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Foto trovata su factreal.files.wordpress.comPrima di tutto, benvenuti (sono un bimbino per bene).

Primo post di una nuova avventura che spero divertente per tutti i partecipanti (anche perché se non venite a trovarmi, mi sembra difficile che possiate magicamente percepire i sommovimenti tellurici del mio encefalo).

Visto che vale più un fatto di mille promesse, ecco il primo contenuto (semi) originale del blog: una bella traduzione di un pezzo pubblicato dall’ottimo Gary North sulla sua newsletter Reality Check, che seguo religiosamente da quasi una decina di anni. Di solito parla di economia (con toni spesso apocalittici) ma stavolta ha preferito dedicarsi alla politica, cercando di descrivere l’impatto dei Tea Party sull’universo parallelo racchiuso dentro la Beltway di Washington.

Il pezzo mi sembra interessante e, visto che ci ho perso qualche ora per tradurlo, ve lo propino bello caldo. Notarella a parte: Gary North è davvero bravo, spesso dà consigli interessanti e raramente annoia (qualità non comune in chi si occupa di economia). Se volete iscrivervi alla newsletter, sapete come fare. Penso che non ve ne pentirete.

Alla prossima.

Il vero Apolide, quello originale, inimitabile e irriproducibile (nonostante la -s finale).

È INIZIATA UNA INSURREZIONE
Gary North
Traduzione in Italiano: Luca A. Bocci

Lo scorso Sabato 8 Maggio è avvenuto un fatto straordinario. Il Senatore degli Stati Uniti Bob Bennett, esponente del Partito Repubblicano con tre legislature alle spalle, non è riuscito ad assicurarsi un posto nelle primarie del suo partito. Non solo non ha vinto la nomination, non è riuscito nemmeno a superare lo sbarramento ed accedere al ballottaggio. È arrivato terzo, con ampio distacco. È stato battuto da due candidati supportati dai Tea Party del suo stato.

Foto trovata su www.mormonwiki.comBob Bennett non è un senatore qualsiasi, viene da una famiglia importante, suo padre aveva occupato il suo seggio prima di lui.
Quella che è successa non è stata una semplice elezione, ma il primo atto di un’insurrezione.
Bennett si era rammollito da diversi anni ma comunque si era guadagnato una reputazione da conservatore del tutto farlocca. Prima ha appoggiato il piano di salvataggio delle banche di Bush, poi ha dato il suo supporto alla riforma della sanità di Obama. Questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. “No mas!” I suoi elettori hanno colto l’occasione per mandargli un messaggio chiaro e forte: un sonante “fuori dalle scatole!”.

Poi, tre giorni dopo, il fenomeno si è ripetuto dall’altra parte del Paese. Il Deputato Alan Mollohan del West Virginia è stato fatto a pezzi nelle primarie del Partito Democratico (44% a 56%). Aveva occupato quel seggio per 14 legislature, quasi 28 anni. Anche lui aveva appoggiato la riforma della sanità di Obama. Era uno dei cosiddetti Stupak Seven. Quando Stupak ha abbandonato le sue resistenze di principio alla riforma della sanità, Mollohan ha fatto lo stesso. Questa scelta ha segnato la fine della sua lunga carriera politica.

Questa insurrezione sta colpendo entrambi i partiti. Sta a significare che gli elettori americani ne hanno abbastanza. Potrebbe essere un evento epocale negli annali della politica a stelle e strisce.
Pensate un attimo al significato di questi due risultati. Nella politica americana, gli elettori decidono tra due partiti. Le strategie dei manager delle campagne elettorali sono mirate a quell’80% della popolazione che potrebbe anche cambiare idea. Il 10% a destra e sinistra è composto, alternativamente, da fedelissimi o arcinemici. Molto più semplice ignorarli; i candidati cercano al massimo di tenerli buoni, ma niente di più. Un politico che imposti la sua campagna elettorale su una piattaforma rigidamente ideologica è estremamente raro. Ron Paul è una di queste mosche bianche, ma chi può onestamente dire che sia un tipico rappresentante della classe politica americana? Appena un candidato viene eletto al Congresso, il suo partito lo appoggia comunque e dovunque. Da quel momento la politica locale viene vista come “il nostro uomo a Washington contro il loro impiccione”. I fedelissimi del partito a questo punto sono pronti a perdonare qualsiasi voto del “loro uomo”. Chi siede al Congresso è sempre migliore del candidato dell’altro partito, non importa quanto sia bravo o preparato.

Foto trovata su www.retrocampaigns.comQuando si decide il Presidente, ci sono abbastanza indipendenti e votanti “marginali” da consentire ad un candidato eccezionale di superare le barriere ideologiche. Ricordate le elezioni del 1980? Reagan travolse Jimmy Carter, che riuscì a perdere una buona fetta di votanti democratici (quegli elettori sarebbero poi stati definiti “Reagan Democrats” ndT).
Oggi la nazione è divisa come non mai. Nella storia degli Stati Uniti non abbiamo mai assistito a quello che è successo durante le presidenze Clinton e Bush II: due presidenti di partiti rivali che riescono a vincere due volte di fila prima di uscire dall’agone della politica. I rapporti di potere tra i partiti sono estremamente fluidi a livello nazionale.

Nessun partito ha un blocco di voti sufficiente a garantire l’elezione del prossimo presidente. Fino a pochissimo tempo fa, questa fluidità a livello nazionale non si traduceva a livello locale, almeno all’interno dei due partiti maggiori. Una volta eletto, il Deputato o Senatore che decideva di ripresentarsi aveva in tasca la nomination del suo partito. I fedelissimi inevitabilmente si accodavano: “buono o cattivo, è sempre il nostro uomo”. Bob Bennett e Alan Mollohan hanno scoperto che questo modo di pensare ha fatto il suo tempo.

Nessuno si aspettava un cambiamento del genere. Bennett non si è reso conto di niente fino agli ultimi giorni della campagna per le primarie. In un disperato tentativo di salvare la sua candidatura, ha chiesto a Mitt Romney di presentarlo alla convention del suo stato. Questo dovrebbe dimostrare quanto avesse perso il contatto con i suoi elettori.
Mitt Romney è uno dei principali portabandiera dell’establishment repubblicano della costa orientale. Non solo è stato governatore del Massachussets (uno degli stati più liberal dell’Unione ndT) ma ha addirittura passato una riforma sanitaria molto simile a quella proposta da Obama. Il fatto che Bennett pensasse che Romney fosse in grado di aiutarlo a convincere i fedelissimi dei Tea Party è la riprova di quanto fosse lontano mille miglia dai suoi ex-elettori. Sì, certo, Romney è un Mormone e lo Utah è la capitale mondiale dei Mormoni. Ai bei vecchi tempi, i suoi elettori si sarebbero fatti influenzare, finendo per considerare le primarie come l’ennesima elezione “noi contro loro”. Peccato che, a forza di votare a favore di politiche progressiste, quasi tutti consideravano Bennett uno dei “loro”. Se n’è reso conto solo alla vigilia del voto, quando ormai era troppo tardi.

Quando l’avvenente giornalista della CNN ha intervistato quello che era indicato come il “fondatore” del movimento dei Tea Party nello Utah, ha provato a descrivere Bennett come un conservatore. Ha sciorinato un lungo elenco di associazioni di destra ben addentro alla politica della Beltway (la circonvallazione di Washington, all’interno della quale hanno sede le più importanti organizzazioni politiche della nazione ndT) che avevano dato il loro endorsement al senatore uscente. L’uomo non è sembrato affatto impressionato: “non importa quanto conservatore sia, è una questione di responsabilità personale. Bennett non avrebbe dovuto votare per salvare dalla bancarotta le banche di Wall Street”. La giornalista l’ha incalzato, chiedendogli se fosse giusto che la carriera politica di un uomo fosse messa a rischio per un solo voto. La risposta è stata lapidaria: “la sua carriera è finita quando ha espresso quel voto”. A questo punto, la CNN ha intervistato Bennett, che ha cercato tutte le ragioni del mondo per difendere la sua scelta. Non è servito a niente. Aveva ragione il fondatore dei Tea Party: Bennett è finito. Il video di questa intervista merita sicuramente di essere visto:

http://bit.ly/DeadCareer

Gli “incumbents” dovranno affrontare una vera insurrezione. Questo nega uno dei principi fondamentali della politica all’interno del Congresso; il fatto che i due partiti avrebbero garantito almeno la nomination agli eletti uscenti. Questo vuol dire che gli elettori, per la prima volta nella storia politica americana, stanno per nominare un’infornata di neofiti a caccia di “swing voters”. Niente più indulgenza verso “il nostro uomo a Washington”. Gli elettori sono così infuriati da preferire una sconfitta a Novembre di un candidato che riflette il loro modo di pensare ad una possibile vittoria di un “incumbent” che non li rappresenta più. Questo vuol dire che il club di Capitol Hill (sede del Congresso degli Stati Uniti ndT) non ha più le spalle coperte. La cricca degli eletti, la casta dei politici di lungo corso non può più essere certa di avere la nomination in tasca.

Se questo non dovesse rivelarsi un fenomeno transitorio, l’intero sistema della politica Americana rischia di uscirne profondamente cambiato. Gli eletti dovranno tenere in maggiore considerazione le opinioni degli iscritti ai partiti nei loro distretti. Questo non farebbe che rendere molto più potenti quelle minoranze decise a mandare un messaggio preciso ai propri rappresentanti a Washington. Un messaggio che potrebbe essere “ti supporteremo solo fino a quando rispetterai le nostre idee sulle questioni che ci stanno più a cuore”. Anche nelle primarie, per gli incumbents la pacchia sarà finita.

Questo sviluppo è sicuramente positivo. Introducendo un elemento di incertezza nel quadro politico nazionale, allo stesso tempo minerà alle fondamenta le mille alleanze informali che si formano sulla Capitol Hill. Il popolare trucchetto del “logrolling” diventerà infinitamente più pericoloso. Cos’è il logrolling? Un semplice voto di scambio: io voto per il tuo ponte verso il nulla se te voti per la mia cattedrale nel deserto. Lo scopo del giochino è chiaro: foraggiare le rispettive clientele nel collegio elettorale. Ma se gli elettori a casa sono furibondi per gli sprechi e la corruzione generalizzata invece di richiedere sempre più spesa pubblica nel proprio distretto, la struttura politica non può che scivolare rapidamente a destra. Un cambiamento che rischia di riscrivere le regole del gioco.

Ho qualche difficoltà anch’io a credere che gli elettori siano finalmente disponibili a cacciare a pedate un incumbent perché ha votato a favore di una legge piena di spese inutili. Il fatto è che il TARP (Troubled Assets Recovery Program, il “bailout di Wall Street”, proposto da George W. Bush e votato alla fine del 2008 ndT) ha fatto veramente infuriare gli elettori. Nell’ottobre 2008 gran parte dell’elettorato era fermamente contrario a qualsiasi pacchetto di salvataggio. Come disse un deputato del North Carolina, il suo distretto era diviso a metà tra chi diceva “no” e chi diceva “sul mio cadavere”.

Alla fine le profezie di sventura del ministro del Tesoro Paulson e la paura del collasso del sistema economico mondiale hanno consentito al Congresso di approvare una legge altamente impopolare. Lo stesso clima da fine del mondo ha accompagnato Barack Hussein Obama alla Casa Bianca.
C’è una regola non scritta nella politica americana: gli elettori dimenticano qualsiasi oltraggio nel giro di sei mesi. Questa regola non scritta non ha funzionato nel caso del TARP e si rivelerà ancora fallace con la legge di Obama sulle assicurazioni mediche. Appena le famiglie vedranno crescere le rate dell’assicurazione, il pubblico tornerà ad essere furibondo. Con “pubblico” intendo quegli “swing voters” in entrambi i partiti che sono fuori di sé dalla rabbia e sono determinati a chiedere vendetta per l’offesa subita.

La politica americana non è abituata alle vendette politiche; gli elettori hanno la memoria breve, sono facilmente distratti dall’attualità, magari manipolata ad arte dai media per creare un nuovo “caso”. La Rete sta cambiando queste dinamiche secolari: sulla Rete gli elettori arrabbiati trovano sempre nuove ragioni per rimanere arrabbiati. I mainstream media non controllano più il flusso delle informazioni, non sono più in grado di determinare quali tematiche meritano l’attenzione del pubblico.

Quando si parla degli swing voters in grado di negare la nomination ai candidati uscenti, la Rete è ormai determinante. I mainstream media sono del tutto impotenti, superati in velocità ed efficacia dalle risorse online. Va considerato attentamente un altro fattore, quello degli elettori monomaniaci. Questo gruppo è sempre stato il terrore di ogni politico: questi elettori non si fanno distrarre dalla retorica, sono determinati a votare contro chiunque vada contro alle proprie convinzioni e sono tra i più attivi nell’informarsi su come un politico abbia votato nel passato. Il Congresso ha cercato di combattere questa “calamità” cercando di nascondere i record di voto con tutte le sue forze: prima hanno reso difficilmente comprensibile il linguaggio dei progetti di legge, poi hanno introdotto la votazione a voce invece di registrare il voto di ogni singolo deputato.

Quest’opera di insabbiamento è stata agevolata dalla stampa locale, che poteva sempre scegliere di “dimenticarsi” di pubblicare il voto del Deputato locale su un progetto di legge controverso. La Rete, inutile dirlo, ha reso quasi impossibile quest’opera di sbianchettamento nei confronti delle lobbies e degli elettori monomaniaci. I politici si ritrovano in una situazione poco ideale: ogni voto che esprimono sicuramente gli alienerà le simpatie di un gruppo di elettori. Quando la politica dei due (o più) forni diventa impossibile, si tratta di scegliere chi fare arrabbiare, un comportamento che non può che esasperare la lotta politica e rendere ancora più estreme le scelte del Congresso.

L’ex Senatore del Senato della California Bill Richardson è un mio vecchio amico; da lui ho imparato tantissimo su come funziona la politica locale. Essendo il fondatore dell’associazione dei proprietari di armi da fuoco (Gun Owners of America), Richardson è un esperto nella difficile arte della pressione politica. Più di una volta mi ha detto che i politici vogliono prima di tutto evitare le rogne: se ti dimostri capace di creargli problemi, sarai anche in grado di “convincerli” a cambiare le proprie posizioni su alcune questioni specifiche. La sua strategia di azione preferita quando si trattava di preparare le elezioni consisteva nello scorrere i voti espressi da ogni politico che si fosse detto a favore della limitazione del diritto di possedere armi da fuoco fino a quando non trovasse un voto in grado di causargli imbarazzo.

Visto che nel suo distretto la questione del controllo delle armi da fuoco non avrebbe funzionato, Richardson cercava qualcosa di più controverso. Una volta trovata questa crepa nell’armatura, faceva partire ondate di lettere per attirare l’attenzione del pubblico su questa problematica.
Il politico sapeva sempre chi era che gli stava creando dei grattacapi, era Richardson stesso a ricordarglielo. Dopo qualche tempo, si incontrava con il politico e gli proponeva un accordo: smettiamo di spedire le lettere se ci prometti di votare a favore delle nostre posizioni quando si discuterà un certo progetto di legge. Spesso e volentieri, il politico accettava l’accordo e Richardson si ritirava, segnando un altro voto sul suo pallottoliere.

La copertura offerta ai politici locali dai mainstream media si sta rivelando sempre meno efficace perché il vecchio modo di fare informazione ha i giorni contati. I media tradizionali non sono sostituiti da nuovi media interessati a conquistare ampie fasce di mercato in territori ben definiti.
Ormai i lettori delle piccole e grandi città sono liberi di concentrare la propria attenzione sui temi che preferiscono: se un politico prende una decisione che va contro al mandato concessogli dagli elettori – non alla piattaforma del partito nazionale – gli elettori del suo distretto che hanno a cuore quel particolare problema lo scopriranno subito.

Tradizionalmente questo tipo di elettori non si impegna in prima persona nella politica locale, ma in quest’ultimo anno la questione della spesa pubblica ha mobilitato un gruppo di elettori monomaniaci che finora aveva preferito rimanere nell’ombra. Visto che la spesa pubblica coinvolge ogni angolo dell’amministrazione, il movimento dei Tea Party è una minaccia per quei politici che non hanno mai trovato un aumento di spesa che non gli andasse a genio (la stragrande maggioranza di chi siede oggi a Washington).

I primi due agnelli ad essere sacrificati sull’altare dei Tea Party sono stati Bennett e Mollohan. Visto che militano in partiti diversi, in regioni diversissime dalla diversa colorazione politica, la loro sconfitta è una minaccia seria alla politica dei tanti Gattopardi a stelle e strisce. Una sconfitta alle primarie non è nemmeno concepibile; la protezione dei media mainstream è una corazza di carta. I politici della spesa facile possono correre, ma non nascondersi. Nel caso di Bennett e Mollohan, non possono nemmeno correre; le loro carriere politiche sono semplicemente finite.

Foto trovata su winnandtonic.wordpress.comDurante le tumultuose primarie democratiche del 1972, il governatore dell’Alabama George Wallace rese immortale la frase “mandategli un messaggio!”. Quattro anni prima era stata un’altra massima di Wallace a diventare popolare: “non c’è nemmeno un centesimo di differenza tra i due partiti”.

Oggi, il movimento del Tea Party sembra aver sposato in pieno queste due massime. La sconfitta di Bennett e Mollohan ha mandato l’unico messaggio che l’80% di chi siede al Congresso capisce: la paura di perdere il posto. Vedono che i rispettivi partiti non saranno in grado di proteggerli dalle schegge impazzite ed hanno capito che un altro voto a favore di una legge che aumenti la spesa pubblica li porterà dritti dritti fuori da Capitol Hill. Questa nuova consapevolezza cambierà il panorama politico negli Stati Uniti. I Tea Party si sono dimostrati capaci di fare quello che Richardson raccomandava; causare un mare di guai. I politici reagiscono sempre a questo tipo di minacce e non c’è minaccia peggiore di quella che metta a rischio il proprio gruzzolo di voti nel distretto di casa.

Le due primarie nei giorni scorsi hanno prodotto risultati storici, ma erano state precedute dal fallimento della campagna del Governatore della Florida Bill Crist per assicurarsi la nomination del partito repubblicano per il posto di junior senator del suo stato. Dopo la batosta, Crist ha annunciato che si candiderà come indipendente, una mossa che potrebbe costare la vittoria al paladino dei Tea Parties Marco Rubio il prossimo Novembre. Anche se perdesse le elezioni, la carriera di Rubio è appena all’inizio: nessuno lo considererà un perdente, sarà solo la vittima delle macchinazioni di Crist. Quest’ultimo, invece, non ha alcuna speranza: i repubblicani non gli perdoneranno mai di non essersi fatto da parte.

Fino a quando sei in grado di rompere le uova nel paniere del partito avversario, non c’è niente di male nelle candidature tattiche. Prima o poi, a meno di non condannarsi ad un futuro fatto solo di sconfitte, le gerarchie del partito dovranno sedersi attorno ad un tavolo e trattare la pace.
Ma farlo una volta sola equivale ad un suicidio politico: i dirigenti capiranno che non hai abbastanza voti per essere pericoloso e preferiranno ignorarti. Crist è un pericolo per Rubio solo perché, essendo ancora il governatore della Florida, può controllare una parte della macchina politica legata allo Stato. Peccato che Crist sia già al suo secondo mandato. Una volta uscito dalla residenza del governatore, sarà semplicemente un altro ex della politica.

Il Tea Party sta mandando un messaggio ad entrambi i partiti in ogni singolo distretto elettorale: “avete visto cosa siamo in grado di fare; se ci ignorate, ve la faremo pagare”. I maestri dell’emendamento che si trovano in distretti super-sicuri potranno far finta di niente ma, senza i voti dei loro colleghi più vulnerabili, non avranno più i numeri per far ingoiare al pubblico amercano qualunque porcheria.

Nelle scorse settimane, i democratici hanno visto crollare la loro capacità di raccogliere abbastanza voti per far passare qualsiasi progetto di espansione della spesa pubblica. I deputati che vengono da distretti “marginali” saranno sempre meno disposti ad immolarsi per la causa. Molti di loro, specialmente i più esperti, capiranno la mala parata e preferiranno farsi da parte. A nessuno piace essere sconfitto da uno sconosciuto qualsiasi; meglio godersi la ricca pensione garantita dal Congresso.

La vecchia politica è ora vulnerabile ai colpi portati da neofiti che potranno fare la propria campagna basandosi solo sulla riduzione della spesa pubblica. Gente rognosa, difficile da comprare: non vogliono essere eletti per garantire ai propri sponsor una bella fetta di contributi statali. Se rimarranno fedeli ai propri principi e si costruiranno una solida base territoriale, saranno capaci di causare un mare di problemi agli incumbents. E non siamo che all’inizio del fenomeno…

CONCLUSIONI

Penso che il prossimo Congresso sarà molto meno disposto a passare enormi aumenti della spesa pubblica, il che potrebbe essere il colpo di grazia per la magniloquente riforma sociale di Obama. Se il voto nello Utah e in West Virginia ha messo in dubbio le capacità di manovra del Presidente in questo campo, le mid-term di Novembre saranno un colpo ben più duro.

Anche un trionfo repubblicano non riuscirà comunque ad evitare che il paese affoghi in un mare di debiti. I problemi vengono da molto più lontano, da quando Lyndon Johnson nel 1965 ha creato il Medicare (programma pubblico che garantisce l’assistenza sanitaria gratuita a chi abbia più di 65 anni d’età NdT) e da quando George W. Bush li ha moltiplicati varando i sussidi pubblici per l’acquisto dei medicinali. Questi veri e propri killer del bilancio statale sono per ora intoccabili ma ogni futura espansione del welfare state sarà pressoché impossibile.

Il programma di Obama sarà praticamente finito: oltre a non essere in grado di mantenere le promesse alla sinistra radicale, sarà visto come l’unico colpevole dell’aumento del deficit pubblico. Quando le famiglie saranno costrette a pagare gli inevitabili aumenti delle assicurazioni mediche, se la prenderanno sicuramente con lui.

La sconfitta di Mollohan è stata più significativa di quella di Bennett: ha fatto capire ai deputati uscenti democratici che il pubblico ha detto “No mas!” Quando un politico proveniente da un distretto sicuro proverà a cercare voti per l’ennesima espansione della spesa federale, molti dei suoi colleghi sapranno che un voto potrebbe costargli la carriera.

A partire da Gennaio del 2011, gran parte degli eletti democratici rifiuteranno di auto-immolarsi per il partito. Nancy Pelosi dovrà fare gli straordinari per raggranellare il minimo dei voti necessari per far passare qualsiasi legge. Sempre che non si ritrovi a dover guidare il gruppo di minoranza…

Questa prospettiva mi rallegra non poco: sono sempre stato un fervente sostenitore della politica della vendetta.