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Vignetta trovata su esquire.comVisto che la propaganda non funziona, gli statalisti tirano fuori i grossi calibri. Ecco la lenzuolata di economisti USA che chiedono più spesa pubblica. Peccato che ci siano altri, come il Nobel Vernon Smith, che non sono per niente d’accordo. Alla guerra! Dopo il salto.

La propaganda dei media e la retorica (un tempo) suadente di Obambi non riescono a far cambiare idea allo stupido popolino, che continua a vedere l’esplosione della spesa pubblica peggio di una legnata in faccia. Cosa si inventano allora gli statalisti socialisti totalitari? Facile: mettiamo in campo i nostri amici economisti! Ecco che, preciso come un cronometro, esce un appello di un buon numero di “rispettati e prominenti esperti di economia” che chiede a gran voce un NUOVO aumento della spesa, l’estensione del sussidio di disoccupazione e qualsiasi altro modo di frullare i soldi pubblici nella toilette che venga in mente ai padroni di Obama. Oh, gente, ci sono anche dei premi Nobel! Quindi se non siete d’accordo, siete stupidi, ignoranti, retrogradi e quasi quasi controrivoluzionari! Attenti che finite alla Lubianka. Peccato che non tutti gli economisti abbiano venduto l’anima ed altre parti del corpo alla causa fascista (di sinistra, ma sempre fascista). Il premio Nobel Vernon L. Smith lancia un grido di dolore sulla follia governativa e chiede, metaforicamente in ginocchio, di piantarla di gettare soldi nel fuoco. Economisti l’un contro l’altro armati, in gioco il futuro della civiltà occidentale. Roba che se l’aveste pensata qualche tempo fa, vi avrebbero sicuramente dato dei pazzi visionari. In coda alla dichiarazione dei luridi tradi… degli economisti approvati dal Minculpop obamiano e da esso comandati tipo marionette prestate attenzione alle dichiarazioni “spontanee” dei nuovi firmatari. Visto che ci siete segnatevi i nomi di questi bei tomi da qualche parte (non su internet, su un foglio di carta, a scanso di equivoci). Quando le cose andranno a puttane sul serio, saprete chi andare a cercare per esprimergli con i fatti tutta la vostra stima per le sue capacità intellettuali.

L’Apolide

Per favore, basta spesa pubblica!
Vernon L. Smith
Originale (in inglese): The Daily Beast

Già lo scorso ottobre, un sondaggio di Rasmussen mostrava come solo un terzo degli elettori probabili credesse che il pacchetto di stimolo stesse davvero aiutando l’economia. Voi, i vostri concittadini ed il Congresso siete preoccupati dal fatto che il principale effetto dello stimolo governativo sia stato di aumentare ulteriormente il peso di un governo già pletorico che vive chiaramente oltre ai propri mezzi. Vi è stato detto che il pacchetto di stimolo era giustificato perché avrebbe fatto ripartire l’economia, mettendo in moto una ripresa che avrebbe fatto aumentare il prodotto nazionale ben più dell’aggravio per i conti pubblici. Ma siete scettici sul fatto che ci sia stata una ripresa di qualunque genere e pensate di essere stati presi in giro dal presidente e dai suoi esperti economici.

I vostri dubbi sono stati rafforzati da opinioni provenienti da entrambe le parti politiche. Il pacchetto da 860 miliardi di dollari approvato dall’amministrazione Obama è stato preceduto dallo stimolo da 170 miliardi di Bush, del quale si diceva che non aveva funzionato perché troppo limitato. Spaventati dal futuro, i cittadini hanno preferito usare gli assegni dello stimolo di Bush per ripagare parte dei debiti o aumentare il risparmio. La disoccupazione stava già crescendo e un gran numero di proprietari viveva già in case che valevano meno di quanto avessero da ripagare alla banca. Ora la situazione è peggiorata. Nei cinque stati più colpiti, ecco la percentuale di proprietari che hanno mutui superiori al valore di mercato dei loro immobili: Nevada (70%); Arizona (51%); Florida (48%); Michigan (38%); California (35%). La crisi attuale è stata provocata dai programmi privati e governativi che erano stati pensati per facilitare l’acquisto delle prime case. Il risultato è stata una insostenibile bolla immobiliare, con il conseguente crollo che ha convinto le banche, le aziende e le famiglie che fosse il momento giusto per ridurre i propri debiti.

Le motivazioni addotte per l’aumento della spesa governativa erano che si sarebbe fatto lavorare il capitale e la forza lavoro inattiva per aumentare la produzione di beni e servizi: per questo un dollaro di spesa governativa avrebbe prodotto più di un dollaro di nuova produzione, grazie all’effetto “moltiplicatore”. Robert Barro, dell’università di Harvard, ha studiato la spesa in tempi di guerra e per la difesa, trovando che questo moltiplicatore era in effetti solo 0,8. Ma quelli erano tempi migliori, nei quali le aziende, le banche e le famiglie non avevano come principale preoccupazione quella di usare qualsiasi aumento di reddito per ripagare i vecchi debiti o proteggersi contro future perdite di entrate. Eppure, anche a quei tempi, non è che fosse un modo particolarmente produttivo di impiegare i soldi pubblici.

Quindi, qual’è stata la risposta del governo alla attuale crisi? A parte spendere i soldi del pacchetto di stimolo, sono stati dati incentivi fiscali per chi comprava una prima casa o programmi di rottamazione se compravi un auto nuova: tutti e tre sono programmi che prendono in prestito produzione, case e macchine dalle vendite e dalla produzione degli anni successivi. Usare sussidi per far crescere artificialmente le vendite di case oltre a quello che la gente poteva permettersi di ripagare è stato il problema che ha fatto iniziare la crisi. Ora questo problema viene spacciato come una soluzione.

Viviamo un periodo mai visto dalla Grande Depressione, proprio quella crisi nella quale i miei genitori, proprio nella fase più acuta, nel 1934, furono costretti a cedere la loro fattoria nel Kansas alla banca. Sono queste memorie e l’intensità della crisi attuale ad aver spinto me ed il mio collega Steven Gjerstad ad esaminare le ultime quattordici recessioni, inclusa la Grande Depressione. Siamo stati sorpresi nello scoprire che in undici di queste quattordici recessioni il calo percentuale nelle spese per le nuove abitazioni ha preceduto e superato di gran lunga il calo percentuale in ogni altra componente primaria del PIL. Quindi la fonte dei guai di oggi non è affatto nuova! Inoltre abbiamo scoperto che la ripresa del mercato immobiliare, nel passato, è stata strettamente collegata alla ripresa dalla recessione. Gli ultimi dati continuano a dirci che la ripresa del settore immobiliare, dei beni durevoli al consumo e degli investimenti delle aziende è al massimo anemica.

Gli errori compiuti in passato nel mercato immobiliare e nella spesa pubblica ci hanno lasciato con poche strade, nessuna delle quali sembra quella giusta. Ma per favore, basta con la spesa pubblica! Bisogna affrontare il deficit, evitare ogni nuova tassa, visto che difficilmente riusciranno a ridurre il deficit senza ulteriormente scoraggiare la ripresa dell’economia.

La nostra migliore opportunità per aumentare i posti di lavoro e la produzione è quella di ridurre le tasse sulle imprese ed i costi per creare nuove aziende. Non bisogna dare sussidi; basta ridurre le loro tasse anche quando diventano più grandi e ridurre ogni impedimento burocratico nel processo di incorporazione. Questo è indicato con forza dal programma che segue lo sviluppo delle imprese del Bureau of Census e della Kauffman Foundation, che ha esaminato l’evoluzione delle nuove imprese nel periodo 1980-2005. L’ingresso di nuove imprese, al netto di quelle fallite, in questo periodo ha costituito due terzi in più della crescita dei posti di lavoro (3 per cento) della media di tutte le imprese negli Stati Uniti (1,8 per cento all’anno). La feconda confusione creata dalle nuove tecnologie, con la corrispondente crescita della produzione, della produttività e dei posti di lavoro, ha portato alla creazione di nuove imprese che hanno preso il posto di quelle che, inevitabilmente, erano fallite. Ridurre le barriere a questa crescita incoraggia un percorso per la ripresa economica che non ipotechi pesantemente la produzione negli anni a venire.

Vernon L. Smith, professore della cattedra di Finanza ed Economia George L. Argyros alla Chapman University, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2002.

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RIMETTIAMO L’AMERICA AL LAVORO

Quattordici milioni di disoccupati rappresentano un gigantesco spreco di capitale umano, una perdita irrecuperabile di ricchezza e potere d’acquisto ed un affronto agli ideali fondanti dell’America. Più di 6,8 milioni di loro sono stati senza lavoro per più di 27 settimane. I membri del Congresso sono andati a casa per celebrare il 4 luglio senza essere riusciti ad estendere la copertura del trattamento di disoccupazione.

Riconosciamo la necessità di un programma che tagli il deficit federale a medio e lungo termine, ma l’imperativo ora, e la strada più sicura per riuscire ad avere un budget bilanciato nel tempo, è quello di tornare ad un’attività economica a pieno regime. Come negli anni ’30, l’economia sta subendo un brusco calo nella domanda aggregata ed una perdita di fiducia da parte delle aziende. L’esperienza ci dimostra, come ha notato Keynes, come la politica monetaria non basti, specialmente nei periodi di profonda crisi.

Il bisogno più urgente è quello che il governo prenda il posto del potere d’acquisto perso dai disoccupati e dalle loro famiglie, oltre ad impiegare altri programmi di spesa o incentivi fiscali per far aumentare la domanda. Concentrarsi sulla riduzione del deficit, senza affrontare la cronica mancanza di domanda aggregata, è stato l’errore commesso negli anni ’30. Questo errore non farà che prolungare la grande recessione, danneggiare la coesione sociale del paese e continuare ad infliggere inutili sofferenze a milioni di americani.

Firmatari:
Alan Blinder
Daniel Kevles
David Reynolds
Derek Shearer
Jim Hoge
John Cassidy
Joseph Stiglitz
Laura Tyson
Lizabeth Cohen
Harold Evans
Nancy Folbre
Richard Parker
Robert Reich
Sean Wilentz
Sidney Blumenthal
Simon Schama

Aggiornamento

Da ieri pomeriggio, due dozzine di altri economisti di spicco, tra i quali i vincitori del premio Nobel Eric Maskin e Daniel McFadden, hanno firmato l’appello, portando il totale a 40. Alcuni di loro sono andati oltre, aggiungendo delle dichiarazioni sul perché pensano che questo passo sia così cruciale per il nostro futuro collettivo.

Richard MacMinn, Edmondson-Miller Chair, Illinois State University:

Se abbiamo imparato qualcosa da Keynes è che ci vuole un enorme investimento per far ripartire un’economia in crisi. Visto l’invecchiamento delle infrastrutture e la mancanza di investimenti adeguati nell’educazione come in molti altri settori cruciali tra i quali l’energia, il potenziale per un ampio ritorno da questi investimenti sembra chiaro. Sembra altrettanto chiaro come il non fare nulla produrrà gravi perdite nell’attività economica. Non è questo per far sì che la paura dei debiti generi l’inazione. Semmai è necessario il contrario.

David I. Levine, Trefethen Professor, Haas School of Business, University of California, Berkeley:

Siamo tutti d’accordo che gli Stati Uniti abbiano un serio problema di deficit per la prossima generazione. Questo problema nel medio termine è in gran parte dovuto all’aumento dei costi previsti per le cure sanitarie agli anziani. Oggi è cruciale che impariamo come fornire una sanità di qualità senza l’incessante aumento dei prezzi. Allo stesso tempo, il serio problema dei costi della sanità non è una scusa per ignorare il problema più urgente di far tornare gli americani al lavoro. Sappiamo come combattere la disoccupazione: supportare il potere di acquisto dei disoccupati con l’estensione del sussidio di disoccupazione, fornire più assistenza agli stati così che le città e gli stati non continuino a licenziare insegnanti e vigili del fuoco e così via. La mia descrizione della causa principale per il nostro problema di lungo periodo suggerisce un metodo particolarmente efficace per combattere la recessione: cercare nuovi modi per fornire un’assistenza sanitaria di alto livello a prezzi più bassi è un investimento intelligente per creare posti di lavoro oggi, assicurare la stabilità fiscale per la prossima generazione e migliorare le vite degli americani.

Victor D. Lippit, Professor of Economics, University of California, Riverside:

Ci sono solo quattro fonti di domanda aggregata nell’economia: consumo, investimento privato, spesa pubblica ed esportazioni. Con l’alto livello di disoccupazione dell’attuale economia americana, il fatto che i fondi messi da parte dalle famiglie per la pensione siano stati devastati dal crollo del mercato azionario, la caduta dei prezzi delle case -che molte famiglie consideravano la propria “riserva di risparmi”- e l’essersi accorti che è necessario che le famiglie ripaghino i debiti ed aumentino il risparmio, gli Stati Uniti dovranno affrontare un lungo periodo di aumenti contenuti del consumo. Quindi anche gli investimenti delle aziende per produrre beni di consumo e servizi rimarranno modesti. Il fatto che le economie in Europa e Giappone siano deboli limita di molto il potenziale per l’aumento dell’export. Per qualche tempo, quindi, sarà necessario che la spesa statale provveda lo stimolo all’economia e l’aiuto per i disoccupati, cui certo non si può dare la colpa se mancano posti di lavoro. Nel medio e lungo periodo si dovrà sicuramente affrontare il debito pubblico ma questo potrà avvenire solo quando ci sarà stata una ripresa più sostanziosa e siano di nuovo disponibili posti di lavoro. Quelli che si rifiutano di sostenere l’estensione dei sussidi di disoccupazione senza tagli alla spesa statale tradiscono una profonda ignoranza dei fondamentali dell’economia, creando una grave ingiustizia per coloro che hanno perso il posto di lavoro nonché un grave danno all’economia del paese.

Michael Nuwer, Professor of Economics,
 SUNY Potsdam:

All’inizio del 2009, quando si discuteva del pacchetto di stimolo all’economia, molti economisti temevano che le cifre considerate fossero insufficienti per sollevare l’economia dalla Grande Recessione. Sicuramente avevano ragione. Il tasso di disoccupazione rimane alto in maniera inaccettabile, i bilanci degli stati e delle città sono in crisi e non c’è alcun segno di miglioramento dell’economia. Ora è il momento che il Congresso si decida a far tornare l’economia in marcia e rimetta gli americani al lavoro.

Le due dozzine di nuovi firmatari di ieri sono:
- Marshall Auerback
- Clair Brown
- Jim Campen
- Susan Feiner
- Heidi Hartmann
- Michael D. Intriligator
- David I. Levine
- Victor D. Lippit
- Robert Lynch
- Arthur MacEwan
- Richard MacMinn
- Eric Maskin
- Daniel McFadden
- Walter W. McMahon
- Peter B. Meyer
- Michael Nuwer
- Erik Olsen
- Dimitri Papadimitriou
- Bruce Pietrykowski
- Robert Pollin
- Malcolm B. Robinson
- Mary Huff Stevenson
- Peter Skott
- Mark Zandi

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