Tag

, , , , , , , , ,

Foto trovata su blog.leiweb.it
Dopo il pastrocchio immondo avvenuto nella penisola dei caciocavalli (con tutto il rispetto per i caciocavalli e chi li fa) forse è il caso di farsi qualche domanda scomoda. Ad esempio, perché noi liberali continuiamo imperterriti a farci del male da soli? Tutti peggio di Tafazzi?

—————

Tanto tuonò che piovve. Insomma, quella parte di paese che da ere geologiche continua pervicacemente a credersi sempre nel giusto, sempre bella, pulita, odorante di rosa e lavanda, tappandosi le orecchie, gli occhi e qualunque altro orifizio quando i propri compagni si comportano peggio di Ali Babà e dei suoi proverbiali quaranta comunisti, si è lanciata in festeggiamenti incredibili, seguiti da dichiarazioni tanto iperboliche quanto solo vaghissimamente collegate alla realtà su una supposta “rinascita” italiana.

Cavolo, a sapere che bastava calare le braghe per la miliardesima volta ai poteri forti ed assestare l’ennesima tafazziana bottigliata negli attributi alla povera Patria per causare tale miracolo, perché non lo facciamo ogni cinque minuti? Ma sì, dai, cosa vi costa, un referendum a settimana, così, sulla prima puttanata che ci passa in mente, tutti belli in fila alle urne e vai con l’obolo a Di Pietro, ai sinistri, agli amici degli amici. Loro sì che hanno stappato lo champagne quando hanno visto quanti poveri ebeti si erano recati alle urne per “difendere l’acqua pubblica”, “dire no al nucleare” e qualsiasi altra panzana gli avessero infilato in testa i prezzolati propagandisti che usurpano il nome di giornalisti in Itaglia. Non parliamo dei millemila politici trombati che si beccano centinaia di euro ogni volta che poggiano le auguste terga sulla cadrega della municipalizzata di turno o dei rimbecilliti raccomandati figli di che magari potranno sognare un bel posto al sole pagato dalle bollette sempre più salate imposte a tutti, votanti o no.

Visto che col sarcasmo non si è mai costruito granché di positivo, passiamo all’analisi. Non è stata una grande vittoria di nessuno. Ha vinto il meteo. Se fosse stato bel tempo, il quorum se lo scordavano. Soprattutto il fronte del sì ha vinto semplicemente scendendo il campo. Dall’altra parte della barricata si è preferito alzare bandiera bianca. Le ragioni di questo comportamento assurdo ci sono, sono ben evidenti anche se non particolarmente edificanti. Provvederò ad un sommario elenco, sicuramente incompleto.

  1. Al Cavaliere di queste norme abrogande fregava zero virgola. Come spiegato ampiamente da molti amici blogger, la “temutissima” norma cancella legittimo impedimento in realtà non cambia un bel niente. Mister B non dovrà che venirsene fuori con qualche altra pensata, fornita dai sempre presenti e pagatissimi azzeccagarbugli dai quali è perennemente attorniato, ed il gioco sarà fatto. Su acqua e nucleare, visto che, brutalmente, non ci guadagnerebbe niente, ha preferito sorvolare ed incassare punti facili tirandosi fuori dalla competizione.
  2. Il gioco del dinamico duo Fini-Casini è tanto evidente quanto miope. Pur di danneggiare Mister B e farsi belli coi poteri forti, sono andati a braccetto con i giustizialisti più infami ed i sinistri più malevoli. Loro pensano che l’elettorato di centro-destra sia in uno stato di semi-coscienza perenne, ma certe cose se le ricorda benissimo. E meno male che loro erano quelli bravi. Non parliamo poi del fatto che i loro protettori hanno interessi ben cospicui nella gestione dell’acqua e nell’energia. Un giornalista qualsiasi ci si potrebbe costruire la pensione, sputtanandoli un giorno sì e l’altro pure. Peccato che tale razza, in Itaglia, sia ormai completamente estinta. Le inchieste (Gabanelli docet) si fanno solo su commissione e per calcolo politico. Tutti impiegati, tutti a baciare pantofole. Tutti.
  3. La Lega ha fatto di tutto per far vincere il sì. Perché? Per la stessa ragione per la quale fa le barricate per evitare accorpamenti di comuni, province eccetera: poltrone. La parabola del movimento è ormai conclusa. La ex forza anti-sistema è diventata più realista del re e pensa solo ad accaparrarsi potere in vista del redde rationem, per accreditarsi come forza unica di governo in ambito locale. A Roma non si pensa, tanto con i voti rastrellati al nord, chiunque vorrà governare dovrà scendere a patti. Avendo lavorato qualche tempo alla “Padania”, le illusioni sui leghisti le avevo perse da tempo, ma la degenerazione morale dell’unico movimento veramente popolare sorto in Itaglia da svariati decenni non è un bello spettacolo. Tenetevi forte, il peggio deve ancora venire.
  4. Il nucleare non era stata una decisione strategica, quanto l’ennesima mossa tattica della sgangherata politica estera personalissima di Mister B. Putin non mi dà quello che voglio? Io vado con Sarkozy, che mi rompe le scatole da secoli con questa palla del nucleare e faccio un favore grosso come una casa ad Areva, impegnata in una lotta mortale con Westinghouse e Hitachi per piazzare quanti più reattori di terza generazione prima che qualcuno riesca a fare il salto verso la tanto agognata quarta. Ora Sarkò sembra sempre più traballante, Putin è di nuovo strapotente e non vuole sentir parlare di nucleare, minaccia serissima ai profitti di Gazprom, che tengono in piedi la sua baracca. Poi, sinceramente, vista l’offensiva in chiave anti-italiana portata avanti dai transalpini in Libia, per quale ragione difendere a spada tratta una scelta impopolare fatta solo per tenersi vicino un presidente di una nazione sempre più decisa a farci fuori dallo scenario del Vicino Oriente? Meglio incassare una falsa sconfitta, ridacchiando sotto i baffi e facendo un bello sgambetto ad Areva. Due piccioni con una fava, insomma.
  5. La cosiddetta liberalizzazione dell’acqua era stata una mossa estemporanea, fatta per evitare l’ennesimo deferimento alla corte di giustizia delle comunità europee (minuscole volute). La norma comunitaria “preferisce” la gara pubblica? Noi la mettiamo obbligatoria. Così a Bruxelles la piantano di fracassarci i cosiddetti. Chiaramente le gare pubbliche previste dalla legge comunitaria sono europee, il che vorrebbe dire l’entrata in campo di Veolia e Suez. Capita l’antifona, no? Meglio fare un favore a noi stessi e lasciare tutto com’è. Magari la prossima volta il gran capo ci butta fuori dalla lista e riusciamo a riciclarci in qualche bella municipalizzata. Primum vivere. Sempre alle spalle dei fessi, ovvio.

Ragioni ben chiare, opinabili, chiaramente, ma molto concrete. Il punto, però, è un altro. Ma noi liberali, con questo casino, cosa cavolo c’entriamo? Insomma, a questo punto continuare a pensare che Silvio Berlusconi ed i suoi siano sinceri liberali costretti dal destino avverso a mascherarsi da statalisti e portare avanti pedissequamente il programma di Bettino Craxi sembra veramente assurdo. Forse sarebbe il caso di ammettere che il Cavaliere non è altro che il più furbo dei socialisti – ed il più pericoloso, proprio perché con la sua presenza ha impedito attivamente la diffusione di quella sensibilità pro-mercato e liberista di cui questo disgraziato paese ha un assoluto ed impellente bisogno.

Il signor Silvio Berlusconi si era presentato come l’alfiere della rivoluzione liberale, sognata da tutti noi lib al cubo più o meno da quando abbiamo letto per la prima volta von Hayek. Ci siamo cascati come polli. In giro non c’era molto altro. Abbiamo pensato: sempre meglio della “gioiosa macchina da guerra di Occhetto e di quei delinquenti in toga delle procure”. Ed abbiamo votato entusiasti. Ribaltone. Traversata nel deserto. Disastri prodiani. La coltellata alla schiena di D’Alema. Il “migliorino” a passeggio con Nasrallah ed i macellai di Hizb Allah. Visto lo sfascio abbiamo votato ancora più convinti, anche se del liberalismo era rimasta ben poca cosa. Cinque anni di niente. Abbiamo rivotato. Nuovo caos sinistro. Abbiamo detto: “d’accordo, ma ora fai qualcosa di liberale”, con tono lamentoso, quasi patetico. Altri anni di nulla. Anzi, no, mi correggo. Altri anni di Bibì e Bibò, Maroni e Tremonti, due che dal liberalismo sono lontani anni luce, con il compagno Brunetta tutto dedito al miglioramento della macchina statale per renderla ancora più efficace nella limitazione delle nostre libertà e magari per preparare il terreno a nuove, gloriose nazionalizzazioni.

E noi liberali cosa facciamo, di fronte all’ennesima vittoria della reazione radical-chic, giustizialista e camussiana? Ci scagliamo contro il popolo bue, troppo stupido per capire che è stato intortato per l’ennesima volta da chi vuol finire di spolparlo ben bene. Al sottoscritto la macchietta di Tafazzi non ha mai fatto ridere, come gran parte delle cose pensate e fatte dai sopravvalutatissimi Aldo, Giovanni e Giacomo, ormai parodie di sé stessi dai tempi di “Su la testa”. Prenderla come modello di comportamento politico mi pare francamente aberrante. Questa sceneggiata napoletana era l’ennesima lotta di palazzo finanziata coi soldi di tutti, l’ennesima faida tra predoni di sinistra e ladri di galline di sinistra-destra, la lotta tra i petrolieri alla Moratti con gli spacciatori di pannelli fotovoltaici contro chi si era fatto ingolosire dalle promesse di Areva.

I problemi veri del paese sono ben altri e per quelli, statene certi, non ci sarà neanche un millesimo della sciagurata mobilitazione che avete visto in queste settimane (il sottoscritto, fortunatamente, ne ha colto solo qualche riflesso tramite il faccialibro). La questione però rimane aperta. Cosa fare? Cosa può e deve fare chi si dica liberale di nome e di fatto per non tradire i propri ideali e continuare a testimoniare con le azioni la propria visione di un paese finalmente e definitivamente libero? Si può ancora continuare a farci prendere per il naso da un signore che, chiaramente e non da ora, non sa più che pesci prendere? Si può ancora accettare di lasciare nelle mani di una banda di socialisti le sorti della Patria? Il grandissimo Otto von diceva che non c’è cosa più sconsolante di un partito dopo una sconfitta elettorale. Beh, amici miei, perché mai dovremmo essere abbacchiati? Questo referendum era l’ennesima lotta tra statalisti su come dividersi le poltrone. Visto il momento, penso che abbiamo cose ben più serie delle quali preoccuparci.

L’amica Giovanna Guercilena mi ha detto che noi liberali abbiamo una tendenza masochistica ormai dominante, che ci spinge sempre a cacciarci da soli in situazioni potenzialmente disastrose. Bene, forse sarebbe il caso di dare sfogo all’altro lato della medaglia. I caroselli, i grandi festeggiamenti non sono una dimostrazione di forza, quanto di estrema debolezza. L’apparato di potere, sinistro o destro poco importa, è sempre più affamato di denaro, poltrone, si regge su montagne di promesse fatte a milioni di ebeti che pensano davvero che il politico di turno potrà sistemarli tutti. I giochi non tornano più, la gente sta avendo il dubbio che non sarà tra gli eletti cui sarà concesso di fare la bella vita alle spalle dei fessi. E se c’è una cosa che fa andare in bestia l’italiota medio è il sentirsi un fesso. La reazione isterica causata da questo referendum ha messo involontariamente allo scoperto il tallone d’Achille della Spectre sinistra: le poltrone delle municipalizzate. Cosa vogliamo di più? Sono stati così idioti da farci vedere dove colpirli e causare il massimo danno. Tiriamo fuori il lato sadico. Picchiamo duro, facciamoli scannare tra di loro. E non prendiamocela troppo con quella manica di imbecilli che si sono recati alle urne. Parafrasando nonno Winston, faranno la cosa giusta solo dopo aver provato qualsiasi soluzione sbagliata. Ci vorrà tanta pazienza, ma alla fine vinceremo noi.