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Foto trovata su idata-over-blog.comChe c’entra il castello qui a fianco con le ovvietà scomode? Beh, un tempo era abitato dal signore de La Palice. Oggi il suo talento per le ovvietà sarebbe utilissimo per ripetere senza ridere alcune verità scomode che le classi dirigenti si ostinano ad ignorare. Enjoy.

Noi italioti, abitanti della felicissima repubblica dei caciocavalli a forma di stivale, siamo abituati da tempi immemorabili a guardarci costantemente l’ombelico, convinti che le nostre infinite querelles, gli scandaletti da rotocalco dozzinale, le lotte di potere interne alle varie caste di iper-privilegiati che banchettano gaudenti sul popolo bue, ignorante e pateticamente furbetto, siano davvero al centro del nostro universo. A molti adepti del Grande Fratello (sia quello politico sia quello televisivo, che ormai si assomigliano in maniera veramente oscena) sembra non passare mai in quei tre neuroni solitari che chiamano cervello l’idea che il mondo vada ben oltre i confini dei propri micragnosi interessi di bottega. I giornali esteri, quindi, si guardano solo quando assestano legnate all’avversario o glorificano l’operato della mia squadra del cuore. Quando parlano di qualsiasi altra cosa, non ce ne può fregare di meno. Eppure, anche a questi defidioti del menga servirebbe ogni tanto dare un’occhiata a quello che si scrive al di là di quella frontiera immaginaria che nelle loro teste è più invalicabile dell’Himalaya. Pochi giorni fa, Aurélien Véron, liberale francese di spicco e segretario del giovane partito liberal-democratico, ha pubblicato un editoriale sul sinistrissimo e super gnegne “Le Monde” che è una piccola perla nel genere. Véron dice cose tanto semplici e banali da sembrare, almeno agli occhi allenati di chi vive benissimo senza Portaaporte, Annizeri o Ballarate varie ma lascia vagare lo sguardo oltre l’orizzonte, assimilabili a quelle di Jacques II de Chabannes de La Palice, generale francese del XVI secolo, reso leggendario dalla famosa canzone, che conteneva quartine come “Regretté de ses soldats, / il mourut digne d’envie, / Et le jour de son trépas / fut le dernier de sa vie”. Eppure, anche queste tautologie liberali suonano aliene alle orecchie di chi sta ancora a discutere del sesso degli angeli, sghignazza sulle “stagiste” del Cavaliere o medita atroci vendette contro chi attenta ai propri privilegi da mascalzone. Visto che vi siete sorbiti questo soliloquio, fate un favore al paese: se conoscete uno di questi adoratori del vuoto pneumatico, fategli leggere l’articolo di Véron. Hai visto mai che nella sua zucca vuota inizi a germogliare un’inizio di primavera?

L’Apolide

In Europa, niente prosperità senza i tagli alla spesa pubblica
Aurélien Véron
Originale (in francese): Le Monde
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Grafico trovato su contrepoints.orgLa Corte dei Conti sta per pubblicare il suo rapporto annuale sulla situazione attuale e le proiezioni future sullo stato delle finanze pubbliche. Nel 2009, il governo francese ha lasciato gonfiare più in fretta degli altri partner europei il suo deficit. Questa brutta notizia capita proprio quando il governo sta facendo di tutto per rassicurare i mercati puntando sull’effetto annuncio delle sue misure. Però i nostri vicini stanno per inaugurare una serie di decine di tagli drastici per rimettere i conti in sesto. Alla fine la realtà dell’economia ha raggiunto i dirigenti europei, ora che il mercato sta per punire gli anni di lassismo sui conti pubblici. Se i deficit pubblici generassero davvero crescita economica e posti di lavoro, la Francia oggi sarebbe il paese più ricco d’Europa. La nostra classe politica è l’ultima in Europa ad ostinarsi a negare la realtà dei fatti.

Secondo la Corte dei Conti, il pretesto della crisi non spiega da solo la perdita del controllo sui conti pubblici. Meno della metà dei 143,8 miliardi di euro del deficit pubblico sarebbero dovuti alla crisi ed all’impatto delle misure del piano di rilancio dell’economia. Il grosso del nostro deficit è quindi strutturale. Dopo trentacinque anni di cattiva gestione, ora le istituzioni ci spiegano che sarebbero “gli eventi degli ultimi due anni che hanno reso più grave, in una misura che varia dallo 0,9 all’1,2%, quel deficit strutturale che abbiamo ereditato dalle passate amministrazioni”. Il governo di Nicolas Sarkozy ha quindi approfittato della crisi per lasciar correre la spesa pubblica, dopo che aveva ricevuto un mandato preciso dagli elettori per ridurla. Non è affatto detto che la crescita torni per forza: potremmo anzi affermare che questo peggioramento dei conti pubblici rischia di lasciarci indietro, a traino della ripresa, quando arriverà.

Ora bisogna che i nostri governanti si tolgano i pareocchi e si rendano conto che il modello del welfare state è ormai finito. Seguendo l’esempio di tutti i nostri vicini, il governo francese deve adottare un programma di tagli pesanti alla spesa pubblica: i vaghi tagli una tantum e il contare più volte le rare misure già annunciate in passato sono ancora pesantemente insufficienti. In Germania, il taglio da 86 miliardi di euro in quattro anni è basato sul congelamento dei salari dei ministri e dei funzionari pubblici, la soppressione certa di 15.000 posti di lavoro pubblici e qualla probabile di 40.000 ausiliari. In Italia i tagli ai salari dei ministri e degli alti funzionari, il blocco degli aumenti per i pubblici dipendenti ed il dimezzamento alle sovvenzioni ai partiti politici garantiranno un risparmio di 24 miliardi di euro in due anni. In Spagna il governo si è incamminato sulla stessa strada, con 50 miliardi di euro di tagli in tre anni.

Rilancio dell’attività imprenditoriale
Dopo gli anni delle spese pazze di Gordon Brown e dei laburisti, il primo piano di austerity inglese mette in pratica la volontà dei liberal-democratici e dei conservatori di sistemare le finanze pubbliche. Come i loro omologhi europei, vogliono ridurre le spese attraverso la diminuzione dei salari e dei fringe benefits dei ministri, come dei costi dell’amministrazione pubblica, inclusi gli operatori pubblici, conosciuti anche come Quangos. L’analisi economica alla base delle scelte del governo è chiara: non serve a niente incitare i cittadini a consumare quello che non si può produrre. I tory ed i liberal-democratici pensano quindi di rilanciare l’attività economica, unica generatrice di ricchezza, con una politica rivolta a favorire l’offerta più che sostenere artificialmente la domanda. Grazie al coraggioso taglio delle imposte sulle società, il governo britannico ha scelto di rassicurare gli investitori sulle prospettive di crescita del paese. Siamo lontani mille miglia dai piani di stimolo economico e dalla creazione di fondi sovrani statali, dei quali è ben noto l’effetto nullo, se non nocivo, sul resto dell’economia. Deve essere il rilancio dell’attività imprenditoriale a compensare l’effetto negativo dell’aumento delle tasse.

Il nostro governo, se non prenderà delle decisioni importanti, dovrà quindi scordarsi di veder ripartire l’economia ad un ritmo superiore al 2% del PIL. Il primo passo, da farsi a tutti i costi, dovrà essere quello di ridurre il carico fiscale sugli investimenti, vero motore della crescita economica. Noi proponiamo che la Francia riduca il prelievo fiscale sulle imprese, che con il suo 33% è tra i più alti al mondo, almeno alla media dell’OECD (Organization for Economic Co-operation and Development ndT), ovvero il 25%. Come secondo passo, seguendo l’esempio dei nostri vicini e le raccomandazioni della Corte dei Conti, deve operare dei tagli drastici e severi sulle spese del personale dell’amministrazione pubblica.