Tag

, , , ,

Foto trovata su patdollard.comInizi a capire che la festa sta per finire quando anche i più convinti baciatori di pantofole iniziano a recuperare un minimo di dignità e si ricordano di essere degli esseri umani dotati di cervello autonomo.
Più o meno questo è quello che sta succedendo negli Stati Uniti in queste settimane. Da quando The One ha iniziato a perdere il controllo ogni cinque minuti, se n’è andato in vacanza invece di incontrare le vedove dei veterani ed ha preferito l’ennesima partita a golf invece di andare in Louisiana a verificare le conseguenze dell’incidente della Deepwater Explorer, la stampa liberal ha iniziato a prendere le distanze dal loro vero, grande ed unico amore. Dopo le critiche del New York Times, gli attacchi del Washington Post, ecco l’affondo di RealClearPolitics, sito d’informazione politica che qualche tempo sembrava fare a gara con il Daily Kos o l’Huffington Post nel magnificare la gloria di Obambi (la MSNBC non fa testo, loro sono talmente a sinistra da iniziare a guardare con interesse gli scritti di Bakunin ^__^). Nel pezzo che trovate dopo il salto, il corrispondente politico capo David Kuhn avanza un’ipotesi addirittura impensabile fino a poche settimane fa: che Obama ormai sia alla frutta.
Vedere le contorsioni mentali e dialettiche di un sinistro che fa di tutto per negare con il cuore quello che il cervello gli suggerisce è veramente impagabile. Se il pensiero che Obamarama stia per fare una botta colossale vi provoca, come a me, una paresi ai muscoli facciali, bloccati su un ghigno a metà tra l’ebete ed il satanico, leggete il pezzo. Ne sarete entusiasti…

La presidenza Obama è al punto di non ritorno?

David Paul Kuhn
Originale (in inglese): RealClear Politics
Traduzione in Italiano: Luca A. Bocci

Foto trovata su oil-rig-jobs.usL’uragano Katrina. La crisi degli ostaggi in Iran. L’offensiva del Tet. La presidenza di Barack Obama è forse ad un punto di non ritorno del genere?
Il fatto solo di porsi una domanda del genere ci dovrebbe far rendere conto della gravità della crisi che sta colpendo la Casa Bianca.

Alla fine, Obama sta imparando quello che tutti i presidenti imparano prima o poi. Harry Truman disse, quando Eisenhower stava per succedergli “Povero Ike, non sarà così semplice come nell’esercito. Starà qui, seduto, a dire “fai questo, fai quello” e non succederà un bel niente”.

Un vecchio assioma della politica dice che i presidenti sono ostaggio degli eventi, ma questa non è che una mezza verità. Le presidenze sono molto più influenzate dal modo in cui si risponde a queste crisi più che dagli eventi in sè stessi. Lo storico della presidenza USA Richard Norton Smith mi scrive in una mail che “i presidenti, alla fine, sono giudicati da come riescono a reagire ad eventi imprevisti. JFK fece un disastro con la Baia dei Porci, ma si riprese l’anno dopo con la crisi dei missili … proprio mentre stava considerando di abbandonare il suo approccio prudente alla questione dei diritti civili, iniziarono ad arrivare le foto dei giornali ed i reportages televisivi da Birmingham – l’equivalente del pozzo che continua a sputare petrolio sul fondo del Golfo del Messico di oggi – e si rese conto che, alla fine, la presidenza è una questione di leadership morale”.

Tutta questa faccenda finisce col riguardare la capacità del presidente di esercitare la sua leadership. Due settimane fa, la crisi della British Petroleum ha chiaramente messo la presidenza Obama nell’occhio del ciclone. Eppure tutto è andato avanti come al solito; alla fine i media hanno iniziato a dedicare sempre più spazio, le impressioni nel pubblico si sono cristallizzate. Ecco cosa succede quando un presidente non coglie l’importanza di un evento.

La storia ci mostra come vanno le cose in questo caso: le percezioni entrano in conflitto con le promesse, la figura del presidente sembra rimpicciolire di fronte ai problemi che deve affrontare. Le presidenze, quando arrivano a questi incroci pericolosi, lentamente scivolano via e muoiono poco alla volta.

Lo storico della politica di Princeton Julian Zelizer dice che “i buoni presidenti sono in grado di sopravvivere a questo genere di calamità, ma difficilmente sono in grado di prenderne il controllo. Comunque sono in grado di trovare delle risposte forti sia sul piano politico che strategico. I cattivi presidenti fanno sembrare la crisi troppo grande per essere affrontata dal presidente degli Stati Uniti”.

Il punto di non ritorno si raggiunge spesso poco alla volta; non è causato da un singolo evento e, come tutti gli incroci, si capisce meglio col senno di poi. Ma quando, affrontando una grave crisi, l’opinione pubblica inizia a rivoltarsi contro il presidente, il suo intero mandato va a farsi benedire.

Foto trovata su 3.bp.blogspot.comI problemi di Obama con la leadership non sono certo iniziati con la crisi BP; prima c’era stata la questione del suo distacco nei confronti delle irregolarità finanziarie di Wall Street, il fatto di aver messo da parte la questione della riforma del mondo della finanza – dove avrebbe potuto mettere a segno una vittoria facile. Il New New Deal ancora al di là dal venire e la legge sulla sanità che ne aveva preso il posto, per poi dominare completamente ogni momento del suo tempo. Il presidente che sembrava flirtare sempre più spesso con i due nemici pubblici numero uno del momento: la grande industria e la burocrazia federale.

Quello che si era presentato come portatore del “cambiamento”, iniziò a rappresentare l’establishment: colui che si era presentato come il presidente post-partigiano, decise di impegnarsi anima e corpo nella questione più partigiana che esista (la riforma della sanità ndT). Il candidato che era stato portato alla Casa Bianca dal vento della recessione, decise di occuparsi di tutt’altro: l’uomo che aveva promesso un nuovo modo di fare politica prese parte al peggio del peggio della vecchia politica, dalle concessioni speciali concesse al Nebraska per comprare il voto del Senatore Ben Nelson al tentativo di corrompere Joe Sestak con l’offerta di un posto nella sua amministrazione in cambio del suo ritiro nelle primarie della Pennsylvania. E ora, quello che era stato definito da tutti il candidato “competente” è perseguitato dalle percezioni di un’opinione pubblica che pensa che abbia gestito la crisi in maniera dilettantesca.

Da qualche parte, lungo la strada, Obama ha avuto il suo scandalo Bert Lance, il direttore del bilancio di Jimmy Carter, che fu legalmente esonerato dalle conseguenze di uno scandalo finanziario su diretto intervento di Carter. La questione non era la sostanza, ma la moralità della decisione. Alcune settimane passarono e, con le ombre del Watergate ben presenti nella memoria degli americani, il candidato che si era presentato come “quello onesto” era diventato il presidente che faceva favori agli amici.

La crisi degli ostaggi in Iran non fece che cementare questa convinzione nella memoria del pubblico, ma era iniziato tutto col caso Lance. Certo, il fatto che la crisi avesse occupato la ribalta per così tanto tempo ebbe il suo effetto. Come la recessione di George H.W. Bush e come troppe altre crisi che hanno colpito Obama: la riforma sanitaria è durata un anno, la crisi della disoccupazione è una ferita ancora aperta e ora anche questa crisi, che continua da più di cinquanta giorni.

Foto trovata su camdengop.wordpress.comCome lo scandalo Lance, sono passate delle settimane cruciali: a questo punto potrebbe essere troppo tardi per minimizzare il danno politico. Il presidente ha passato troppo poco tempo con le vittime, la sua distanza emotiva dalla tragedia era fin troppo evidente, il suo distacco troppo costante, come la falsità delle sue espressioni di rabbia o di empatia. Ormai la crisi è diventata troppo grave.

Franklin Delano Roosevelt era famoso per la sua capacità di prendere il controllo della situazione quando doveva affrontare crisi del genere: fu il modo in cui reagì alla crisi che conquistò il pubblico, garantendo al suo partito un risultato storico nonostante le conseguenze della Grande Depressione fossero ancora ben visibili. In quel caso, non fu la soluzione ma il modo in cui aveva risposto a garantirgli la vittoria: per Zelizer, “gli Americani videro che alla Casa Bianca c’era qualcuno che stava facendo tutto quello che chiunque pensava possibile fare per risolvere la crisi. Il che è esattamente quello che gli Americani oggi non vedono dalla presente amministrazione quando si parla della chiazza di petrolio nel Golfo del Messico e, secondo molti, anche della questione della disoccupazione”.

Il tentativo di Obama di mettere in risalto il suo ruolo esecutivo non ha fatto che sottolineare ulteriormente la magnitudine dei suoi fallimenti: quando questa settimana ha detto alla NBC che si consulta spesso con i suoi esperti “così da sapere quale culo devo prendere a calci” sembrava di sentire Spock che dice le parolacce. Inoltre ricordava molto la frase che Bill Clinton pronunciò nel 1995, quando disse che “il presidente è ancora quello che decide le cose”. Se le cose stessero veramente così, non ci sarebbe bisogno di ripeterlo alla televisione, no?

Obama sta annaspando; la sua immagine di competenza è irrimediabilmente in frantumi. Nel frattempo, dalla penisola coreana all’Iran, ai mercati finanziari che si tengono in piedi per miracolo, incombono una miriade di diverse crisi potenziali.

Si dice che Obama fu trasportato alla Casa Bianca da un’onda storica: bene, quell’onda gli si è rivoltata contro da un bel pezzo. Il problema è che non sembra essere mai sceso da quella famosa onda, non è mai riuscito a nuotare controcorrente, non ha nemmeno mai provato a lottare contro il fluire degli eventi. A questo punto la disciplina sembra mancanza di coraggio, la stabilità inizia a puzzare di vecchio e la calma sembra freddezza.

Non siamo ancora arrivati alla fine, ma Obama non ha nemmeno svoltato l’angolo, specie fino a quando non si continuerà a vedere la fine del tunnel della crisi della BP.

Zelizer lancia un monito: “il pubblico osserva un presidente come se fosse un personaggio di uno show televisivo. Una volta che una certa percezione del personaggio si fissa nelle menti delle persone, è incredibilmente difficile convincerli del contrario. Per questo la crisi del Golfo del Messico è importante e per questo che, più a lungo va avanti, più certe convinzioni diventeranno incrollabili”.

Ad un certo punto, un brutto spettacolo inizia a durare troppo a lungo. Quando il pubblico inizia a pensar male del protagonista, ecco che siamo arrivati al punto di non ritorno. Ed è possibile, anche se non necessariamente probabile, che questo punto Obama l’abbia già passato da un pezzo.

David Paul Kuhn è il corrispondente politico capo di RealClearPolitics e l’autore del libro The Neglected Voter: White Men and the Democratic Dilemma. Lo si può raggiungere all’e-mail david@realclearpolitics.com e si possono seguire i suoi articoli tramite un feed RSS.