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Foto trovata su bloghopenchangery.wordpress.comDurante la campagna elettorale, erano in molti a sollevare dubbi sull’onestà delle promesse di The One. Altri, ancora più perspicaci, avevano richiamato il fantasma del presidente più disastroso della lunga storia americana, quel Jimmy Carter che, in quattro anni, non ne aveva azzeccata una manco per sbaglio. Ora che le promesse se l’è portate via il vento e che sono in tanti a dire che questa crisi è come quella del ’29, Kevin Williamson della National Review ha un dubbio: e se fosse in arrivo la “stagflation” stile anni ’70? A voi l’ardua risposta.

La guerriglia tra economisti continua, con i keynesiani trincerati dietro la teoria della domanda aggregata ed il resto del mondo che, non sapendo bene come rispondere a tali invasati, che quando non parlano sembrano tenere le mani sulle orecchie e gridare forte “non ti sento non ti sento non ti sento”, si limitano a far notare alcuni indicatori economici e puntare alle mille cricche nell’arrugginita armatura degli statalisti senza se e senza ma. Oggi Kevin Williamson della National Review compie un’analisi interessante della situazione economica, facendo appunto notare come la risposta dei fanatici seguaci di Keynes che occupano militarmente molte facoltà di economia stia diventando sempre più simile ad una professione di fede più che all’applicazione ragionevole di una teoria economica. Williamson fa sorgere un dubbio: e se invece che una deflazione stile 1933, dovessimo far fronte ad una stagflazione stile anni ’70? La prospettiva non è delle più allegre ma fa sorgere all’Apolide un parallelo gustoso: Obambi come il nuovo avatar del presidente più scalcinato della storia americana, Jimmy “arachide” Carter. Torna tutto: una mammoletta in politica estera, dogmatico, socialista, schiavo dei sindacati e dei regolamenti assurdi in politica economica, con una sola differenza molto significativa. No, non il colore della pelle, il fatto che Obambi venga dal posto più corrotto e schifoso del pianeta, quella Chicago democratica che è peggio di Babilonia, Roma, Sodoma e Gomorra messe assieme. Oh, gioia, oh, gaudio! Siamo messi proprio bene…

L’Apolide

Il governo fa debiti, le imprese risparmiano: solo una coincidenza?
Kevin D. Williamson
Originale (in inglese): National Review
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Oggi, durante il programma della BBC “The world tonight”, ho avuto una discussione molto civile con Robert Reich sul senso economico di un quinto giro di stimolo all’economia, che ormai sembra inevitabile. Il signor Reich ha tenuto la posizione tipicamente keynesiana, ovvero che il problema è una mancanza di domanda aggregata, che scoraggia i produttori dallo sviluppare nuovi prodotti e servizi, da costruire nuove fabbriche, aprire uffici e quindi da assumere le persone necessarie per mandarli avanti.

Secondo Reich, “il governo deve essere l’acquirente d’emergenze”. Non mi pare che abbia offerto una spiegazione convincente: per un keynesiano è sempre il 1933, ma potrebbe essere benissimo anche il 1973, ovvero l’inizio della stagflazione.

Qualche pensiero estemporaneo:

Come disse F. A. von Hayek, “il curioso compito degli economisti è quello di dimostrare agli uomini quanto poco sappiano a proposito di quanto immaginano essere capaci di riprogettare” (parole che, secondo me, dovrebbero essere incise all’ingresso della Federal Reserve e del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti). Ci sono un mucchio di sofisticati pensatori economici nell’amministrazione Obama, come ce n’erano in quella Bush, come ce n’erano in quella Clinton. Alan Greenspan si è dimenticato così tante regole economiche che un normale uomo sapiens può solo sognarsi. Nessuno di loro è mai stato in grado di fornire la risposta giusta al momento giusto. In fondo tradurre la conoscenza economica in una politica statale produttiva è un affare molto, molto complicato. Se il signor Greenspan si fosse reso conto delle conseguenze del tenere i tassi di interesse della Fed così bassi per un periodo così prolungato, sicuramente avrebbe scelto una strada diversa. Se le centinaia di legislatori americani che hanno passato decenni su decenni a stimolare il mercato immobiliare residenziale si fossero resi conto che stavano creando una bolla speculativa che sarebbe finita in un crollo monumentale, tanto grande da tirarsi dietro l’intero sistema finanziario del pianeta, sicuramente avrebbero fatto delle scelte diverse. Purtroppo è impossibile prevedere il futuro con chiarezza.

Ricordando quanto appena detto, non sappiamo quali saranno le conseguenze della nostra discesa precipitosa in un mare di deficit ed un debito nazionale sempre più immenso. La prudenza suggerirebbe che si proceda con la massima cautela – a dire il vero, suggerirebbe che non si prosegua ancora su questa strada fatta di debiti sempre più pesanti.

Il signor Reich ha fatto riferimento agli anni ’50, un periodo nel quale gli Stati Uniti sono stati in grado di crescere in maniera tanto robusta, nonché distribuire i benefici della crescita in maniera tanto vasta tra la popolazione, che l’immenso debito lasciati dai programmi di FDR e dalla Seconda Guerra Mondiale non hanno influito più di tanto sull’economia. Ecco il problema di questo paragone: l’economia di oggi non assomiglia nemmeno lontanamente a quella del secondo dopoguerra. Le circostanze economiche di quel periodo furono uniche: la maggiorparte della capacità produttiva del mondo si trovava negli Stati Uniti, visto che Europa ed Asia avevano militarizzato quasi completamente le rispettive economie solo per vederle saltare in aria e trovarsi la forza lavoro decimata (in alcuni casi, più che decimata) dalla guerra. Questo non succederà nel 2010, o almeno preghiamo che non succeda.

Ci sono altri problemi con l’approccio ortodosso keynesiano. Come ha suggerito Tyler Cowen, se la domanda aggregata è così debole, come mai i profitti sono così alti? Harley Davidson, per fare giusto un esempio, ha visto quadruplicare i propri profitti nell’ultimo bilancio; si tratta di una compagnia che dipende in gran parte dal mercato interno. Altre compagnie, dalla Pepsi alla Mattel fino all’Ameritrade, hanno registrato forti profitti negli ultimi trimestri. Gli analisti hanno fatto notare che, in termini di profitti per le imprese, questa è una delle riprese più robuste che abbiamo visto da tanto tempo. Questo fatto non va affatto d’accordo con la visione del signor Reich.

In ogni caso, imprese in grado di generare profitti sono una fonte di crescita economica e posti di lavoro ben più sicura di una serie di misure temporanee di spesa governativa. Preferirei avere un lavoro alla Harley-Davidson piuttosto che in una fabbrica che dipende dalle proposte di stimolo veramente ingegnose di Obama, quali l’acquisto di un rompighiaccio polare (87 milioni di dollari) o nuovi sussidi per gli apicultori e l’acquacoltura (150 milioni di dollari). Il governo è affidabile quando si tratta di distribuire denaro in maniera inefficiente e tutti i soldi del pacchetto di stimolo devono pure venire da qualche parte. Da dove? Da quelle persone che, magari, potrebbero mettere in piedi una fabbrica in grado di competere con la Harley-Davidson, o una fabbrica di giocattoli che porti via quote di mercato alla Mattel per generare dei profitti anche loro.

Come ha notato il mio collega Stephen Spruiell, una volta che l’ultimo giro di stimolo all’economia (sotto forma di un’espansione dei sussidi di disoccupazione) sarà approvato, avremo speso più soldi per cercare di stimolare l’economia di quanti ne abbiamo spesi nelle guerre in Iraq ed Afghanistan. E per ottenere cosa, la disoccupazione al 10 per cento? Una ripresa stentata? I democratici ribatteranno che le cose sarebbero state peggiori senza lo stimolo, il quale avrebbe funzionato ancora meglio se fosse stato ancora più sostanzioso eccetera eccetera. Questa ipotesi ha un vantaggio politico innegabile: non può essere confutata. Ma possiamo guardarci attorno e vedere come altre nazioni abbiano messo in campo programmi di stimolo proporzionalmente molto più piccoli del nostro ed abbiano ottenuto risultati molto migliori (i tedeschi, figuriamoci, si stanno domandando che cosa ci sia preso, come mai sembra che stiamo prendendo lezioni di politica economica dall’Italia) (qui Williamson si riferisce allo stereotipo dell’Italia anni ’70 e ’80, non all’attuale Italia tremontiana ndApo).

La domanda dei consumatori non è il problema più grande ma, semmai, un sintomo di un problema più profondo: qualche migliaio di miliardi di dollari di capitali svalutati sotto forma di un mercato immobiliare sotto shock e un altrettanto sofferente mercato per i prodotti finanziari basati sui mutui. Spendere soldi per stimolare l’economia non riporterà magicamente i prezzi degli immobili al punto dov’erano prima della crisi, il che è positivo: non dovremo tentare in nessun modo di rigonfiare la bolla. Ricordiamoci che i nostri problemi derivano in gran parte dal risultato dei passati tentativi di stimolare l’economia mantenendo i tassi di interesse artificialmente bassi. Invece di permettere ai mercati di giudicare le banche e gli strumenti finanziari basati sui mutui, abbiamo sostenuto con soldi pubblici aziende deboli, dato un assegno in bianco alle compagnie partecipate dal governo che sono state le principali colpevoli della crisi – Fannie Mae e Freddie Mac -e prodotto una incomprensibile riforma economica che farà poco o niente per affrontare il problema fondamentale alla base di questa crisi e poco o niente per evitare il ripetersi dei bailout pubblici, quando sarà politicamente possibile fare di nuovo azioni del genere. La vera causa della crisi del credito è la rete di legami segreti tra politica e finanza, problema che abbiamo contemporaneamente reso più profondo e più complicato.

Tutto questo per dire una cosa semplice: non siamo di nuovo nel 1933. Uno tsunami monetario può (o non può) seguire questa radicale espansione della massa monetaria e del credito. Non ci sono ancora segnali di inflazione ma non servono: fenomeni del genere possono succedere molto in fretta senza dare nessun segnale di preavviso. La verità è che nessuno sa bene come stiano le cose. Di solito, quando non sai dove stai andando, procedi con cautela. Non è una coincidenza che le aziende americane stiano aumentando quanto più in fretta possibile le riserve di liquidità proprio quando il governo americano sta facendo esattamente l’opposto. Quale comportamento vi sembra più prudente?

Kevin D. Williamson è vice capo redattore della National Review.