di destra e di sinistra quando devono affrontare delle persone a loro vicine che non condividono i loro ideali. Le prove dello studio sono inconfutabili: chi si dice di destra si è mostrato molto più tollerante di chi dichiara di essere di sinistra. Secondo quanto illustrato da Anne Muxel nel suo libro “Toi, moi et la politique, amour et conviction”, la maggiore tolleranza della destra è dovuta alla sua cultura della libertà (e quindi all’influenza del pensiero liberale).

La sociologa ha riassunto le conclusioni del suo studio in un’intervista rilasciata alla radio France Inter: “sono stata sorpresa da questi risultati, visto che i valori di tolleranza, del rispetto della diversità, del rispetto dell’altro fanno parte di una cultura che viene fortemente rivendicata dalla sinistra. Eppure c’è una grossa difficoltà per chi si dice di sinistra nell’accettare le opinioni politiche diverse nei rapporti di tutti i giorni… [..] La cultura della destra dà per scontato la libertà, la libertà dell’altro di pensare, vivere ed essere quello che preferisce. Questo ha bisogno di una apertura mentale molto superiore”.

I risultati di questo studio sociologico sono confermati dagli studi relativi alla generosità delle persone di destra e di sinistra.

La generosità è un valore liberale, non statalista o “di sinistra”?

Arthur Brooks è laureato in economia, specialista nelle scienze sociali e nell’economia comportamentale. Nel suo libro “Who really cares” ha studiato i comportamenti dei conservatori e dei liberal (sinistri) americani quando si tratta di generosità personale (bisogna però notare come i conservatori americani concordino nella difesa del capitalismo liberale, cosa che non avviene con la destra francese).

Queste due posizioni si traducono nei comportamenti concreti che vi si riconoscono (per essere più precisi, le convinzioni politiche sono uno dei tre fattori che influenzano la generosità personale, insieme alla religione e alla struttura della famiglia): quelli che “pensano che il governo dovrebbe condurre un’azione di ridistribuzione dei redditi più forte” donano… molto meno alle associazioni di volontariato o ai meno fortunati di quelli che vorrebbero ridurre il ruolo nello stato in queste materie. Questo nonostante i sinistri abbiano un reddito superiore del 6% a quello dei conservatori.

Ancora una volta a spiegare questa differenza della generosità tra le parti politiche è in gran parte la cultura individualista. Chi si affida nell’individuo più che allo stato per aiutare il prossimo è più generoso. Quelli che chiedono l’intervento statale donano molto meno e pensano che debbano essere gli altri ad aiutare i meno fortunati. Visto che ne parlano tanto ma non la mettono in pratica, non hanno alcun diritto a rivendicare come propria la generosità.

Quando si parla di donazione del sangue, lo schema si replica esattamente: il popolo della destra dona il sangue molto più spesso di quello di sinistra. Se i sinistri ed i centristi donassero quanto i conservatori, secondo Brooks le riserve di sangue degli Stati Uniti aumenterebbero del 45%.

Un altro paragone interessante che supporta le conclusioni di Arthur Brooks è quello tra gli Stati Uniti ed il Canada. Come scrive il canadese Martin Masse:

Uno si immagina che una società come quella del Québec, dove le parole “solidarietà”, “equità” e “compassione” sono sulle bocche di tutti, una società che, come piace ripetere ai nostri politici che difendono il “modello québécois”, “resiste al vento freddo di destra che soffia sul resto del continente”, sia un posto dove gli individui danno prova di una maggiore generosità personale rispetto al resto del paese. Rispetto agli “anglos” materialisti ed individualisti del resto del continente, non siamo forse una grande famiglia generosa e unita?

Eh, non proprio. Come dimostrano studi e sondaggi anno dopo anno, i canadesi sono meno generosi degli americani e gli abitanti del Québec sono i canadesi meno generosi. Quindi sono i nordamericani che contribuiscono di meno alle opere di carità. Uno studio del dicembre 2000 condotto dal Fraser Forum (Canadian & American Monetary Generosity) che mette a confronto tutti gli stati americani e le province canadesi in termini di generosità (numero di donatori e somme raccolte) vede le province verso il fondo della lista. Solo l’Alberta, paradiso del conservatorismo e della disciplina fiscale, fa una migliore figura. Il Québec è nettamente ultimo.

Questo stato di cose non dovrebbe sorprendere nessuno e la spiegazione è in effetti molto semplice. Il contribuente québécois deve sopportare l’apparato statale più pesante del continente ed è costretto a contribuire al finanziamento di un numero enorme di programmi sociali per le persone svantaggiate, tra cui un Fondo speciale per la lotta contro la povertà. Logicamente, pensa di aver già fatto la sua parte. Perché mai dovrebbero donare ancora alle associazioni private, visto che sono già stati costretti a donare ai programmi pubblici?

Gli abitanti del Québec non sono più egoisti degli altri nordamericani, si comportano razionalmente nel contesto socialista che gli appartiene. Come del resto fanno gli abitanti dell’Alberta, che sono i meno tassati del paese. Si sentono logicamente più responsabilizzati e quindi donano più volentieri alle associazioni private.

Il risultato non è affatto lo stesso sul piano morale. I donatori privati possono dire di essere davvero generosi, visto che donano i propri soldi in maniera libera e volontaria. Al contrario, la carità pubblica non è che un grande imbroglio socialista. Quelli che la finanziano sono costretti a farlo. E quelli che se ne attribuiscono il merito, i nostri governanti, non sono in realtà che dei briganti e degli ipocriti.

Conclusioni

L’elenco degli studi che supportano queste conclusioni sarebbe lunghissimo, ma la logica resta sempre la stessa. A forza di domandare che sia lo stato ad occuparsi di tutti, si finisce per non fare niente per il prossimo. Andare verso un socialismo ed uno statalismo sempre più forte vuol dire muoversi verso una società congelata. Il socialismo e lo statalismo, siano essi di destra o di sinistra, non possono che portare ad una società di persone intolleranti e ripiegate su sé stesse.

Andare verso una società aperta implica la responsabilizzazione dell’individuo, smetterla di affidare tutto allo stato per riconsegnare il potere a chi ne è la vera fonte: l’individuo. Come è stato detto molto bene da altri, “non ho affatto tradito le mie idee socialiste diventando un liberale“. Tutti gli individui di buona volontà che vogliono veramente che l’individuo cresca in una società aperta e tollerante non possono che battersi per una società liberale.

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