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I lettori “storici” dell’antro dell’Apolide si saranno sorpresi in questi giorni nell’osservare che il servizio principale fornito da questo blog (la traduzione di articoli liberal-libertari in italiano) è stato sospeso per fare posto ad articoli più prettamente giornalistici dedicati alla morte di Khaled Said Mohammed. Penso che a questo punto serva qualche riga di spiegazione prima di riprendere la normale programmazione. Ho iniziato ad occuparmi di questa vicenda dopo che degli amici egiziani mi hanno scritto lamentandosi della censura governativa e del silenzio irreale che sembrava circondare un crimine che ai più sembrava tanto mostruoso quanto insensato. Conoscendo un attimo le leggi del mondo dell’informazione italiana, ho postato la notizia, cercando di dargli il massimo risalto possibile, sperando in questo modo di convincere qualche media “ufficiale” ad occuparsene. Temevo che, visto che non vi era alcun modo di trasformarla in un atto di accusa nei confronti della Trimurtì del Male sinistra (USA, Israele, Berlusconi), la notizia sarebbe stata ignorata.

Data la limitatezza della mia rete di contatti nei media, all’inizio la battaglia sembrava senza speranza: poche visite al blog, pochi repost, poca attenzione in generale. Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a muoversi: prima la scelta da parte della redazione di Tocqueville, che mette regolarmente i post sulla vicenda Khaled tra quelli “consigliati”, poi il repost di Claudio Messora, deus ex machina del videoblog Byoblu. Alla fine più di mille persone sono venute ad approfondire questa vicenda su questo piccolo blog appena nato e (si spera) stanno diffondendo la notizia per conto proprio, un risultato che va oltre le più rosee previsioni del vostro Apolide. Pensavo di fornire la mia testimonianza, di portare il mio sassolino sulla tomba di Khaled e continuare con la mia “missione”, molto più cerebrale e forse meno efficace della denuncia pura e semplice. Invece continuo ancora a seguire la storia di Khaled, il movimento giovanile che protesta contro la legislazione d’emergenza egiziana, gli articoli dei pochi giornali indipendenti che sfidano il regime di Mubarak.

Questa deviazione dalla norma ha inevitabilmente fatto sorgere qualche domanda scomoda nel vostro umile corrispondente. Fino a quando si sta sul pezzo e si presta attenzione ai dettagli della vicenda, tutto è semplice: Khaled è un “martire delle leggi d’emergenza”, il ministro degli interni egiziano, il generale Habib Ibrahim El Adly, è il “boia del Cairo”, i poliziotti che hanno pestato a morte il giovane Khaled sono dei “cani arrabbiati”, i giornalisti che diffondono acriticamente le veline di regime dei “pennivendoli senza coscienza”. Tutto chiaro, da una parte la libertà, la giustizia, la decenza, dall’altra un regime disumano pronto a tutto pur di mantenere il controllo.
Poi i troppi anni passati ad occuparsi di questioni geopolitiche, spalla a spalla con diplomatici e studiosi di questioni militari iniziano a farsi sentire e si è costretti a fare un paio di passi indietro per cercare di vedere le cose con un minimo di obiettività. E qui le cose si fanno inevitabilmente più complicate.

Il vostro Apolide, che pure non è una mammoletta piena di pie illusioni, ha dovuto a malincuore constatare come comprendere i meccanismi e le ragioni alla base di certi fenomeni non serva a niente quando si guarda dritti nelle fauci del mostro. Uscendo dalla metafora, puoi aver letto e studiato quanto ti pare, riuscire a razionalizzare le ragioni che spingono un governo a sguinzagliare i cani da guardia e tollerare i loro soprusi, giungere perfino a ritenere tali comportamenti giustificati dalle necessità della geopolitica e tante belle storie. Ma quando pensi a come deve sentirsi la madre di un ragazzo che, dopo averlo perso per ragioni del tutto incomprensibili, deve pure leggere sui giornali che era un delinquente e che se l’era cercata, trattenere il vomito diventa difficile.

Khaled Said Mohammed aveva l’età di mio fratello, era un bravo ragazzo che cercava di farsi strada nel mondo proprio come mio fratello. Nei miei viaggi in Egitto ho avuto occasione di incontrare molti ragazzi come lui, che sembrano molto più maturi della loro età anagrafica e procedono nel cammino della vita pieni di entusiasmo e di fede nel futuro. Immaginarsi che ognuno di loro può essere ucciso solo perché si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato è una cosa semplicemente inconcepibile. La logica va a farsi benedire e ti ritrovi con gente che la pensa in maniera molto diversa da te a chiedere giustizia. Anche se questo può fare il gioco degli islamo-fascisti. Anche se qualsiasi scossone rischia di far crollare il castello di carte che è il regime di Mubarak e, forse, far precipitare il Vicino Oriente nel caos.

Adesso capisco perché non ho mai voluto nemmeno considerare la carriera diplomatica o non sia riuscito a farmi strada in politica. Quando sei in certe posizioni, la vita di uno, due, cento, mille Khaled conta meno di zero ed è facilmente sacrificabile sull’altare della ragione di stato. Io non riesco ad essere così distaccato e cinico: come mi hanno detto mille volte, sono nato fesso. Forse è meglio così. Non credo che il mondo avrebbe davvero bisogno di un altro figlio di buona donna pronto a mettere il proprio onore e la propria dignità al servizio del migliore offerente.