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Foto trovata su sitoaurora.splinder.itLa storia riserva sempre brutte sorprese. Il blocco orientale è crollato poco più di venti anni fa, ma i milioni di traditori nostrani non hanno mai smesso di lavorare per il comunismo. Ed Driscoll fa un’analisi molto interessante sul colpo di coda dell’ancien regime statalista. Articolo dopo il salto.

Nonostante una reputazione da Cassandra, all’Apolide non sono mai piaciuti troppo i toni apocalittici. Forse perché non vuole dar spago al lato oscuro del proprio carattere o magari perché trova il ricorso alle truculenti metafore escatologiche una scorciatoia dialettica indegna della penna di un fine dicitore (la modestia non è mai stata il suo forte, povera stella). Eppure il momento sembra giustificare l’uso di tali artifici, visto che quel mondo cristallizzato dall’infausto incontro di Yalta e quelle leggi fondamentali della politica internazionale uscite dall’altrettanto infausta conferenza di Westfalia sembrano sul punto di crollare, lasciando il posto a Dio solo sa che cosa. Visto che, in fondo, trattasi sempre di uno studioso di cose geopolitiche, l’Apolide non può che tracciare scenari mentali a getto continuo, cercando di prevedere cosa riservi il futuro. Chiave di tutti questi scenari è e rimane la sopravvivenza o meno della potenza egemone, gli Stati Uniti, che rimane l’unico potenziale freno alla completa disgregazione del sistema internazionale. Per questo il lungo post di Ed Driscoll è molto significativo ed andrebbe letto con attenzione da chiunque si occupi di politica o di affari internazionali. Unendo alcuni dei più interessanti articoli usciti negli ultimi giorni (il pezzo di Jonah Goldberg su Townhall, l’articolo di Charles Krauthammer sul NYT e le varie riflessioni sull’argomento di diversi blogger, tra i quali C.J. Burch ed il maestro Glenn Reynolds), riesce a dare un quadro d’insieme di quello che si profila all’orizzonte: lo scontro finale tra il liberalismo e l’ideologia progressista (che noi europei chiamiamo ancora con il giusto nome, ovvero socialismo). Che Obama sia il portatore di tutto il peggio che questa ideologia scellerata abbia mai sognato ormai è chiaro a chiunque. Il fatto che dall’altra parte non ci sia un altro campione (papà Ronnie, mamma Maggie, perché ci avete lasciati soli?) ma la moltitudine degli attivisti dei Tea Parties mi sembra quasi poetico: come nel 1774, contro il tracotante Re d’Inghilterra, ci sono i liberi contadini yankee, con la loro fede, la voglia di libertà e la determinazione a decidere da soli il proprio destino. Resta da capire che ruolo avranno le informi masse europee, evirate dallo stato matrigna e drogate di welfare fino alla punta dei capelli. Come reagiranno quando le cose inizieranno a precipitare sul serio (nota agli occupanti del Palazzo: piantatela di dire che il peggio è alle spalle, soprattutto quando sapete che questo non era che l’antipasto della crisi vera); se saranno pronte a sollevarsi contro il mostro statalista o se saranno prese per i fondelli per l’ennesima volta, private di ogni sostanza e poi gettate su un campo di battaglia qualsiasi tanto per liberarsene in fretta. A noi che la pillola rossa l’abbiamo assunta da tanto tempo, non resta che informarsi, provare a diffondere il verbo della libertà e prepararsi al peggio. Dio non voglia che, stavolta, a spuntarla siano i rossi: quella sì che sarebbe una notte senza fine. Stay strong and vigilant.

L’Apolide

L’Ancien Regime non se ne andrà pacificamente
Ed Driscoll
Originale (in inglese): Pajamas Media
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Jonah Goldberg si domanda “quando siano cambiate le regole”.

Mentre Roma stava “cadendo”, la gente se ne rendeva conto? Quando tutte le fronde piene di gustose foglie hanno iniziato a scomparire, i dinosauri si sono forse detti “ah, ecco cosa intendevano quando parlavano di estinzione”? Quando i volontari inglesi risposero alla chiamata alle armi nel 1914 si aspettavano una guerra rapida, pensavano di essere “a casa prima di Natale”: non è che si sono guardati indietro e, usando le parole di Robert Graves, hanno “salutato il loro mondo”. Semmai l’hanno fatto molto più tardi, quando si sono resi conto che il “loro mondo” era scomparso sul serio.

Sto iniziando a chiedermi se l’attuale momento politico non sia molto, molto più importante di quanto molti di noi credano. Le regole sembrano cambiate in modi che nessuno poteva prevedere solo due anni fa. Forse tra dieci anni ci guarderemo indietro e sembrerà tutto così ovvio.

Nel 2008 la sinistra americana sembrava pronta ad un ritorno trionfale: il pendolo del “ciclo della storia” di Arthur Schlesinger stava tornando di nuovo verso l’era del progressivismo. Obama sembrava pronto a diventare il Reagan della sinistra.

Ora questi discorsi sembrano ridicoli. Gran parte della colpa va ad una Casa Bianca che non sembra sapere come comunicare con il popolo americano quando quest’ultimo non condivida l’agenda ideologica della Casa Bianca. Non solo, la Casa Bianca sembra particolarmente dotata nello scegliere argomenti che la mettano in aperta contraddizione con la maggioranza degli elettori – dalla causa contro lo stato dell’Arizona per la legge sull’immigrazione alle spiegazioni raffazzonate quando gli è stato chiesto se davvero pensi che la missione fondamentale della NASA debba essere quella di aumentare l’autostima della gioventù musulmana.

Sarebbe però stupido cercare di trarre lezioni generali da gran parte di questi incidenti. Talvolta i politici giocano bene delle pessime carte, altre volte succede il contrario, ma le regole di base della politica restano le stesse.

Ma cosa succede quando queste regole cambiano di colpo? Per quasi un secolo, una regola non scritta della politica recitava che le crisi economiche rendono più popolare l’aumento dei poteri del governo. Per più di quarant’anni ci si è detto che i disastri ambientali – o i panici mediatici su possibili catastrofi – aiutano gli ambientalisti ad ottenere regolamentazioni sempre più rigide. Secondo le stesse regole, una volta ottenuti, gli americani non avrebbero mai abbandonato volontariamente dei diritti acquisiti. Oppure c’è la regola che dice che il populismo funziona se si chiede al governo di fare di più, non di liberalizzare l’economia. Per non parlare di quell’altra che spiega come, durante una recessione, gli americani non si preoccupino affatto se il deficit di bilancio cresca o no.

Eppure nessuna di queste regole sembra valere oggi, o almeno in maniera non così evidente. L’espansione del controllo statale sembra ancora più impopolare che negli ultimi anni; la perdita di greggio nel Golfo del Messico doveva essere un dono di Gaia per gli ambientalisti ma tre quarti del popolo americano continua ad essere contrario al bando delle trivellazioni che Obama sta cercando di imporre. Il sessanta per cento degli elettori probabili, subito dopo aver ricevuto il diritto alla salute, vogliono che la legge sia abrogata. A differenza di quello che succede in Europa, dove le proteste di piazza sono fatte da gente che vuole difendere i propri privilegi e proteggere un imponente stato sociale, i manifestanti dei Tea Party scendono in piazza per tagliare il bilancio del governo.

Ma anche nel Vecchio Continente le regole stanno cambiando: i governi europei sono di colpo diventati dei falchi contro il deficit, al punto che il presidente degli Stati Uniti sente di dover dargli delle lezioncine su quanto sia sbagliato essere tirchi.

Naturalmente sente lo stesso bisogno anche qui in America, visto che l’aumento incontrollabile del debito sta diventando un tema importante, nonostante il fatto che, secondo le vecchie regole, gli elettori dovrebbero essere in piazza a chiedere nuovi posti di lavoro finanziati dai contribuenti.

Come ebbe a dire una volta Margaret Thatcher, “le leggi della vita sono conservatrici”. La civiltà occidentale si è evoluta così com’è perché per millenni si è scelto quello che funzionava meglio. Le regole del progressivismo, invece, sono state create artificialmente durante un periodo relativamente breve alla fine del diciannovesimo secolo. Mentre alcune variabili sono cambiate ogni volta che sono state implementate, in maniera più o meno completa, in America, Inghilterra, Germania, Italia e Russia durante le prime decadi del secolo successivo, erano figlie del proprio tempo, ovvero della Rivoluzione Industriale. I macchinari erano enormi – dalla locomotiva a vapore, alla linea di montaggio, alla diga idroelettrica fino alle rotative, le torri di trasmissione della radio e gli studi cinematografici. Per questo erano molto costose da comprare ed erano in pochissimi a potersele permettere. Visto che cambiare ogni volta le stazioni della catena di montaggio era troppo costoso, la produzione di massa prese il posto della produzione degli artigiani. L’industria di massa creò prodotti di massa, fatti per uomini tutti uguali che consumavano divertimenti di massa.

In America, per almeno la prima metà del ventesimo secolo, questo modello ha funzionato abbastanza bene. Verso la metà degli anni ’50, gli impiegati iniziarono ad essere di più degli operai, segnale che poteva significare solo l’inizio della fine della rivoluzione industriale. La produzione di massa iniziò ad essere sostituita da prodotti pensati per un consumatore ben definito; l’industria dell’intrattenimento seguì la stessa strada. Verso la metà degli anni ’80, c’erano già un paio di dozzine di canali televisivi via cavo: l’ultima volta che ho controllato, l’elenco dei canali offerti dal mio provider DirecTV è di qualche centinaio. Forse ancora più importante, ci sono letteralmente milioni di blog e siti internet; Amazon ha disponibile quasi ogni libro stampato negli ultimi cento anni, quasi ogni registrazione significativa di musica classica e pop, per non parlare di gran parte dell’immenso catalogo di Hollywood. Quando non riesci a trovarlo su Amazon, basta fare un salto su eBay ed il gioco è fatto.

Eppure gran parte del modo di pensare progressista, specialmente dal lato economico, rimane intrappolato nella prima metà del ventesimo secolo – fatto che genera una dissonanza cognitiva a più livelli. Prima di tutto c’è il  “Cargo Cult” del New Deal, come lo ha definito Jonah in un suo precedente editoriale. Eppure l’esplodere della burocrazia ed il modo di pensare della sinistra, che adora “mettersi di traverso sulla strada della storia” passando dal “Not in My Backyard” al “Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anyone” (con il gustoso acronimo “BANANAS”), vuol dire che se si dovessero davvero costruire di nuovo i progetti storici dell’era del New Deal, come la diga di Hoover, sarebbe praticamente impossibile. (Non per niente, di questi tempi, gli ambientalisti sembrano molto più interessati a rimuovere le dighe piuttosto che a costruirne di nuove). Poi c’è l’obiettivo di sempre, espandere i “diritti” socialisti come il welfare o la sanità pubblica, nonostante il fatto che gran parte del pubblico americano  – ed in maniera crescente anche europeo – ormai si sia reso conto che non sono altro che immensi pozzi senza fondo capaci di mandare in bancarotta anche lo stato più ricco.

Poi c’è il fatto di non fidarsi di nessuno alla destra dei progressisti – e non solo repubblicani o conservatori. Come abbiamo fatto notare ieri, gli adoratori di Obama democratici all’inizio del 2008 hanno demonizzato in ogni modo Hillary Clinton, Geraldine Ferraro, Bill Clinton ed altri pezzi grossi del partito democratico, solo perché sembravano leggermente più a destra di Obama. (Notare per favore quanto poco c’è voluto, dopo la vittoria di Obama, prima che Bill e Hillary fossero accolti di nuovo dalla sinistra. Niente di personale, picciotti. Il business è business). Quando Bill Ayers diventa un tizio qualunque che vive a due isolati da te ed i sermoni del Reverendo Wright sono considerati un “fuoricampo” dalla CNN, ma pensi che il vero tizio che vive a due isolati da te che una domenica, invece di guardare alla televisione la partita tra Cowboys ed Eagles, va ad una protesta per le troppe tasse organizzata da un Tea Party sia simile ad un terrorista o, molto più semplicemente lo consideri come “il nemico”, forse è il caso che tu riconsideri un attimo il tuo modo di vedere il mondo.

Poi c’è la mentalità sistemica del “proibisci tutto”: durante gli ultimi anni del diciannovesimo e la prima metà del ventesimo secolo, i progressisti dell’era del New Deal credevano che i beni di consumo fossero un simbolo della potenza industriale americana e, collaborando con l’industria privata, costruirono le ferrovie e le autostrade per distribuirli oltre alla rete elettrica necessaria per alimentarli.

Come stanno le cose oggi? “Il popolo americano è viziato” quindi “ti toglieremo delle cose per il bene comune”. Ronald Reagan amava scherzare sul fatto che “il governo ha un modo di vedere l’economia che potrebbe essere riassunto in poche frasi: se si muove, tassalo. Se continua a muoversi, fai un regolamento. Se smette di muoversi, approva un bel sussidio statale”. Dopo appena vent’anni da quando Reagan ha lasciato il posto di governatore della California, Sacramento ha deciso che è più facile vietare le cose piuttosto che tassarle e regolamentarle.

Tutto quello che ho detto finora è un modo un poco convoluto per dire che il progressivismo è una filosofia sorprendentemente vecchia e sempre più screditata, visto che la realtà e la tecnologia odierna continuano ad allontanarsi dalle sue radici vecchie di un secolo. Uno degli autori del programma comico “Saturday Night Live” diceva che puoi essere di avanguardia per qualche tempo, poi entri a far parte della vecchia guardia. Come mi chiedevo qualche tempo fa, stiamo assistendo alla fase senile della vecchia guardia? Anche se così fosse, è probabile che passino parecchi anni prima della sua dipartita. Ma soprattutto, in cosa si trasformerà poi?

Nel breve termine, le cose probabilmente resteranno parecchio brutte. Anche se i repubblicani prendessero il controllo della Camera quest’anno e del Senato o a novembre o nel 2012, Barack Obama non diventerà un nuovo Bill Clinton. Al contrario di Clinton, che nel giro di pochi mesi passò dal provare a cacciare a forza in gola all’elettorato la sanità pubblica o vietare la vendita delle armi a dire che “l’era del governo totale è finita”, quando il GOP controllava entrambi i rami del Congresso, Charles Krauthammer scrive che, casomai il presidente Obama fosse rieletto, si tratterebbe con ogni probabilità di una vera e propria orgia di tasse, spese pazze e regolamenti assurdi tutti passati con i soliti metodi poco chiari:

Il primo atto è finito. Con il passaggio del pacchetto di stimolo, della riforma sanitaria e del mondo della finanza, il primo mandato di Obama è arrivato al limite estremo. Non sopporterebbe altri atti così pesanti. I democratici probabilmente pagheranno il prezzo dell’aver voluto fare il passo più lungo della gamba pur di seguire la loro ideologia perdendo una o entrambe le camere, o di fatto o in pratica. Obama passerà il resto del primo mandato consolidando queste vittorie (scrivere i decreti attuativi, per esempio) e preparandosi per il secondo atto.

Per far partire la prossima fiammata ideologica – regolare in maniera massiccia il settore energetico, nazionalizzare l’università e una “complessiva” riforma dell’immigrazione (leggi amnistia) – ci sarà bisogno di un secondo mandato e quindi di essere rieletto nel 2012.

Ecco perché c’è così tanta tensione tra Obama ed i deputati democratici: per Obama, le elezioni del 2010 sono poco importanti. Se i democratici perdessero il controllo di una o di entrambe le camere, Obama se la caverebbe meglio nel 2012, replicando il piano di Bill Clinton, che usò Newt Gingrich ed i repubblicani come schermo per portare avanti la sua campagna per la rielezione del 1996.

Ora Obama è a terra, ma siamo ancora ai primi round. Come Reagan, è andato a Washington per fare grandi cose. E ne ha fatte parecchie nei suoi primi 500 giorni. Per fare il resto sa bene che dovrà aspettare i suoi prossimi 500 giorni – quelli che vengono dopo la rielezione.

Quindi l’obiettivo finale è il 2012: Obama vede lontano, più lontano dei suoi colleghi di partito. I repubblicani possono sottostimarlo a loro rischio e pericolo.

Naturalmente, questo scenario assume che l’amministrazione continuerà ad essere totalmente concentrata e che riesca a tiranneggiare un Congresso che, molto probabilmente, sarà molto più a destra di quello attuale. Come scrive Moe Lane, “ma questa amministrazione non doveva essere bravissima a mantenere il controllo sulla narrativa”?

A parte gli incidenti di percorso, l’Ancien Régime non se ne andrà senza combattere — anche se a novembre dovesse esserci un apparente colpo di fortuna, quelli dei Tea Party faranno bene a non dare niente per scontato nei prossimi anni.

Aggiornamento (18/7/2010): Bill Quick prende spunto dal saggio di Jonah e dice “Bella intuizione”, aggiungendo che quello a cui stiamo assistendo non è che  “l’inizio di una trasformazione molto più profonda della scoperta del fuoco, della transizione all’agricoltura o lo stesso avvento dell’era industriale”:

Sia che tu la chiami Singolarità o rivoluzione tecnologica o solo magia, il fatto è che ci troviamo nel bel mezzo di una spirale ascendente riguardo a quello che conosciamo, quello che possiamo imparare e quello che possiamo fare.

L’ideologia progressista con la quale gran parte del mondo occidentale ha dovuto fare i conti per più di un secolo è un prodotto della rivoluzione industriale. Morirà presto e sarà rimpiazzata da qualcosa di diverso quando la rivoluzione tecnologica travolgerà tutto quello che ha davanti al suo cammino. I fissati della politica vivono in una specie di bolla nella quale la politica ha la supremazia su tutto il resto, senza capire che le scelte politiche derivano da fattori molto più semplici, i quali, in questo momento, sono smontati, ricostruiti, creati ex novo o distrutti da forze molto più potenti della politica o dell’ideologia. Anche l’ideologia più antica di tutte – la religione – oscilla e tentenna di fronte alle tempeste future.

La vecchia Unione Sovietica – fragile e tarlata – è stata la prima a soccombere alla marea crescente. La nostra politica, se non la sopravvivenza della politica in generale, farà presto la stessa fine. Il periodo a cui facevi riferimento, dieci anni, tra l’altro, è appropriato. Allora sarà chiaro a tutti che la Vecchia Via del dogma tradizionale dei conservatori sarà irrimediabilmente frantumata.

Cosa ci aspetta? Non ne sono sicuro. Ho qualche idea e uno di questi giorni proverò ad elaborarle, ma, Jonah, su una cosa hai ragione: sta succedendo qualcosa di grosso e quasi nessuno sa di cosa si tratti. Non è vero, Mister Jones?

Sicuramente l’Ancien Regime non ne ha idea: Glenn Reynolds pubblica un link al blogger C.J. Burch, che nota alcune similarità tra il nostro periodo e quello corrispondente del secolo scorso:

“Nei giorni precedenti alla Prima Guerra Mondiale, tutti i principi d’Europa, tutti i nobili, tutti i membri delle elites culturali sapevano che c’era una tempesta in arrivo, tanto forte da spianare in un sol colpo tutto quello che avevano costruito. Eppure non uno di loro ebbe la forza o il coraggio di fare nient’altro a parte quello che avevano sempre fatto fino a quel momento, ovvero quello che li aveva condotti tutti sull’orlo del baratro”.

Se questo paragone tiene, speriamo che le trasformazioni della società a venire siano molto meno dannose di quelle che seguirono alla Prima Guerra Mondiale.