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Margaret Thatcher, Partito Liberale Italiano, Ronald Reagan, Tax Freedom Day 2011, Tea Party Italia, Winston Churchill
Ogni qual volta si prova a proporre qualsiasi riforma in senso liberale, giù piovono commenti tipo “troppo estremo” o “il popolo italiano è comunista dentro”. E se il liberalismo in Italia non fosse un’utopia? Parliamone. Sul serio. Prima che sia troppo tardi.
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Il “benaltrismo” è una delle malattie patologiche di quella rissa male organizzata e peggio gestita che, nella penisola dei caciocavalli, usurpa il nome di ‘dibattito politico’. Chiunque abbia l’ardire di analizzare una qualsiasi questione con un minimo di raziocinio, proponendo magari soluzioni non campate in aria ma praticabili sul serio, viene sempre e comunque messo a tacere con la fatidica formula “ben altri sarebbero i problemi del paese, non queste quisquilie”. La tattica è ben conosciuta ed usata fino alla noia, quasi come la proverbiale “race card” di Ohblabla, ma ancora sfugge a qualsiasi politico o intellettuale di area liberal-liberista-libertaria l’antidoto per sfuggire a tale velenosa trappola.
Di fronte a questa vigliaccheria impiegata ogni cinque minuti da “giornalisti” e “politici” sinistri, le argomentazioni ben impostate, garbate e provviste di pezze d’appoggio non improvvisate sembrano squagliarsi come neve al sole, lasciando campo libero alle puttanate sinistre. Insomma, una vera e propria iattura. A questo punto la conseguenza logica del ragionamento non può che essere infausta. Le frasi fatte si moltiplicano, ma ritornano sempre al solito pensiero di base: “il liberalismo, in Italia, è un’utopia da intellettuali”. Il che sarebbe più o meno un modo gentile per dare a chi combatte per un futuro più libero e liberale del Don Chisciotte o dell’amabile idiota. La sostanza non cambia. Non c’è posto per voi e le vostre idee balzane. Troppi interessi, troppi anni di lavaggio del cervello, troppe chiacchiere nella testa della gente, troppo pensiero unico. La conseguenza imposta dai non molto amabili gestori della “conversazione politica” italiana è tanto chiara quanto inappellabile: o scendete a patti, tradendo le vostre idee, o ve ne andate. Qui comandiamo noi. Alla faccia del dialogo.
A questo punto, al liberale di nome e di fatto di spirito pugnace e contrarian sale il sangue agli occhi ed iniziano a prudere le mani. Alla fine, però, la ragione riprende il sopravvento (che sia questo il vero, inconfessabile problema dei liberali?) e si prova a ragionare sul come risolvere questo apparente enigma. Che l’Itaglia sia terra da sempre ostile al pensiero liberal-liberista-libertario è realtà difficilmente argomentabile. Che l’italiano medio sia ormai impregnato di statalismo, al punto da non riuscire nemmeno a concepire un futuro senza Stato, senza burocrati tracotanti ed irresponsabili a decidere del loro destino, senza pantofole od anelli da baciare per portare a casa la pagnotta, è anch’esso un fatto da accettare, a denti stretti, magari, ma da accettare. La realtà delle cose, anche nello strano mondo della politica italiana, non si può manipolare, a meno di non guadagnarsi un posto nel più vicino matticomio – o in Parlamento.
Seguire il fil rouge del ragionamento potrebbe a questo punto rivelarsi scomodo anche per il liberale più duro e puro. Il passaggio successivo è infatti il domandarsi se il liberalismo di stampo anglosassone non sia, almeno dalle nostre parti, niente più di una fantasia da idealisti. La saggezza popolare, il sesto senso e tutte le fibre da cremlinologi allenati da anni di politica politicante sembrano suggerire neanche troppo astrattamente che, sì, l’Italia è incompatibile intimamente con il liberalismo vero, quello dei vari von Mises, von Hayek, Schumpeter, Rothbard et al. In Itaglia si può solo essere socialisti o paternalisti, non si scappa dal substrato fondamentale, la concezione dell’essere umano come essere incapace di provvedere a sé stesso senza la benevola guida di un altro essere umano, da considerarsi ad esso superiore per capacità, moralità e generosità. In Itaglia si è sempre liberi di fare solo quello che lo Stato concede graziosamente di fare, sempre fino a quando non cambi idea, senza avvertimenti alcuni o ragioni sensate per tale cambiamento legislativo. L’Itaglia è e resta un paese di uomini e caporali, tanto più arroganti quanto incompetenti, tanto più ladri quanto si ammantano di buone intenzioni e belle parole.
Se queste considerazioni vi causano una reazione allergica come al sottoscritto, non si può fare a meno di domandarsi se il liberalismo, come lo intendiamo noialtri, noi figli di mamma Maggie e papà Ronnie, nipoti di nonno Winston e parenti dei tanti grandi liberali tricolori, da Einaudi a Panfilo Gentile, sia possibile da realizzare in maniera compiuta e non raffazzonata anche alle nostre latitudini. Visto l’attuale, penosissimo, stato del liberalismo italiano, i dubbi non possono che essere più che giustificati, accompagnati dai soliti pensieri foschi. Come fare a creare una base di consenso alla radicale trasformazione di quel consolidato intreccio di malaffare, interessi, ignavia, vigliaccheria ed opportunismo che prende il nome di sistema politico-affaristico itagliano? Come fare a consentire alle personalità preparate, coraggiose e bene articolate che esistono in gran numero nell’universo liberal-liberista-libertario di conquistarsi sul campo abbastanza spazio per proporsi alla guida di enti locali e poi, magari, del paese? Come fare a stimolare la nascita di una consapevolezza del continuo, perenne e mostruoso inganno a cui è stato sottoposto il popolo italiano dal 1923 ad oggi e della quantità spropositata di libertà che gli è stata sottratta “a fin di bene”?
Domande enormi, da far tremare i polsi anche al liberale più barricadero. Tutte, inevitabilmente, senza risposte chiare. La questione che circola nella coscienza collettiva liberale è quella di Vladimir Il’ič Ul’janov, quel “che fare” che, da buoni cultori del dubbio sistematico, viene visto da solo, senza facili soluzioni a prova d’idiota. La sensazione d’impotenza rischia di travolgere tutto, anche le tante buone intenzioni dei liberali di nome e di fatto. Eppure una soluzione deve esserci. Curare il malato terminale con dosi ancora più massicce del veleno che l’ha ridotto in fin di vita non è una scelta accettabile da chi sia capace ancora di distinguere il falso dal vero. Lo statalismo rosso e nero, il viscido paternalismo delle peggiori sacrestie, con tutte le sue vigliacche e blasfeme scorciatoie alla santità, hanno fatto il loro tempo. Il futuro o sarà liberale o non sarà.
Le prove sono disponibili a chiunque voglia leggerle, ad un solo clic di distanza dagli schermi di tutti gli italioti, medi o no che siano. A questo punto, più che soluzioni e bei discorsi, servono piani operativi, organizzazione, struttura, metodo, canali autogestiti per consentire alla straordinaria vitalità del mondo liberal-liberista-libertario di esprimersi liberamente. Tutta roba che costa, fatica ed impegno prima di tutto, ma poi anche fondi, da reperire in maniera indipendente ed atomizzata. Nessuno si sognerà mai di finanziare un movimento che si propone come principale obiettivo la demolizione della immensa mangiatoia alla quale si abbuffa da decenni la parte peggiore del paese, quella che vedremmo volentieri appesa ad un albero lungo la strada.
Alcuni di noi pensano che il modello organizzativo “a stella marina”, senza capi, segreterie e strutture tradizionali, fondato sulle reti reali e virtuali scelto dal Tea Party americano sia la via migliore per giungere al liberalismo di massa sognato da tutti noi. L’anniversario della prima manifestazione del Tea Party italiano in terra d’Italia è passato senza grande clamore, visto che si è scelto di festeggiare invece il Tax Freedom Day, il giorno nel quale (secondo i dati ufficiali) il cittadino inizia a lavorare per sé stesso, dopo aver foraggiato le infinite legioni di nullafacenti, figli di e raccomandati che pretendono di vivere alle spalle di chi lavora e fatica sul serio. Si sono indubbiamente fatti passi avanti, ma non v’è stata quella imperiosa accelerazione vista negli Stati Uniti che poi ha portato al trionfo delle elezioni di medio termine. Si dice che il clima politico e culturale è molto più ostile alle idee liberali e libertarie. Possibile, ma bisognerà pensare a come passare dalle dichiarazioni di intenti ai fatti, quali strade seguire per favorire la crescita di decine, centinaia, migliaia di Tea Parties locali, indipendenti, autonomi, autosufficienti, uniti solo dall’Ideale e dagli obiettivi comuni.
Altri modi per arrivare ai numeri necessari per incidere sul serio sull’infernale pantano italiota non ne trovo, ma forse è solo una mia limitazione. Una cosa è certa: il tempo a nostra disposizione per evitare il redde rationem definitivo ed il più che probabile risorgere di una qualche forma di totalitarismo statalista si sta esaurendo. La Storia non aspetta e, soprattutto, non offre seconde chances. Questo è il nostro momento, questo è il nostro tempo, questa è l’ora nella quale esprimere il massimo sforzo per far partire la vera rivoluzione, quella liberale, che riconsegnerà agli individui la libertà espropriata silenziosamente da burocrati, politicanti e spacciatori di ideologie. Il futuro dipende da noi, nonostante tutto. Niente passi indietro, stavolta.
Pingback: Liberalismo, utopia necessaria
Luca,
ho lasciato decantare il tuo articolo per un po’, per questo ti rispondo solo ora.
L’aggettivo ‘sfiduciato’ non è quello che descrive il mio stato d’animo. Non sono sfiduciato, sono piuttosto realisticamente e ‘gelidamente’ consapevole del fatto che vie d’uscita ai nostri guai itagliani non ce ne sono e non ce ne saranno. Se altri popoli magari saranno capaci di risalire, una volta toccato il fondo, io non so dire. Ma noi no.
Lo spunto di queste riflessioni mi viene dalla frequentazione di un forum privato di ‘gente normale’, intendo dire non seguaci di Marx, di Mises, di Keynes o Friedman. Normale gente della ‘middle class’, c’è l’avvocato, il piccolo imprenditore, il project manager, il ricercatore, il professionista, c’è chi fa il bancario espatriato e scrive dagli States oppure il retired che ha fatto il manager in IBM una vita e, sempre in US, ha trovato moglie e fa volontariato, il laureato che lavora al CNR e fa il ricercatore (tipo tosto eh, non scaldasedie del pubblico, garantisco io) insomma gente per bene, tirata su a buone letture. Eppure … eppure tutti, in un modo o nell’altro, arrivati al punto di trarre le conclusioni, si tirano indietro. Non è semplice da spiegare, provo ad aiutarmi con una similitudine cinematografica e vediamo se ci riesco.
La nave da crociera si capovolge per un’onda anomala e inizia il dramma, per chi è ancora vivo, di riuscire a trovare una via per guadagnare l’uscita. Qualcuno, freddo e riflessivo, spiega al suo gruppo – Gente, l’unico modo di uscire prima che la nave coli a picco è trovare la via che conduce al vano dell’albero di trasmissione che termina con l’elica. Lo spazio lì ci consente di muoverci e l’apertura dello scafo dove l’albero si collega all’elica è grande abbastanza per uscire. Siamo sottosopra e quella parte è adesso fuori dall’acqua -.
Un giovane contesta immediatamente il tizio che ha proposto la soluzione. – Ma tu chi sei? Perchè dovrei darti retta? Che esperienza hai di salvataggi? Chi mi dice che non sbagli? Tu non fai parte dell’equipaggio. Non sei del mestiere. Sicuramente è partito l’SOS. Perchè non dovrei fidarmi dei soccorsi? Quella è gente professionista. Sanno come si fa. Basta non fare azioni sconsiderate e dargli il tempo di arrivare -. Inutile dire che i pochi che lo seguiranno si salveranno e gli altri moriranno tutti.
Orbene, questo è esattamente quello che mi succede con la gente ‘normale’, riflessiva, moderata, incazzata per quello che sta capitando, impaurita, desiderosa di una soluzione che risolva i problemi. Finchè ti accodi alle giaculatorie sul ‘piove governo ladro’ nessun problema. Appena tenti di dire – Ragazzi, hold on, ma se tutto quello che avete detto è vero, e lo è, se i guai non sono cominciati la settimana scorsa, e non lo sono, se li abbiamo votati tutti a turno e non è cambiato mai niente, non è che forse è il paradigma che è sbagliato? Non è che forse chi ci parla di equità ci sta fregando? Che chi c’ammazza di tasse non le usa come vi sta dicendo? Che chi vuol difendere il lavoro sta facendo l’opposto? Che magari sarebbe meglio libera assunzione e libero licenziamento in libero Stato?Che forse è meglio se lo stipendio ce lo danno (quasi) tutto e ci paghiamo noi l’assicurazione sanitaria? Etc. Etc.
Non appena gli proponi un cambio di visuale vedi (immagini, perchè è un forum) il cambio di espressione nelle loro facce. – Ma tu che ne sai? Ma ti senti più esperto degli economisti della BCE? Perchè non ti candidi alla FED visto che sei più bravo di Bernanke? Quattro idioti che pensano di aver capito tutto sono tutto quello che ci proponi? Ti ho ascoltato, ora so cos’è la riserva frazionaria e il gold standard. E adesso spiegami perchè in Olanda, in Germania, in Svezia non sono conciati come noi. Te lo diciamo noi perchè, i tuoi racconti son buoni per i professori, la verità è che le altre nazioni non hanno i ladri e farabutti che abbiamo noi e figurati se staremmo meglio nelle mani del mercato e degli imprenditori che, oltre a evadere il fisco impunemente, ci renderebbero schiavi a norma di legge! -.
Ecco che succede con un campione rappresentativo della ‘middle class’ itagliana, mica gente dei centri sociali, mica ex tesserati del PCI, molti di questi sono anche berlusconiani delusi.
Conclusione.
Chi si è avventurato, come te, alla ricerca di un’uscita d’emergenza, si è salvato. Tutti gli altri sono colati a picco con la nave. Quindi, da te, solo post incazzati, quelli depressi lasciali a me che sono rimasto!
Un abbraccio a te e a tutti qui dentro.
beh un punto però l’hanno colto, l’italia non è andata a puttane per via della bce, l’italia è andata a puttane perchè ha le tasse più alte della svezia e i servizi pubblici dell’india.
credo che dobbiamo anche noi imparare a impacchettare il messaggio, anche io ero uno normale, poi sono diventato anarco capitalista e ho fatto diventare anarco capitalista altra gente, quindi non è una task impossibile, solo molto faticosa.
penso che il liberalismo in italia sia vendibile così, la politca italiana è tutto un magna magna, la cosa è irriformabile, vuoi per la bassa qualità gebnerale dei politici, vuoi per il basso senso civico dei cittadini.
Siccome vedo molto difficile riformare il senso civico dei cittadini in meno di due secoli, allora è meglio tenere lontano le manacce dei politici dalla nostra vita e organizzarci da soli, anche se questo non impedisce all’imprenditore di fare lo stronzo perlomeno gli impedisce di fare lo stronzo E ANCHE di intrallazzare con gli appalti pubblici.
Prima di tutto, benvenuto ad Astrolabio (gran nick, BTW).
In quanto al riformismo in Itaglia e la sua accettabilità in termini pratici (sempre di avere una prospettiva temporale “normale”) sfondi una porta apertissima. L’itagliano medio non ne vuole sapere di niente che non sia strettissimamente legato al suo personalissimo interesse. Inutile sperare che si trasformi miracolosamente in un giapponese. Non succederà.
Messo così sembrerebbe un viatico eccellente per l’affermazione del liberalismo, se non ci fosse un piccolo problema: le mafie (sparanti o meno) che occupano militarmente il paese. L’itagliano non è mai stato rivoluzionario, è un camaleonte sociale, abituato ad adattarsi a quello che lo circonda. Arriva in Germania? Diventa ligio alle regole, finanche pignolo. Viene qui in Inghilterra? Non lo vedrai MAI saltare una fila o gridare in mezzo alla strada. Va negli Stati Uniti? Diventa imprenditore col coltello tra i denti e lavora 60 ore alla settimana. In Itaglia le regole le fanno lorsignori, i raccomandati, i figli di, i politicastri ed i furbetti del partitino. L’itagliano, ovviamente, si adatta.
Fino a quando non si cambieranno le regole del gioco, attendersi un miglioramento della situazione mi sembra irrealistico, quasi velleitario. Fino a quando non torneremo ad essere responsabili del nostro futuro, del nostro benessere e della nostra ricchezza, tutto procederà a passo di corsa verso il precipizio. Peccato che tutti continuino a scannarsi per arraffare l’arraffabile, fregandosene di tutto e tutti, pensando che tutto continuerà all’infinito in questo modo.
Forse il redde rationem prossimo venturo non sarà quella tragedia che tutti ci aspettiamo. Forse l’itagliano medio si renderà conto che nessuno tranne lui stesso può “difendere” i suoi interessi e vorrà riappropriarsi di tutto il potere e di tutte le libertà vendute dai suoi genitori in cambio di una micragnosa pensione pubblica, un sistema sanitario pubblico buono solo a distribuire tangenti, una giustizia da Unione Sovietica e una scuola pubblica che definire vergognosa sarebbe fin troppo generoso.
La domanda che mi faccio, però, è tanto semplice quanto angosciosa: ha ancora senso sperare? A voi la risposta.