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Foto trovata su iamtheteaparty.netAnne Wortham è un professore associato della facoltà di Sociologia presso la Illinois State University e Visiting Scholar alla Hoover Institution della Stanford University. Membro della American Sociological Association e della American Philosophical Association, è stata un Faculty Fellow della John M. Olin Foundation, oltre ad aver vinto il premio di Distinguished Alumni of the Year della National Association for Equal Opportunity in Higher Education.  Nell’autunno del 1988 fu parte di un selezionato gruppo di intellettuali che hanno partecipato al programma televisivo di Bill Moyer “A World of Ideas”.
La dottoressa Wortham è autrice del libro “The Other Side of Racism: A Philosophical Study of Black Race Consciousness”, dove analizza come la coscienza razziale si sia trasformata in una strategia politica. Ha pubblicato numerosi articoli sull’impatto dei diritti personali nel definire una politica per i diritti civili e sta scrivendo un libro sulle teorie della marginalità sociale e culturale. Recentemente ha pubblicato una serie di articoli sull’impatto del multuculturalismo e del cosiddetto afrocentrismo nell’educazione, sulle politiche della vittimizzazione e l’impatto sociale e politico del politically correct. Insomma, si tratta di una personalità accademica affatto marginale. Eppure il suo editoriale, uscito il giorno dopo la vittoria di Obambi e ripubblicato sul sito di I am the Tea Party è tanto bello e profondo da mettere in dubbio decenni di stereotipi razziali e culturali. Una lettura obbligatoria per chiunque voglia partecipare oggi o domani al dibattito politico e culturale in maniera seria. La traduzione la trovate dopo il salto.

No, he CAN’T
Anne Wortham
Originale (in inglese) : I am the Tea Party
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Foto trovata su iamtheteaparty.netMiei cari Americani, prima di tutto sappiate che sono Nera; sono cresciuta nel Sud della segregazione razziale. Non ho votato per Barack Obama; ho scelto di scrivere il nome di Ron Paul come presidente. Forse è ancora più importante che sappiate che per me non importa granché la razza. Non ho bisogno di un presidente Nero per sapere che valgo qualcosa come persona e che la mia vita vale la pena di essere vissuta. Non ho bisogno di avere un presidente Nero per amare l’idea di America. Non posso quindi unirmi alle vostre celebrazioni: non sono per niente estatica. Sul mio volto non c’è un sorriso, non sto saltando dalla gioia. Non ci sono lacrime di trionfo nei miei occhi. Se provassi tali emozioni e mi comportassi in questo modo, dovrei aver negato tutto quello che so a proposito di quello che serve perché l’umanità sopravviva e fiorisca – tutto quello che so a proposito degli Stati Uniti, tutto quello che so sulle relazioni tra le razze in America e tutto quello che so di Barack Obama come politico. Dovrei negare la natura stessa di quel “cambiamento” che Obama dice di aver portato in America.

Dovrei addirittura negare quello che mi sembra chiaro: che avete scelto di scattare lungo la strada verso la servitù che la Nazione sta seguendo da più di un secolo. Dovrei far finta che la libertà dell’individuo non ha alcun valore perché una vita piena di successi. Dovrei anche ignorare il vostro rifiuto dell’elegante stelo del capitalismo, dal quale dipende il mio e vostro successo. Dovrei ritenere in qualche modo razionale il fatto che il 94 per cento dei 12 milioni di Neri di questa nazione hanno votato per un uomo solo perché ha il loro colore della pelle (ai Neri è permesso giocare la carta della razza) e che sono stati seguiti da bianchi che si definiscono “progressisti” che lo hanno votato perché aveva il colore della pelle diverso dal loro.

Dovrei cancellare dalla mia mente quello che so a proposito del tipo di persone che hanno consigliato ed insegnato a Barack Obama, gli stessi che siederanno nella sua amministrazione – quegli intellettuali simili ai miei ex colleghi alla Kennedy School of Government ad Harvard.

Dovrei credere che “giustizia sociale” equivale alla “giustizia” con la G maiuscola; dovrei anche credere che quando Obama mi chiede di “procedere con un nuovo spirito di servizio, uno spirito nuovo di sacrificio”, sta pensando al mio bene. Dovrei accettare la premessa di Obama, che la prosperità economica viene “dal basso in alto” e che crede in maniera molto arrogante che può crearla dal nulla solo attraverso l’uso dei poteri del governo. Dovrei ammirare un uomo che pensa sia possibile migliorare le condizioni di vita delle masse semplicemente distruggendo i membri più produttivi della società, quelli che creano la ricchezza con le proprie mani.

Infine, Americani, dovrei cancellare dalla mia coscienza l’immagine di 125000 persone che irrazionalmente urlano, piangono, gridano e cantano in coro “Yes We Can!”.  Oltretutto dovrei cancellare ogni memoria di tutte le volte che ho sentito politici, commentatori, giornalisti, editorialisti, bloggers e intellettuali dichiarare che il capitalismo è morto – e che nessuno, incluso Alan Greenspan, ha obiettato al loro assunto che la versione specifica della mentalità anti-capitalistica che vogliono rimpiazzare con la loro versione dell’anti-capitalismo assomiglia anche solo lontanamente al capitalismo vero.

Quindi avete fatto la storia, Americani. Voi e i vostri figli avete eletto un uomo Nero alla presidenza degli Stati Uniti, il gigante ferito del mondo libero. La battaglia tra John Wayne e Jane Fonda è finita; l’ha vinta quest’ultima.  Eugene McCarthy e George McGovern dovranno essere contentissimi, come Jimmy Carter: i Kennedy poi hanno finalmente avuto il loro clone preferito alla Casa Bianca. Gli statalisti dall’indignazione facile che amano il welfare state anche se stanno nei sobborghi ricchi potranno sentirsi importanti per il solo fatto di aver fatto eleggere un Nero.

Quindi, brindate alla vostra salute, radicali della controcultura degli anni ’60, yuppies degli anni ’80 e borghesi bohemien degli anni ’90. Brinda alla tua salute, America Nera. Princeton, Yale, Duke, Stanford e Berkeley, gridate forte la vostra gioia. Avete eletto non un individuo abbastanza esperto per sedere nell’Ufficio Ovale, ma un uomo Nero che, come il pragmatico Franklin Roosevelt, ha promesso di fare qualcosa, qualunque cosa. Avete trovato qualcuno che ha preso il testimone di Lyndon Johnson e porterà avanti la sua Great Society. Peccato che per il gusto di sentirsi buoni avete stupidamente svenduto la mia e vostra libertà.

In me non c’è proprio niente che possa condividere la vostra smemorata felicità.