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Foto trovata su 150currency.comUna nota di leggerezza dopo troppe cattive notizie. Il caldo afoso di questi giorni mi ha fatto ripensare alla lunga e torrida estate del 1998, quando ero al Cairo e “lavoravo” per l’Al-Ahram Weekly. Sembra che in Egitto siano spariti gli spiccioli e la gente sia costretta ad acrobazie levantine per evitare di pagare le cose due volte. Certe volte il vecchio, pazzo Egitto mi manca da morire. Articolo di Nadine el-Hadi.

Chissà perché, tutte le volte che la temperatura supera un certo livello, l’Apolide entra in “modalità levantina”. I ritmi si rallentano, le persiane si chiudono, unici movimenti quelli dal letto al frigorifero, almeno fino a quando il sole non cala oltre l’orizzonte. Più o meno il ritmo che teneva quando ha soggiornato nella terra del sole, del sorriso e delle mille contraddizioni, che ospita un popolo tanto sfortunato quanto straordinario, capace di mille piccoli atti di eccezionale umanità come della più incredibile ottusa crudeltà. Nonostante le apparenze, non sto parlando della nostra penisola, ma del “paese attorno al fiume”, quell’Egitto dove l’Apolide ha lasciato più di un pezzo di cuore e tanti, troppi amici. Ho un’infinità di ricordi, episodi più o meno singolari, divertenti quanto tristi, legati ai vari viaggi che mi hanno condotto sulle rive del Nilo, a cercare di ripercorrere il cammino dei mercanti pisani che, dai loro fondaci di Alessandria commerciavano ogni genere di mercanzia. Eppure sono ancora tante le cose che non capisco di quel paese, le idiosincrasie che mi fanno venir voglia di gridare “Madad Ya Rasulallah!” (Messaggero di Dio, dammi la forza!), le troppe ingiustizie che ingabbiano tanti spiriti liberi che non chiedono altro di poter scegliere il proprio destino da soli. L’articolo che trovate qui sotto parla di una delle tante cose che fanno da sempre impazzire l’Apolide: il modo sinceramente folle con il quale gli egiziani conducono gli affari di tutti i giorni. Ora sembra che gli spiccioli siano introvabili e che la gente faccia di tutto per tenerseli in tasca per evitare di litigare ogni volta con i tassisti, piccoli dittatori della vita quotidiana di ogni cairota che si rispetti. L’articolo di Nadine el-Hadi, dall’edizione inglese del giornale Al Masry Al Youm, è uno spaccato di vita quotidiana in un paese che talvolta ci sembra incarnare il peggio della nostra Italietta ma che è anche in grado di slanci emotivi ed ideali che noi abbiamo ormai dimenticato. Ahlan wa sahlan Misri. Benvenuti in Egitto. E, visto che ci siete, tenetevi stretti gli spiccioli anche da noi. Non si sa mai.

L’Apolide

La crisi dei “fakka”
Nadine el-Hadi
Originale (in inglese): Al Masry Al Youm
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Le lamentele sulla mancanza degli spiccioli sono cosa da tutti i giorni. L’espressione preoccupata che si dipinge sul volto di un negoziante quando gli presenti una banconota da dieci lire per qualcosa che ne costa quattro precede invariabilmente la frase ‘Mafesh fakka?’ ovvero ‘Hai degli spiccioli?’.

Se il negoziante ha degli spiccioli, preferisce non sprecarli e se, come capita spesso, il compratore ha la cifra esatta, li sta risparmiando per il prossimo cliente.

Questa è una scena familiare, che si ripete in ogni transazione che coinvolga gli spiccioli (fakka). Le monete stanno sparendo dalla circolazione. L’intero paese è attanagliato da una carenza di fakka.

Negli ultimi anni ci sono stati degli aggiustamenti sulla valuta egiziana: nel 2005 la Banca Centrale d’Egitto ha introdotto le monete da una e da mezza lira (rispettivamente 13 e 7 centesimi di euro al cambio attuale ndT). Anche se nei primi mesi sono state trattate con diffidenza dalla maggioranza della popolazione, la resistenza delle monete le ha fatte preferire alle fragili controparti cartacee, che erano state usate così tanto da essere spesso irriconoscibili.

Karim Helal, amministratore delegato della CI Capital, ricorda una conversazione con un economista europeo, il quale “giudicava la salute dell’economia di un paese dallo stato delle sue banconote”. Pezzi di carta oleosi come le strausate banconote da una lira vogliono dire che il paese non sta stampando abbastanza nuove banconote per sostituirle.

Togliendo dalla circolazione le banconote di più piccolo taglio e sostituendole con monete nuove, l’Egitto probabilmente sta migliorando la sua reputazione finanziaria nel mondo.

Proprio quando entrarono in circolazione le monete da una lira, venne introdotta anche la banconota da duecento lire (poco più di 25 euro al cambio attuale ndT), la quale venne subito giudicata come un taglio troppo grande e quindi poco pratico.

Una donna che ritira del contante da un bancomat e si trova una fiammante banconota da duecento lire si lamenta e dice “ed ora cosa ci faccio con questa?”: nel 2009 la banconota venne re-introdotta in un formato più piccolo e pratico.

Eppure, anche oggi, una banconota da duecento lire è del tutto inutile nelle transazioni di tutti i giorni.

Nei grandi supermercati o nei ristoranti di lusso è probabile che riescano a cambiartela, ma scordati di usarla per pagare un taxi. Per il 18,4 della popolazione egiziana, che vive sotto la soglia della povertà e sopravvive con circa due dollari americani al giorno (secondo lo Human Development Report delle Nazioni Unite del 2009), una banconota da duecento lire è quasi inarrivabile.

Sarebbe semplice dare la colpa di questa crisi ai tassisti, visto che i clienti sono costretti a portarsi dietro abbastanza spiccioli per evitare lunghe e faticose discussioni sul prezzo. L’arrivo dei nuovi taxi bianchi con i tassametri (funzionanti – anche quelli neri li avevano, ma non funzionavano MAI ndApo) ha ridotto la tirannia dei tassisti sulla mobilità quotidiana delle persone, visto che le tariffe arrotondate hanno ridotto il bisogno di avere la cifra precisa per ogni corsa. Ma, nonostante questi miglioramenti, non è affatto detto che il tassista ti dia il resto (forse non ce l’ha davvero o vuole solo tenerselo per sé), quindi le persone continuano a tenersi gli spiccioli per evitare queste situazioni spiacevoli.

Ziad Amer, ricercatore presso l’Egyptian Centre for Economic Studies, non è convinto che esista una concreta spiegazione economica per l’apparente mancanza di spiccioli, ma indica l’inflazione come una possibile ragione per la percezione di questa scarsità.

Secondo Amer, “forse le persone non si portano dietro gli spiccioli perché, a causa dell’inflazione o il valore temporale del denaro, sono pochi i beni o i servizi che possono essere comprati con degli spiccioli. Per ‘valore temporale’ si intende il fatto che il valore del denaro tende a decrescere con il passare del tempo, quindi è naturale che con 50 piastre (l’equivalente dei centesimi – circa 7 eurocent ndT) non ci si possa comprare una bottiglietta di Pepsi come succedeva quindici anni fa (l’Egitto è e rimane strettamente un “paese Pepsi”, visti gli accordi della ditta americana negli anni ’50. La Coca-Cola è arrivata in largo ritardo e deve ancora conquistarsi una larga quota di mercato ndApo)”.

Il più recente Economic Regional Outlook del Fondo Monetario Internazionale per il Medio Oriente e l’Asia Centrale (datato maggio 2010) mostra come l’inflazione in Egitto sia costantemente aumentata dal 2000, toccando un picco del 18,3% nel 2008, ma che l’anno scorso è calata al 14,1%; si prevede che quest’anno il tasso d’inflazione diminuirà ulteriormente fino a toccare il 10,7%.

Inoltre bisogna considerare che l’economia egiziana, per come è strutturata, funziona principalmente attraverso lo scambio di moneta contante. Helal stima che circa l’ottanta per cento dell’economia è informale e che, quando si considerano i piccoli commercianti “una buona parte di loro non si serve delle banche, visto che non sono disposte a fargli credito”.

Se i piccoli commercianti lavorano fuori dal circuito bancario, per loro non c’è modo di garantirsi una riserva costante di spiccioli.

Quando ho provato a chiedere ad un negoziante come si procuri gli spiccioli, questo mi ha risposto che “è tutto condotto in maniera non ufficiale — o li prendiamo dai clienti o magari dalla pompa di benzina dall’altra parte della strada o forse dalla banca, ma non c’è un sistema preciso”.

La chiave del problema potrebbe essere questa mancanza di un sistema preciso, visto che i piccoli negozianti fanno affidamento sui propri clienti o sui vicini per fornirgli gli spiccioli necessari per lavorare. Invece di rifornirsi di spiccioli da dare come resto ai clienti, i negozianti cercano di procurarseli da questi ultimi; per questo sono riluttanti a separarsene.

D’altro canto, le persone normali vogliono tenersi gli spiccioli, visto che sono necessari per la vita di tutti i giorni — se vuoi dare la mancia al tipo che ti parcheggia la macchina, non si usa chiedergli di cambiarti una banconota da venti lire (2,71 euro al cambio attuale ndT) — e trovarsi a corto di spiccioli può essere imbarazzante.

E quindi ci troviamo imprigionati in un circolo vizioso, in un braccio di ferro quotidiano per il fakka, dove sia il consumatore sia il negoziante vogliono tenersi stretti gli spiccioli e non sono disposti a separarsene senza combattere. L’unico vincitore di questa lotta è il tassista, che può usare la scusa della crisi per mettersi in tasca qualche lira in più per ogni viaggio.