Tag

, , ,

Foto trovata su wonkette.comSembra ieri, ma è passato quasi un anno. La grande speranza dei conservatori, quello Scott Brown che aveva strappato dalle mani dei sinistri il “seggio di Ted Kennedy”, ora si rende conto di cosa voglia dire deludere le irrealistiche aspettative di un movimento popolare. Aaron Goldstein di Intellectual Conservative prova ad analizzare cosa ha combinato il junior senator del Massachussets da quando si è insediato al Campidoglio. Hell hath no fury like a Tea Party scorned. Ricordatelo bene.

Da quando ha iniziato a seguire la politica americana, l’Apolide si è sempre stupito di fronte alle spassionate ed entusiastiche dichiarazioni di affetto nei confronti di questo o quel candidato. Sarà che chi cresce in un paese profondamente cinico come l’Italia non può concepire il fatto di credere che un uomo possa davvero essere così onesto, probo, magnanimo, generoso come si dipinge durante la campagna elettorale, ma ogni volta si stupisce a scuotere la testa di fronte all’adorazione fanatica di certi supporter a stelle e strisce. Eppure, quando Scott Brown è venuto fuori dal nulla, c’era quasi cascato anche lui. Il giorno della vittoria in Massachussets è stato tra i dieci più felici della sua vita di analista politico. Quindi, quando il buon Brown si è messo a votare con i democratici su alcuni progetti di legge francamente indifendibili, c’è rimasto un poco male. Considerando che i vari Tea Party si erano dati un gran daffare per portarlo al Senato, la rabbia degli attivisti oltreoceano è comprensibile. Eppure questi “amanti traditi” dovrebbero pensare bene a quello che fanno e capire che da uno stato sinistro come il Massachussets difficilmente potrà venire fuori un conservatore al 100% come Jim DeMint. Ragione contro cuore, conflitto eterno della politica. L’Apolide non sa cosa pensare e, per ora, si limita a guardare con attenzione alle prossime mosse del bellimbusto del Taxachussets. Ricordandosi sempre che la politica fatta a colpi di emozioni raramente produce risultati ottimali. Meditate gente, meditate…

L’Apolide

Sei mesi di Scott Brown
Aaron Goldstein
Originale (in inglese): Intellectual Conservative
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Sono passati sei mesi da quando Scott Brown ha scosso il mondo con la sua vittoria a sorpresa nelle suppletive del Massachussets per trovare il nuovo occupante del seggio che una volta apparteneva a Ted Kennedy.

Brown è arrivato al Senato degli Stati Uniti in buona parte grazie all’energia e all’entusiasmo (senza dimenticare i soldi ndApo) degli attivisti dei Tea Party. Nei successivi 180 giorni, l’euforia dell’aver mandato al Campidoglio un senatore repubblicano dal Massachussets è pressoché scomparsa tra gli entusiasti sostenitori dei Tea Parties.

Alcuni pensavano che l’elezione di Brown significasse il colpo di grazia all’Obamacare; visto che era il quarantunesimo senatore repubblicano, il GOP poteva attuare l’ostruzionismo. Ma i democratici si sono inventati la riconciliazione e la presenza di Brown, alla fine, si è rivelata inutile.

Lo scorso febbraio, Brown fece sollevare più di un sopracciglio quando votò a favore e si impegnò per assicurare il passaggio di un progetto di legge sul lavoro da 15 miliardi di dollari (ovvero, il pacchetto di stimolo parte seconda) proposto dall’amministrazione Obama: questo voto provocò una tempesta su Twitter, dove le persone più benevole erano quelle che lo accusavano di essere solo un altro RINO (Republican In Name Only, un sinistro moderato che si fa passare per conservatore ma che poi vota sempre con i compagnucci ndApo).

Queste critiche si sono intensificate dopo che Brown ha appoggiato il Restoring American Financial Stability Act (nome peraltro menzognero), progetto di legge passato per 60-39. Il voto di Brown ha stupito il Greater Boston Tea Party:

Dopo settimane di dibattito e un esame approfondito del progetto di legge e dei suoi possibili effetti su economia, piccole imprese, casse di risparmio e consumatori, non riusciamo proprio a capire quali evanescenti qualità abbia visto il senatore Brown per giustificare il suo appoggio a questa legge. Gli attivisti dei Tea Party continueranno ad appoggiare in maniera indipendente quei candidati e quegli eletti che aderiscono ai nostri principi costituzionali, ovvero il governo limitato, il libero mercato e la Libertà individuale. Se il senatore Brown vuole continuare a ricevere il nostro appoggio, deve considerare se le leggi che appoggia rispettano o meno questi principi.

La delusione degli attivisti dei Tea Party è comprensibile: non hanno aiutato Brown ad essere eletto per poi vederlo votare assieme a gente come Barney Frank o Christopher Dodd (due famosi pork masters democratici, visti come fumo negli occhi da gran parte dei repubblicani ndT). Non è irragionevole che si chiedano perché mai dovrebbero impegnarsi a favore di un candidato che, una volta eletto, va direttamente contro ai loro interessi.

Peter Flaherty, presidente del National Policy and Legal Center ed ex segretario dei Citizens for Reagan, non usa mezzi termini:

Chi avrebbe mai pensato che a meno di sei mesi dalla sua elezione, Brown avrebbe dato il voto decisivo ad una legge che istituzionalizza i bailout per Wall Street, i cui sponsor – Christopher Dodd e Barney Frank – sono stati tra i principali responsabili della crisi, oltre a rappresentare tutto il marciume e la corruzione di Washington. Se Brown, quando parlava di “lottare contro l’apparato della sinistra”, non parlava di Barney Frank, si può sapere di che cavolo stava parlando?

Flaherty continua a parlare fuori dai denti dicendo che “Brown si è alleato con queste elites corrotte”.

Guardiamola da un altro punto di vista: specie se consideri le sue posizioni sull’aborto e sul matrimonio per i gay, Scott Brown è ed è sempre stato un repubblicano moderato, che sicuramente non vede le cose allo stesso modo di Jim DeMint o Tom Coburn.

I conservatori potranno anche non essere contenti di come si sta comportando Scott Brown, ma dobbiamo chiederci se preferiamo sei mesi di Scott Brown o sei anni di Deval Patrick. Per quanto affascinante e capace, non dimentichiamoci che Brown doveva affrontare il peggior candidato democratico al Senato a parte Alvin Greene (il misterioso candidato democratico che, senza fare alcuna campagna elettorale, ha vinto a sorpresa le primarie nel South Carolina ndT): come ho avuto modo di dire in precedenza, “Martha Coakley potrebbe scrivere un libro intitolato ‘Come non si conduce una campagna elettorale'”.

I democratici del Massachusetts non ripeteranno lo stesso errore: la prossima volta nomineranno un candidato formidabile. Se Deval Patrick dovesse essere rieletto governatore del Massachusetts questo novembre, credo che subirà pressioni da ogni parte per convincerlo a sfidare Brown nel 2012.

Naturalmente, prima di affrontare Brown, quest’ultimo dovrebbe vincere le primarie repubblicane. Anche se è probabile che gli attivisti dei Tea Party trovino un candidato credibile in grado di sfidare Brown alle primarie, sarebbe una “polpetta avvelenata” (poison pill). Se Brown non trionfasse alle primarie (come successe l’anno scorso), il dover affrontare una battaglia interna potrebbe causare quelle divisioni tra le fila repubblicane che potrebbero riconsegnare “il seggio del Popolo” nelle mani dei democratici. Ed in questa parte della nazione, queste mani hanno una presa molto forte.

Eppure, visto il sentimento generale contro gli eletti che esiste nell’elettorato, non è completamente irragionevole pensare che Brown possa perdere le primarie. Il fatto è che, a meno che il nuovo portabandiera del GOP non sia fisicamente attraente, abbia delle meravigliose figlie adulte e guidi un pick-up, non aspettiamoci un altro miracolo del Massachussets. I repubblicani del Bay State (il soprannome del Massachussets, che si affaccia su ben quattro baie ndT) potrebbero trovare un candidato più conservatore di Brown, ma se dovesse dire o fare qualcosa che spaventi gli elettori centristi, allora potrebbe diventare il seggio di Deval Patrick.

Ma lasciate che vada un passo oltre: mettiamo che nella gara per il senato del 2012, lo sfidante alle primarie del GOP non solo batta Brown, ma in qualche modo riesca a vincere su Patrick (o qualsiasi altro possibile candidato democratico). Chi ci assicura che il nuovo senatore repubblicano del Massachussets non commetterebbe gli stessi errori o si comporterebbe in maniera più “ragionevole” di Scott Brown?

Uno potrebbe dire che Brown è un politico di carriera, che ha passato quasi vent’anni passando da una carica all’altra: ma perché mai un neofita della politica dovrebbe essere in grado di resistere meglio alle seduzioni del potere di uno che ne ha a lungo goduto? Tutti gli eletti devono iniziare da qualche parte e da qualche parte sul cammino le buone intenzioni lastricano una strada che porta a destinazioni inaspettate e pericolose.

Scott Brown non dovrebbe dare per scontato il supporto popolare di cui ora gode: se non fa il lavoro per il quale è stato mandato a Washington, gli attivisti dei Tea Parties hanno tutti i diritti del mondo di farlo impaurire. Ma i Tea Parties dovrebbero valutare le proprie opzioni con molta attenzione in quanto, se dovessero davvero ottenere quello che sembrano desiderare, potrebbero pentirsene amaramente.