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Foto trovata su youtube.comGary North è una persona che, secondo il mio modesto parere, possiede una rara virtù: riesce a rendere semplici le cose più complicate. Tra le troppe newsletter che riempiono un mio vecchio indirizzo e-mail, la sua Reality Check è forse l’unica che non finisce direttamente nel cestino. North parla di cose spesso complesse senza perdersi in discorsi accademici o cercare il consenso di chissà quale cabala di grandi scienziati sociali. Scrive pensando al cittadino medio con il solo scopo di trasmettere le proprie idee. Sembra una cosa da niente, ma trovatemi un altro autore libertario aderente alla scuola austriaca che faccia lo stesso, a parte la buonanima di Rothbard.
Questa volta North parla delle prospettive future del movimento del Tea Party e del suo ruolo nelle vicende future della civiltà occidentale. North, da ex collaboratore di Ron Paul, ha ben chiaro il mondo della politica americana e guarda al futuro con sguardo disincantato e pratico. Il pezzo che trovate dopo il salto è abbastanza lungo, ma sempre godibile.
Nota di servizio: l’originale in inglese è accessibile solo registrandosi (a pagamento) al sito ufficiale di North. Con tale registrazione potreste accedere ad una serie di altre newsletter finanziarie: non sapendo niente della qualità di tali offerte, vi sconsiglio di pagare un solo centesimo e di iscrivervi invece a Reality Check, newsletter bisettimanale GRATUITA. Lettore avvertito… 

Siete invitati ad un Tea Party, RSVP.
Gary North
Originale (in inglese): Gary North’s Reality Check newsletter
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Foto trovata su steadyhabits.wordpress.comDi questi tempi, la definizione “Tea Party” è diventata sinonimo di una politica all’insegna dei tagli alla spesa. Quello più grosso di tutti è indubbiamente la legge sull’assicurazione sanitaria obbligatoria. Gli aderenti al Tea Party vogliono che sia abrogata, ma nel mare magnum della politica fiscale, non è che una goccia in una grossa tazza da té. Nel numero precedente di questa newsletter, “Un taglio alle spese da 600 miliardi di dollari”, ho suggerito un metodo sicuro per eliminare una grossa fetta delle spese previste dai budget dei governi federali, statali e locali: piantarla di finanziare il sistema scolastico. L’elettore medio legge una proposta del genere e si dice “ma questo vorrebbe dire fermare ogni progresso sociale e scientifico”. Per questo non c’è supporto per una misura così radicale: non per niente i Tea Party non la raccomandano nemmeno per sbaglio. Ci sarebbero altri tagli da proporre, ancora più sostanziosi: finirla sia con il Medicare che con la Social Security. La risposta è dello stesso tenore di quella di prima, ma ancora più rumorosa.

Ecco perché le misure keynesiane riescono sempre a raccogliere la maggioranza degli elettori. L’elettorato ha accettato la premessa fondamentale della dottrina di Keynes, che la spesa governativa sia una cosa produttiva. Per questo, quando c’è una crisi finanziaria, non esiste una forma di resistenza organizzata ai programmi di spesa d’emergenza. Dall’altro lato della barricata, invece, ci sono gruppi di pressione che, beneficiando dei vari programmi di spesa, sono pronti ad alzare le barricate e lottare contro la riduzione della spesa pubblica fino all’ultimo respiro.

Questo è il processo alla base del meccanismo infernale del debito: il governo nazionale continua ad aumentare la spesa; non avendo soldi propri deve chiederli in prestito ed il debito schizza in alto. Eppure quest’accettazione acritica di una spesa federale in perpetuo aumento sta cambiando anche se, come dicono gli economisti, in maniera “marginale” – che nel linguaggio politico si traduce “alle estreme”. Il movimento del Tea Party è un primo sintomo di un prossimo cambiamento nell’opinione pubblica.

IL SOGNO DELLA LEGGE PANACEA

Foto trovata su italians4ronpaul.blogspot.comI Tea Party attirano una ampia copertura dai media in queste settimane. L’8 giugno, due primarie del Partito Repubblicano (South Carolina e Nevada) sono finite sotto i riflettori solo perché le hanno vinte due candidati appoggiati dai Tea Party. Questa copertura mediatica non può che mettermi di buon umore: la prima volta che andai alle urne votai per Barry Goldwater, ho letto il libro di John T. Flynn “The Roosevelt Myth” a sedici anni, so bene cosa vuol dire il termine “spesa a deficit”. So che piace da morire a tutti i politici. Perché? Perché è un metodo per rimandare i tagli alla spesa pubblica. Gli elettori credono fermamente che, prima o poi, qualche evento fortunato li libererà dall’onere di ripagare il debito federale: non sanno bene cosa, ma ci credono. Il problema è che anche il Congresso crede alla stessa favoletta.

Per essere precisi, i politici credono a due favolette ugualmente irrealistiche: i repubblicani sognano di ottenere tagli alle tasse degli elettori più ricchi senza dover effettuare impopolari tagli alla spesa pubblica; i democratici sognano di ottenere tagli alle tasse degli elettori della middle class (i cosiddetti “working poor” non pagano tasse federali ma solo i contributi per la Social Security) senza dover effettuare impopolari tagli alla spesa pubblica.

Ai tempi di Reagan, il presidente cercò di raggiungere questo Eldorado repubblicano promettendo che l’aumento del gettito delle tasse dovuto alla crescita dell’economia avrebbe coperto il buco lasciato dal taglio delle imposte sul reddito per tutte le aliquote: sfortunatamente, si dimenticò di porre il veto a qualsiasi grosso progetto di legge che aumentasse la spesa pubblica. L’economia fu anche colpita da una grave recessione nel 1981-1982 dovuta alle misure imposte dalla Federal Reserve per contenere l’aumento incontrollato dell’inflazione. Per questo, nel 1983, il deficit federale superò la cifra record di 200 miliardi di dollari.

Nello stesso anno, la Social Security (il sistema di pensioni pubbliche ndT) entrò in quella che gli economisti chiamano “bancarotta tecnica”: il presidente convocò la Commissione Greenspan, che propose di aumentare il prelievo fiscale per ogni lavoratore. Il presidente firmò la legge che mise in pratica i consigli della Commissione. Nel 1986, il presidente firmò un’altra legge che aumentava le tasse (il Tax Reform Act). Tutto inutile, il deficit continuò a crescere.

I problemi di Reagan sono una sciocchezza rispetto a quelli che deve affrontare Obama. A questo punto tutti sono pronti ad ammettere che il deficit federale è del tutto fuori controllo. Questo vuol dire che il governo federale non riesce a controllare l’aumento delle proprie spese. Possiamo quindi sperare che lo stesso governo riesca a rimettere i conti in sesto prima che i mercati dei capitali vadano definitivamente in crisi?

No.

Le prove che l’Occidente si è spinto troppo avanti sulla strada del debito sono davanti agli occhi di tutti noi: prima è venuto il debito pubblico, poi quello delle imprese, poi quello delle famiglie. Aree sempre più ampie della vita moderna che sono ormai dipendenti in tutto e per tutto dalla crescita continua del debito pubblico. A questo punto, speranzoso, vado a vedere quali siano i programmi che i candidati supportati dai Tea Party hanno promesso di tagliare. Beh, più che “vedere”, vado a “cercare” queste informazioni.

LA LISTA DELLA NON-SPESA

Vediamo quindi la loro lista della non-spesa, vediamo quail sono i tagli alla spesa pubblica che i candidati dei Tea Party promettono al loro elettorato. Mettendola in maniera diversa, vediamo quali categorie sociali abituate da decenni ai sussidi pubblici sono disponibili a giocarsi il giorno delle elezioni. Vediamo se questi tagli saranno così consistenti da riportare al pareggio il bilancio federale, o magari anche ad un surplus e quindi se il solo fatto di nominarli in pubblico farà mobilitare gli elettori ed offrire il loro appoggio ai candidati democratici.

I Democratici non sono nati ieri: sanno bene come sono eletti e soprattutto CHI li fa eleggere al Congresso. Altrettanto si può dire per i repubblicani favoriti dall’establishment del partito. Tutto quello che i candidati democratici dovranno chiedere ai loro avversari sarà “dove intendi tagliare la spesa pubblica? Sii specifico. Metti questi tagli nel tuo programma elettorale. Come speri di ridurre il deficit?”.

Immagine trovata su posteritati.comIl candidato dei Tea Party è l’equivalente moderno del tipo ben vestito che scende da una diligenza nell’Arizona in un western del 1948. I cowboys seduti di fronte al saloon individuano subito la loro preda. Si dicono “divertiamoci un po’ con questo damerino!”; tirano fuori le loro Colt ed iniziano a sparare ai piedi del nuovo arrivato. “Balla, damerino!” e il damerino balla, a meno che non sia interpretato da Gregory Peck. Questo autunno vedremo quanti candidati dei Tea Party hanno come modello di vita Gregory Peck. Perché, al contrario dei western del 1948, vedremo se il signor Peck non sarà accoppato a soli venti minuti dall’inizio del film, che sarà poi dedicato a come Charles Bickford (il tipico “cattivo” dei film dell’epoca ndT) faccia i comodi suoi e prenda definitivamente il potere nella povera contea del West.

DRITTI NEL BARATRO

I fattori che stanno conducendo l’economia dell’Occidente verso il baratro sono tre: l’eccessivo debito pubblico, la leva usata dalle banche nelle loro speculazioni ed il fatto di avere una moneta slegata da qualsiasi valore fisico (la cosiddetta fiat money, dal latino “che sia”, ad indicare che può essere creata o cancellata con la sola volontà delle banche centrali ndT). L’aumento del debito pubblico federale che si è visto dall’inizio del 2008 è senza precedenti. Tale aumento è giustificato dal fatto che, quando l’economia entra in recessione, i politici votano quasi sempre per salvare le aziende in difficoltà, pratica che inevitabilmente aumenta il debito pubblico. Nel frattempo le banche centrali comprano beni di qualsiasi genere, così da inondare l’economia con un nuovo afflusso di fiat money e quindi salvare il sistema bancario dalla bancarotta.

Questo tipo di attacco a tenaglia (da una parte il deficit, dall’altra la creazione di fiat money) è sposato da tutte le scuole economiche, con la sola eccezione di quella austriaca. La teoria economica oggi predominante, quella che gode dei favori dei media proprio perché consiglia l’attacco a tenaglia di cui sopra, è quella keynesiana. I sostenitori delle altre teorie economiche si limitano a ratificare vigliaccamente quello che i keynesiani richiedono a gran voce, borbottando che, in casi del genere “non c’è altra soluzione”. Gli austriaci protestano vivamente ma, almeno fino al 2008, quasi nessuno prestava attenzione a loro o alle loro rimostranze.

La risposta keynesiana alle recessioni è sempre la stessa: il governo deve chiedere in prestito soldi che sarebbero stati altrimenti destinati al settore privato. In teoria, quando i governi spendono i soldi che hanno richiesto in prestito, questo aumenta la crescita economica, visto che a spendere è il governo, invece degli imprenditori o mutuatari privati.

Il sistema keynesiano si basa su due assunti del tutto non verificati, che vanno contro la logica e quindi non sono mai pronunciati apertamente di fronte al pubblico.

  1. Quando i governi spendono soldi che hanno richiesto in prestito per supportare lavoratori disoccupati o finanziare il salvataggio di certe aziende è una pratica economicamente produttiva, tale da far riprendere la crescita dell’economia e far finire la recessione.
  2. Quando il settore privato spende soldi che ha richiesto in prestito, può comprare quello che gli pare: questo atto permette alle aziende di comprare beni durevoli, forza lavoro e materie prime per essere in grado di produrre i beni di consumo e servizi richiesti. Questa è una pratica che genera sprechi e non fa altro che allungare la recessione.

Tutte le volte che pongo la questione in questi termini, una persona normale pensa: “Non ha senso: perché il fatto che il governo chieda in prestito soldi per pagare delle persone perché non lavorino o per salvare delle aziende fallite dovrebbe essere produttivo, mentre permettere ai consumatori e agli imprenditori di scegliere quanto indebitarsi dovrebbe essere distruttivo?”. Ecco perché gli economisti che non aderiscono alla scuola di pensiero austriaca non mettono mai per iscritto questi due assunti. Visto che sono lautamente pagati per cucire i nuovi abiti degli imperatori, preferiscono non fare entrare gli elettori nelle loro sartorie.

La risposta alle crisi preferita dalla scuola austriaca si compone di quattro parti: prima di tutto i governi dovrebbero risurre le spese fino a quando non si crei un surplus di bilancio, nonostante pesanti tagli alle tasse. Poi i governi dovrebbero smetterla di prendere soldi a prestito. Come terzo passo, le banche centrali dovrebbero smetterla di comprare beni materiali per sostenere il mercato.

Sul quarto punto, la pattuglia degli economisti austriaci si divide: alcuni pensano che il surplus di bilancio dovrebbe essere usato per ripagare il debito pubblico fino alla sua scomparsa; altri pensano che questo surplus dovrebbe ritornare immediatamente nelle tasche dei contribuenti, anche se questo significasse il default dello stato.

Quanti sono i politici che sposano quest’agenda? Non molti. Quanti sono gli elettori che sarebbero pronti a sottoscrivere un piano di intervento del genere? Non molti, specialmente quando il mercato azionario è in piena crisi e si moltiplicano le bancarotte di banche e aziende schiacciate dal debito eccessivo.

Nessun politico ha mai chiesto di essere votato dicendo “aboliamo l’FDIC!”. Questo sistema garantisce che i correntisti delle banche siano rimborsati dei loro risparmi in caso di bancarotta, fino a un massimo di 250.000 dollari. Questo sistema garantisce anche che la massa monetaria non si ridurrà mai a causa dei fallimenti delle banche, fenomeno che successe negli Stati Uniti dal 1930 al 1933, quando circa novemila banche andarono in bancarotta. Queste banche erano tutte piccole: le grandi banche si salvarono grazie all’appoggio della Federal Reserve. Per questo gli elettori adorano l’FDIC.

Ci sono molte organizzazioni politiche bene organizzate che pubblicizzano l’ultima tendenza della stagione per gli abiti dell’imperatore, come ci sono centinaia di milioni di persone che credono ciecamente nella saggezza di tali imperatori. Ecco perché gli economisti delle scuole non-austriache hanno sempre degli ottimi posti di lavoro.

Questo spiega perché gli economisti della scuola austriaca sono confinati ai margini dei media, sui siti web ed i podcast. I giornali e le televisioni li ignorano, come i dipartimenti di economia delle università. Nessuno nel mondo accedemico vuole che un economista della scuola austriaca si avvicini troppo alle menti di bambini impressionabili, che hanno occhi molto percettivi e potrebbero gridare qualcosa di imbarazzante dai marciapiedi proprio nel mezzo della grande parata.

IL TEMPO STA PER SCADERE

Il concetto che i mercati del debito stanno avvicinandosi ad un punto di non ritorno sta attirando l’attenzione del pubblico: è la prima volta nel corso della mia vita che tale idea è riuscita a penetrare la psiche collettiva del pubblico.

Le classi “chiacchieranti” lo negano; i fans delle scuole non-austriache stanno ancora ripetendo senza sosta i peana del pensiero unico economico, ovvero:

  1. Il debito del governo degli Stati Uniti è essenzialmente senza alcun rischio. Un buono del tesoro a tre mesi è la cosa che nel corso della storia umana si è avvicinata di più al concetto di investimento senza rischio. Il debito ha un rating AAA, che è esattamente quello che dovrebbe avere.
  2. Non esiste alcuna possibilità che le banche centrali asiatiche smettano di comprare il debito del tesoro americano, per non parlare di svendere i titoli che hanno nel portafoglio. I produttori asiatici non possono sopravvivere senza il consumatore americano; ecco perché le banche centrali asiatiche continuano a comprare il debito del tesoro americano anche se con questa pratica svalutano le loro monete nazionali. Questo continuo afflusso di capitali garantisce che i tassi d’interesse negli Stati Uniti rimarranno per sempre bassi e consentiranno ai consumatori americani di indebitarsi sempre di più per continuare a comprare le merci asiatiche, invece di lasciare che siano gli asiatici stessi a comprarli. I consumatori americani sono vitali per l’Asia, i consumatori asiatici non lo sono. Così è sempre stato, così sarà in saecula saeculorum.

Il 23 aprile, quando il governo greco ha annunciato che forse non sarebbe stato in grado di ripagare le obbligazioni sottoscritte in passato, alcune persone hanno espresso il proprio scetticismo verso questo pensiero unico. Allora è possibile che un governo occidentale vada in default. Il silenzio imbarazzato dei politici dell’Europa del Nord è durato due settimane, per essere seguito poi da una serie di frenetiche discussioni che hanno portato al varo in pompa magna di un fondo di salvataggio di circa 900 miliardi di dollari. Questa non è la risposta di un sistema politico che ha in mano le redini della situazione, ma assomiglia tanto alla sceneggiata messa in atto da Hank Paulson (ministro del tesoro dell’amministrazione Obama ndT) quando gridava ai quattro venti “il cielo ci sta cadendo sulla testa!”.

L’acronimo che identifica le nazioni dai bilanci disastrati (PIIGS – Portogallo Irlanda Italia Grecia Spagna ndT) è sicuramente uno degli aspetti più divertenti di questa vicenda. I politici ed i banchieri dei PIIGS se la prendono a male, ma non c’è niente che possano fare: l’immagine di un mucchio di maiali che si affollano al trogolo per abbuffarsi sembra fatta apposta per essere sfruttata da chi è sempre stato scettico di fronte ai dogmi del pensiero unico economico.

Anche gli analisti più seri stanno iniziando a dubitare tale pensiero unico: non si tratta ancora di una rivolta in quello che molti hanno identificato correttamente come l’asse Davos-Bilderberg (le due conferenze economiche più famose al mondo, affollate da politici, imprenditori ed accademici di grido ndT), ma alcuni dei consiglieri più fidati dei personaggi più prominenti all’interno di questo asse stanno iniziando a rendere pubblici i loro dubbi. Il più famoso di loro è il professore di storia dell’economia dell’Università di Harvard e della sua famosa Business School, Niall Ferguson. La conferenza che ha tenuto lo scorso 13 maggio al Peterson Institute for International Economics, dal titolo “Crisi fiscali ed imperi che crollano” è il più convincente di questi sforzi recenti. La trovate qui:

http://GaryNorth.com/snip/977.htm

Ferguson mette a confronto la crisi fiscale degli Stati Uniti a quella che attanagliò l’Impero Ottomano nel 1875: a metà del dicembre 2009, ha pubblicato un paper intitolato “Un impero in pericolo”. Le sue conclusioni sono sia precise che puntuali.

… Ecco come gli imperi entrano in declino. Il processo inizia quando il debito pubblico esplode e si conclude con l’inesorabile riduzione delle risorse disponibili per l’esercito, la marina e l’aeronautica. Ecco perché gli elettori fanno bene a preoccuparsi per la crisi del debito che sta colpendo l’America. Secondo un recente sondaggio Rasmussen, il 42 per cento degli americani pensa che ridurre della metà il deficit federale prima della fine del primo mandato debba essere la principale preoccupazione dell’amministrazione Obama; percentuale notevolmente superiore al 24 per cento che ritengono la riforma sanitaria come priorità numero uno. Eppure ridurre il debito della metà non basta: se gli Stati Uniti non mettono in piedi un piano credibile per riportare in pari il bilancio federale nei prossimi cinque o massimo dieci anni, esiste un pericolo molto reale che una crisi fiscale porti ad una diminuzione drastica del potere e dell’influenza degli Stati Uniti nel mondo.

I precedenti sono chiari: la Spagna degli Asburgo dichiarò una bancarotta totale o parziale per ben 14 volte dal 1557 al 1696 e fu perseguitata da un’inflazione micidiale dovuta all’afflusso costante di argento dal Nuovo Mondo. Nel 1788, la Francia pre-rivoluzionaria spendeva il 62 per cento delle entrate del regno per ripagare gli interessi sul debito. L’Impero Ottomano fece la stessa fine: i pagamenti degli interessi ed i costi di ammortamento aumentarono dal 15 al 50 percento del budget dal 1860 al 1875. E non dimentichiamoci dell’ultimo grande impero di lingua inglese: negli anni tra le due guerre mondiali, le spese per gli interessi del debito assorbivano il 44 per cento del bilancio britannico, rendendo molto più difficile l’ammodernamento delle forze armate che sarebbe stato necessario per affrontare la nuova minaccia nazista.

Un discorso del genere nel 2007 sarebbe stato considerato roba da schizzati: era troppo al di là di quello che le persone all’interno dell’asse Davos-Bilderberg consideravano accettabile. Anche ora rimane un’idea marginale, ma è entrata nel novero delle idee espresse all’interno del recinto delle elites economiche mondiali.

Questa è l’aritmetica dell’inevitabile declino degli imperi: senza una riforma fiscale radicale, gli Stati Uniti potrebbero essere i prossimi a provarla sulla propria pelle.

http://GaryNorth.com/snip/978.htm

Quando questo genere di discorsi diventerà più popolare, raggiungerà i vertici della Banca Popolare Cinese e della Banca del Giappone: a questo punto, lo scenario delineato da Ferguson sarà considerato valido e ragionevole. Questo non potrà far altro che causare un cambiamento nelle politiche tenute dalle banche centrali – su entrambe le sponde del Pacifico.

CONCLUSIONI

La funzione principale dei Tea Party è quella di trasmettere all’elettore medio l’idea che lo scenario di Ferguson non è più roba da pazzi. Questa coscienza non porterà ad alcun taglio alle spese. Non porterà nemmeno ad un taglio delle tasse, ma produrrà un gruppo di elettori che – una volta che le cose saranno andate come previsto da Ferguson – dirà ad alta voce “mai più”.

Gregory Peck morirà lo stesso, ma l’impero di Charles Bickford non sopravviverà all’apocalisse finanziaria.

A quel punto vedremo chi sarà a raccogliere i cocci, contea per contea.