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Immagine trovata su questgarden.comMichael Barone, senior political analyst del Washington Examiner, fa una lucida disamina di come, nonostante siano passati due secoli, gli Americani rispondano meglio alla logica dei Padri Fondatori che alle promesse dei Progres-sisti. Dopo il salto.

Gli Americani la pensano come i Fondatori, non i Progressisti.
Michael Barone
Originale (in inglese): The Washington Examiner
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Sembra che i democratici stiano pensando di raccogliere 125 milioni di dollari per una campagna pubblicitaria volta a migliorare l’accettazione dell’Obamacare presso gli elettori. Sembra che siano sicuri che quello che non è riuscito ai più di cinquanta discorsi e dichiarazioni presidenziali sparsi in mesi di dibattito al Congresso possa essere realizzato spendendo 125 milioni di dollari in spot televisivi e campagne porta a porta.

Può anche darsi, ma a me pare che stiano tralasciando un problema più fondamentale. I democratici di Obama non sono partiti con l’idea di realizzare un pacchetto di stimolo economico impopolare, una riforma della sanità impopolare o una legge sul cap-and-trade impopolare.

Loro pensavano che queste iniziative sarebbero state accolte a braccia aperte. Nella loro visione del mondo, la storia non è che un cammino ininterrotto di progresso da un governo limitato ad uno onnipotente, progresso che, come scrissero gli storici del New Deal, è particolarmente bene accetto in tempi di grave crisi economica.

Il fatto che questi programmi dei democratici di Obama siano incredibilmente impopolari suggerirebbe che questa lettura della storia sia quantomeno fallace. Lasciate che vi proponga un’alternativa, una che parte dai Padri Fondatori.

I Fondatori credevano che esistesse una tensione tra il governo rappresentativo ed i diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà privata. Per questo scrissero il Quinto Emendamento, per essere sicuri che nessun cittadino potesse essere privato di questi diritti fondamentali senza passare attraverso un processo giudiziario.

In Inghilterra si era cercato di limitare questa tensione permettendo solo ai proprietari di case o terreni di votare: in questo modo, si pensava, chi non possedeva niente non avrebbe potuto eleggere dei rappresentanti che promettessero di rubare ai ricchi per dare ai poveri.

Nei primi anni della nostra Repubblica, questa precauzione non sembrò necessaria: in fondo eravamo una nazione di contadini in un posto dove la terra era tanta e mancava la forza lavoro. La stragrande maggioranza dei cittadini che allora erano considerati rilevanti – maschi bianchi adulti – era proprietario del terreno che coltivava. Non c’era alcun pericolo a lasciarli votare tutti, visto che in larghissima parte erano proprietari terrieri.

Mentre la definizione di cittadini “rilevanti” si espanse col tempo fino ad includere individui di colore e donne, gli Americani e gli immigranti si concentrarono sempre di più in enormi città e, visto che le fabbriche giganti impiegavano migliaia di lavoratori poco qualificati, la percentuale di persone che possedeva degli immobili diminuì.

Cento anni fa, gran parte degli Americani che vivevano in città erano in affitto: molti non avevano il conto in banca e pochi avevano delle riserve monetarie consistenti. Le elites iniziarono a preoccuparsi di una possibile sollevazione del proletariato.

In questa America, i Progressisti iniziarono ad affermare che la visione dei Fondatori era obsoleta: i diritti di proprietà dovevano essere subordinati a quelli umani, il governo federale doveva regolare l’attività economica e “spargere la ricchezza”, come Barack Obama disse a Joe l’Idraulico.

Questa era la visione del mondo dietro al New Deal degli anni ’30, un’immagine allettante per la maggioranza di cittadini che non possedeva né immobili né rendite finanziarie. Franklin Roosevelt seminò l’idea, prontamente ripresa dagli storici del New Deal, che un governo in perenne espansione era sia buono sia necessario. I democratici intendevano questo quando hanno detto, alla vigilia dell’approvazione della riforma sanitaria, che stavano “facendo la storia”.

Il problema che hanno i democratici è che l’America dei Progressisti e dei figli del New Deal non esiste più da un pezzo. I programmi governativi volti ad agevolare l’acquisto delle prime case hanno reso la nazione un paese di proprietari di immobili, tutto mentre il progresso tecnologico e la deregulation hanno migliorato le comunicazioni ed i trasporti, rendendo la vita meno cara e permettendo quindi ai cittadini di accumulare una ricchezza significativa nel corso di una singola esistenza.

Certo, alcuni di questi tentativi sono andati troppo oltre. Il tentativo di aumentare la percentuale di proprietari di case sopra il 65 per cento ha generato il crollo del mercato immobiliare, come l’uso di alcune nuove formule di investimento poco chiare è risultato nella crisi della finanza del 2008.

Eppure viviamo ancora in un America che assomiglia a quella dei Padri Fondatori e non a quella dei Progressisti e dei sostenitori del New Deal, una nazione nella quale la stragrande maggioranza dei cittadini o possiede già degli immobili o ha la ferma intenzione di possederne in futuro. E una nazione di proprietari è meno disponibile a saccheggiare la proprietà altrui a caccia di qualche guadagno futuro di una nazione nella quale la maggioranza dei cittadini non ha e non avrà mai delle proprietà consistenti.

Ecco perché nel 2009, quando Susan Roesgen, che all’epoca lavorava per la CNN, fece un cazziatone ad un manifestante di un Tea Party ricordandogli che il pacchetto di stimolo approvato dai democratici gli aveva rimesso in tasca un assegno da quattrocento dollari, la gente le rise dietro. Non svendi i tuoi diritti di proprietà per pochi spiccioli.

I sondaggi ed i risultati delle elezioni dopo il 2008 dimostrano che quelli che dovevano essere i principali destinatari dei programmi dei democratici di Obama non sono interessati ad andare a votare, per non parlare di quelle persone con entrate limitate che si stanno spostando sempre più pesantemente verso i repubblicani. Gli unici che sono entusiasti delle politiche dei democratici di Obama sono quelli che David Brooks definisce “classi educate”: persone che fanno parte o si identificano con quei tecnocrati centrali che i democratici di Obama vorrebbero incaricare di prendere decisioni al posto di ognuno di noi. Sfortunatamente per i democratici di Obama, questi ultimi, al contrario dei proprietari di case, non sono affatto la maggioranza degli elettori nell’America dei nostri tempi.

Michael Barone, il senior political analyst dell’Examiner, può essere raggiunto all’e-mail mbarone@washingtonexaminer.com. I suoi editoriali sono pubblicati ogni Mercoledì e Domenica, mentre le sue corrispondenze ed i post del suo blog appaiono su ExaminerPolitics.com.

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