Tag

, , , , , ,

Foto trovata su readmylipsticknetwork.comUn altro pezzo dell’agenda statalista di Obama è passato dal Senato grazie anche al voto dell’ex idolo dei Tea Party Scott Brown. A questo punto William Kristol si domanda cosa debba fare il GOP per invertire la rotta e tornare protagonista. La sua ricetta: seguire i Tea Party ed essere audace.

Spesso agli “spaghetti yankees” come l’Apolide viene domandato il perché siano così ossessionati dalla politica statunitense e perché si ostinino a seguirla con passione nonostante le mille differenze con la nostra provincialissima Italietta. C’è chi risponde con una scrollata di spalle, c’è chi si infervora ed inizia a cantare le lodi del più grande esperimento politico-filosofico della storia umana. L’Apolide, che a lungo ha fatto parte di questa seconda categoria, si è leggermente stufato di ripetere sempre i soliti altisonanti peana e sta cercando di adottare un metodo diverso. Dopo queste parole, troverete la traduzione di un articolo di William Kristol, nume tutelare dei conservatori a stelle e strisce, direttore del prestigioso settimanale “Weekly Standard”. Leggetelo con attenzione. In meno di mille parole, senza lanciare il minimo insulto, ma con la forza del ragionamento e della dialettica, riesce a colpire senza pietà entrambi i partiti principali, tracciare i confini di una crisi storica senza salire sul piedistallo, indicare al suo partito di riferimento (il GOP) il rischio della politica politicante e incoraggiare i quadri dirigenti a trattare con rispetto la galassia disordinata ma imponente dei Tea Parties. Kristol va ancora più oltre: senza nascondere ai lettori che trova molte delle posizioni espresse nei raduni dei Tea Parties “singolari”, ammette la sua stessa inadeguatezza e dice che, in un momento come questo, il partito deve seguire l’esempio dei milioni di anonimi volontari, prendere il coraggio a due mani e non accontentarsi delle vittorie tattiche. Ora, dopo aver letto un articolo del genere, riuscite a capire perché siamo così affascinati dagli Stati Uniti d’America? Il “Weekly Standard” non è un’oasi di libertà editoriale, dipende in buona parte dai finanziamenti delle varie fondazioni dell’universo conservatore e, in ultima analisi, dalla benevolenza dell’establishment del partito repubblicano. Eppure, di fronte ad una crisi storica come quella che stanno vivendo gli Stati Uniti (ma che, nonostante tutte le veline del governo, minaccia ancora più gravemente la nostra indebitatissima Italia), si alza in piedi e chiede scelte coraggiose, un ripensamento totale degli ultimi settant’anni di politica e la riscoperta delle radici alla base della Repubblica. Date un’occhiata agli squallidi fogli che infestano le edicole della penisola e ditemi se anche voi non siete riusciti a trattenere un lamento. Negli Stati Uniti come in Italia, bisogna ritornare allo spirito del 4 luglio, ai diritti fondamentali, allo stato minimo, alla protezione del cittadino DALLO stato, alla distruzione feroce e spietata dei residuati del cancro socialista, alla cacciata dei parassiti dal corpo della Nazione. Oltreoceano c’è qualche speranza che possano riuscirci. Noi amanti della libertà, rinchiusi nel nostro miserevole paese fatto di pubblici vizi e sempre meno private virtù, possiamo solo stare alla finestra e sperare che, per l’ennesima volta, siano i liberi contadini yankee a toglierci le castagne dal fuoco. Non è molto, magari non servirà a niente, ma ci mettiamo tutto il cuore. United we stand, fino alla fine.

L’Apolide

“La crisi alla quale siamo giunti”
William Kristol
Originale (in inglese): Weekly Standard
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Dopo aver provato in maniera non equivocabile l’inefficienza dell’esistente governo federale, siete chiamati a deliberare su una nuova Costituzione per gli Stati Uniti d’America. Il solo argomento tradisce la sua stessa importanza; comprendendo tra le sue conseguenze niente di meno che la stessa sopravvivenza dell’UNIONE, la sicurezza ed il benessere delle parti che la compongono, il destino di un impero che per molti aspetti è il più interessante del mondo. Si è fatto spesso notare come sembri che sia stato riservato al popolo di questa nazione, attraverso la sua condotta ed il suo esempio, di decidere una questione quantomai importante, se le società umane siano o no capaci di istituire un buon governo attraverso la riflessione e la scelta ponderata, o se siano per sempre destinate a dipendere per le loro istituzioni politiche dagli accidenti del destino e dall’uso della forza. Se ci fosse anche un solo pizzico di verità in questa affermazione, la crisi alla quale siamo giunti può essere propriamente considerata come il momento nel quale si prende quella storica decisione; e lo scegliere la parte sbagliata che dovremo recitare potrebbe, secondo questa ottica, meritare di essere considerata una iattura per l’intero genere umano.

—Alexander Hamilton, “The Federalist Papers”, libro I

Non ci troviamo ancora ad un momento fondativo del genere, o anche al punto di decidere se rifondare l’Unione. Ma siamo arrivati ad una crisi di quelle serie, o una serie di crisi collegate, e questo potrebbe benissimo essere un momento decisivo nella storia della nazione.

Quello che anima i Tea Parties è proprio il rendersi conto di trovarsi di fronte ad una crisi importante. Ho avuto il piacere di partecipare al “Proud to be an American July 4th Tea Party”, tenuto davanti alla Independence Hall a Philadelphia (l’edificio dove è stata firmata la Dichiarazione d’Indipendenza il 4 luglio 1776 ndT). Come si conviene, c’erano canzoni patriottiche e discorsi dello stesso tenore, intermezzati da espressioni di supporto per le nostre truppe e dichiarazioni d’affetto per la nostra nazione. Eppure il sentimento di orgoglio e gratitudine patriottica non era l’unica nota dominante: i miei amici del Tea Party non potevano fare a meno di esprimere il proprio allarme verso l’amministrazione che in questo momento ha la responsabilità di governare il paese. La combinazione di gratitudine patriottica e il percepire un pericolo imminente produce la determinazione ad agire e la disponibilità ad affrontare con coraggio la crisi che il nostro paese sta vivendo sia in campo economico, che nella politica estera, che nell’auto-governo.

In questo, i Tea Parties sono molto avanti ai due principali partiti: come spesso succede ai partiti politici consolidati, entrambi rimangono limitati dalla loro visione del mondo, rimanendo abbarbicati alla politica di sempre e continuando a contare sui metodi e la pratica già provate in passato – troppo per riuscire ad entrare in sintonia con un momento straordinario come quello che stiamo vivendo.

Naturalmente, i leader del partito democratico non vogliono adeguarsi al momento storico: dopo aver passato una vita a sognare le solite, stantie politiche progressiste, stanno facendo del loro meglio per farne passare più che possono, anche se il fallimento di queste politiche diventa più evidente giorno dopo giorno. Riflettere seriamente sul fatto che le loro adorate politiche hanno fallito miseramente, sia in America sia all’estero, sarebbe troppo doloroso e richiederebbe un ripensamento delle proprie idee troppo consequenziale e troppo distruttivo per essere fatto volontariamente. Dopo tutto, l’esperienza ci ha dimostrato come i sinistri siano più disposti a far soffrire le pene dell’inferno a tutti noi piuttosto che correggere i propri errori, ripensando quei dogma che li hanno rapiti fin da quando erano giovani.

Eppure sta diventando sempre più chiaro come “l’inefficacia dell’esistente governo federale”, nel nostro caso la politica di sinistra del welfare state, non è più sostenibile. L’aumento incontrollato delle spese e del debito pubblico mette a serio rischio il nostro futuro economico. La nostra debolezza ed il timore con il quale ci muoviamo all’estero rischiano di regalarci un mondo nel quale terroristi e fanatici religiosi possiedono ed usano armi nucleari. Lo stato matrigna, allo stesso tempo onnipresente e pasticcione, mette davvero a serio rischio il futuro dell’auto-governo del popolo. I dogmi del multiculturalismo davvero minacciano di erodere i pilastri di una società libera.

Durante il Tea Party di Philadelphia, stavo dicendo ad un mio amico come trovassi le proposte di alcuni dei partecipanti perlomeno eccentriche. Lui mi ha risposto “Beh, sempre meglio dei comunicati stampa dei partiti”. Ha ragione: in questo momento, idee coraggiose, apparentemente impolitiche o poco pratiche sono più utili che il ripetere diligentemente critiche e proposte ragionevoli di breve o brevissimo respiro. In un momento come questo, i comunicati stampa non bastano più.

Questa è la vera sfida per il partito repubblicano. Visto che si tratta di un partito politico vero, ha anche responsabilità concrete; quindi deve fare il lavoro di tutti i giorni che tocca ad un’opposizione leale – aiutare i generali Petraeus, Mattis e Odierno a vincere le guerre che stiamo combattendo e non possiamo certo permetterci di perdere, resistere in ogni modo ai programmi e alle nomine ridicole dell’amministrazione Obama, proporre leggi od emendamenti che migliorino le politiche del governo o, almeno, rendano evidente la differenza tra i due partiti.

Ma il GOP può essere allo stesso tempo il partito del futuro come quello del presente. Può essere il partito sia delle riflessioni sui valori fondanti e delle scelte radicali sia il partito delle critiche e dell’opposizione quotidiana. Questo non è certo un compito facile: può portare ad errori, gaffes, tensioni e confusioni tra le fila del partito, ma è quello che il momento storico ci richiede.

Quindi non abbiate paura dei Tea Parties. Siate aperti alle riforme più radicali. Stavolta non basterà tirare la cinghia, potare qui e là qualche programma, richiedere più trasparenza e maggiore efficienza. Il pericolo per i repubblicani non è quello di affrontare la attuale crisi con troppo coraggio. Semmai è quello che non riescano ad esserlo abbastanza.

About these ads