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Foto trovata su: http://pal2pal.com

Articolo di dimensioni molto più umane che contiene alcune considerazioni che dovrebbero rimanere sempre ben presenti nelle menti di chiunque voglia impegnarsi nella battaglia per la nascita di un vero movimento pronto a lottare per una radicale riduzione della spesa pubblica in Italia.

Magari mi preoccupo per niente ma, come si dice oltreoceano, better safe than sorry, che potremmo tradurre con tea party avvisato, mezzo salvato.

Finora il grosso errore del Tea Party è stata la faziosità

Gene Healy

Originale (in inglese): http://www.cato.org/pub_display.php?pub_id=11708
h/t : Instapundit
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Chi sono davvero gli attivisti dei tea party? Quando il movimento ha dato la sua prima dimostrazione di forza – rovinando con poco garbo i townhall meeting orchestrati attentamente dai soliti marpioni del Congresso – i politici si sono fatti questa domanda con crescente apprensione.

In queste ultime settimane, i sondaggisti hanno iniziato a fornire qualche risposta, degnandosi di andare a chiedere ai manifestanti chi fossero e cosa pensassero; il sondaggio più recente è stato commissionato la settimana scorsa dal New York Times e dalla CBS News ed ha interessato circa 900 sostenitori.

Tra le altre cose, abbiamo appreso che gli attivisti dei tea party sono prevalentemente bianchi e appartengono alla middle class: questo è bastato ad alcuni commentatori che bazzicano la capitale per screditare completamente qualunque richiesta del movimento (viene da domandarsi se uno solo di questi commentatori abbia mai partecipato ad una protesta contro la guerra, chiedendo ai manifestanti come si mantengono).

Come simpatizzante dei tea party, non me ne potrebbe fregare di meno del colore della pelle di chi partecipa alle iniziative (sempre che questo non influisca negativamente sul successo delle loro iniziative) e non riesco a capire perché qualcuno dovrebbe pensare che la loro appartenenza alla classe media renda automaticamente irrilevante qualsiasi loro proposta.

Ma un dato presente nel sondaggio NYT-CBS mi ha fatto preoccupare: mentre il 58 per cento degli americani continua a disapprovare la figura di George W. Bush, 57 per cento degli aderenti ai tea party hanno un’opinione favorevole nei confronti del penultimo inquilino della Casa Bianca.

Che diavolo sta succedendo? Gli attivisti dei tea party dicono di essere un gruppo mosso da un’opposizione di principio verso qualunque forma di interventismo statale. Come si fa a prendere sul serio questa affermazione quando buona parte dei loro membri continua a favorire un presidente che ha personificato tutto quello che dicono di odiare?

Questi attivisti non dovrebbero detestare l’aumento incontrollato della spesa pubblica? Allora come fanno a guardare con favore il 43° presidente degli Stati Uniti, colui che ha ordinato la più grande espansione del debito pubblico nella storia americana, spendendo di più dei suoi sei predecessori e raddoppiando il debito pubblico negli 8 anni passati alla Casa Bianca.

Questi attivisti non dovrebbero odiare i bailouts statali? Si sono già dimenticati chi è stato il presidente che ha fatto passare a forza un pacchetto di aiuti da 700 miliardi di dollari (il famigerato TARP), ha inondato di denari pubblici la Goldman Sachs e la Morgan Stanley, mentre nel frattempo usava i poteri presidenziali per far arrivare 17 miliardi di dollari alla Chrysler e alla General Motors dopo che il Congresso democratico si era rifiutato di autorizzare qualsiasi aiuto pubblico ai costruttori di auto in crisi?
Piccolo aiuto: passa le sue vacanze in un ranch a Waco nel Texas, non a Martha’s Vineyard.

Molti si lamentano dell’arroganza di Barack Obama, ma ha forse mai fatto qualcosa di così arrogante, condiscendente e riprovevole come il “numero” di Bush II alla cena dei corrispondenti radio-televisivi del 2004, quando mostrò una slide che lo ritraeva mentre cercava qualcosa sotto una scrivania e fece la famosa battuta “Beh, quelle maledette armi di distruzione di massa devono pur essere da qualche parte!”. Grasse risate davvero…

Naturalmente il disgusto degli attivisti dei tea party verso Obama è ben giustificato, visto che ha appena espropriato un sesto dell’economia americana facendo passare la sua riforma sanitaria attraverso un uso tanto spregiudicato e palese di strumenti poco dignitosi come corruzione, estorsione e patti dietro le quinte da far vomitare persino uno dei vecchi boss della Tammany Hall (un’organizzazione politica che, attraverso ogni genere di nefandezza, assicurò al partito democratico il controllo della città di New York dal 1854 al 1932, quando la vittoria del repubblicano Fiorello La Guardia gli assestò un colpo mortale ndT).

E forse è poco elegante prendersela con Bush II, un ex presidente che almeno ha avuto la decenza di chinare la testa, starsene buono e passare il tempo a tagliare le siepi (durante lo tsunami del 2004, G.W. Bush preferì rimanere in vacanza nel Texas: divenne famoso un comunicato stampa che descriveva le attività giornaliere del presidente – tre giorni dopo il cataclisma, Bush era impegnato a tagliare le siepi nel suo ranch ndT).

Il politologo Theodore Lowi una volta definì la “legge della successione alla Presidenza” in questi termini: “ogni presidente contribuisce alla rivalutazione dei suoi predecessori”. Qual è il corollario? “Questo è l’unico contributo alla nazione che ogni presidente darà di sicuro”.

Forse è proprio questa regola della politica ad aver motivato un furibondo repubblicano a pagare per il cartellone che qualche settimana fa è apparso su un’autostrada del Minnesota: un Bush sorridente che saluta con un’eloquente didascalia “Ancora non vi manco?”.

Eppure nessun onesto sostenitore dei limiti all’azione del governo federale potrebbe mai “dimenticarsi” che questo presidente repubblicano, attraverso la parte D del Medicare – il programma che garantisce medicinali gratuiti a chi ha più di 65 anni – ha promosso la più grande espansione del welfare state, a metà strada tra il Medicare di Lyndon Johnson e l’Obamacare.

Non si tratta di riscrivere la storia della nazione o pareggiare i conti con chi protestava contro Bush. Se gli attivisti del tea party sono seriamente interessati a cambiare le cose, non si possono permettere di sembrare partigiani – come se l’aumento della spesa pubblica gli andasse bene solo quando “uno dei nostri” è al timone, mentre quando è un patito della rucola (il consumo di rucola ed altre cibarie ricercate, come la frutta organica o una dieta vegana sono tra gli aspetti dei radical-chic americani più spesso presi di mira dalla Middle America tradizionalista e prevalentemente repubblicana ndT) a proporlo sono pronti a gridare al “socialismo”.

Sono stati entrambi i partiti a cacciarci in questo casino. Non sarà certo la faziosità a tirarcene fuori.

Gene Healy è vice presidente del Cato Institute e autore del libro The Cult of the Presidency.