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Immagine trovata su telegraph.co.ukLa geopolitica è l’apoteosi dell’impermanenza, la sublimazione dello stato di natura, dell’anarchia portata alle ultime conseguenze. Un punto saldo, però, c’era sempre stato: l’alleanza tra USA e UK. Ora anche questo caposaldo dell’equilibrio instabile del mondo sta andando a farsi benedire. O no?

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Vista la cronica mancanza di tempo, voglia ed energie, l’Apolide è di fronte ad una scelta atroce. Tradurre e commentare ogni post allunga a dismisura i tempi di realizzazione dello stesso. Fino a quando lavoravo per conto mio e (diciamo la verità) ero impegnato solo occasionalmente, questo modello poteva anche andare bene. Ora, con un lavoro normale per il quale traduco ed adatto materiale dall’inglese tutto il giorno, la cosa sembra sempre meno proponibile. Detesto la sola idea di cambiare il “format” dell’antro, ma probabilmente vi sarò costretto, visto che le tre ore e passa che ci vogliono per comporre un tipico post dell’antro non so proprio più dove trovarle. Dato che gradirei parecchio tornare a postare ogni giorno, stavolta scelgo la via difficile, la traduzione di un pezzo lungo su un argomento però molto importante, la “special relationship” tra Stati Uniti e Regno Unito. La cosa, chiaramente, mi riguarda piuttosto da vicino visto che di un paese so vita, morte e miracoli mentre nell’altro ci sto vivendo da quasi quattro mesi. Il fatto che poi l’autore sia l’ottimo Nile Gardiner, ovviamente, ha avuto il suo bel peso. Per ora scelgo di ridurre i commenti e lasciare spazio agli articoli tradotti, ma spesso capiterà esattamente il contrario, più che altro per esigenze di sopravvivenza del gestore del qui presente antro, il quale probabilmente con altre tre-quattro ore di lavoro al giorno schiopperebbe in tempi neanche troppo lunghi. Buona lettura e, mi raccomando, buon commento. Alla prossima volta, sperando di non addormentarmi come ieri notte con il netbook da combattimento sullo stomaco (=^_^=).

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Mind the Gap: la ‘relazione speciale’ è ancora speciale?
Nile Gardiner
Originale (in inglese): World Affairs Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

L’alleanza anglo americana, conosciuta familiarmente come la “special relationship”, non dovrebbe essere nemmeno in gioco. Si tratta della partnership bilaterale più potente nel mondo, al centro della politica estera britannica dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e centrale nel pensiero strategico statunitense per quasi tutte le amministrazioni USA del dopoguerra. I legami militari, di intelligence e diplomatici tra gli Stati Uniti ed il Regno Unito non hanno pari sulla scena internazionale e la relazione strettissima di Londra con Washington è invidiata ferocemente, anche se non in pubblico, da tutte le altre grandi potenze europee.

Forgiata nel fuoco della guerra da Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt quando la Germania nazista ed il Giappone imperiale erano ancora un pericolo, la relazione speciale ha raggiunto l’apogeo negli anni ’80, durante la presidenza di Ronald Reagan e la premiership di Margaret Thatcher, culminando con la sconfitta dell’Unione Sovietica nella Guerra Fredda. Dopo un breve periodo di declino sotto John Major, è stata ravvivata da Tony Blair, prima con Bill Clinton, poi con George W. Bush. Recentemente, le guerre in Iraq ed Afghanistan hanno rappresentato la prova della forza dell’alleanza, con più di diecimila soldati britannici che operano a fianco degli alleati americani nella guerra contro i Taliban ed i loro alleati di al-Qaeda.

In Afghanistan, la guerra è fondamentalmente un’operazione della Anglosfera. Più di tre quarti dei 120.000 soldati che operano nella missione NATO vengono da nazioni anglofone, appartenenti alla cosiddetta Anglosfera. Più di 345 soldati e soldatesse britannici hanno perso la vita in Afghanistan dall’inizio delle operazioni militari nell’ottobre 2001, un numero più alto di quello delle perdite subite da tutti gli altri contingenti europei insieme.

La relazione speciale però deve affrontare delle sfide significative nella seconda decade del nuovo millennio, dai progettati tagli alla difesa britannici alla possibile nascita di un super-stato europeo. Per non parlare di come a Washington, l’amministrazione Obama sia stata apertamente fredda nei confronti della Gran Bretagna, con una politica estera che ha chiaramente guardato più verso l’Asia ed il Medio Oriente piuttosto che all’Europa ed al Regno Unito.

Come mostra l’analisi di Steve Clemons sul numero di volte che il presidente Obama si è riferito a quarantacinque paesi diversi in “discorsi chiave, dichiarazioni di linea politica ed interviste ai media”, la Gran Bretagna è stata una presenza molto fugace sul teleprompter di Obama. Il Regno Unito è stato menzionato solo otto volte nei primi diciassette mesi della presidenza Obama, appena sopra all’Indonesia con sei ed il Kenya con cinque. Invece, la Cina è stata nominata cinquantotto volte, l’India quarantasei e la Russia ventotto. Anche il Sudafrica ed il Brasile, con diciassette e sedici menzioni, staccano di molto il Regno Unito. Tra gli stati europei, la Germania è stata nominata venticinque volte (tre volte di più del Regno Unito) e la Francia diciassette (FYI, l’Italia berlusconiana è messa ancora peggio, con solo cinque menzioni – tante quante il Kenya o la Somalia. Tristezza infinita ndApo).

La relazione personale tra Barack Obama ed il primo ministro Gordon Brown era a dir poco complicata, con i due leader che alcune volte non si parlavano nemmeno. Brown aveva cercato di ricostruire una relazione con la controparte americana ma la sua prima visita alla Casa Bianca obamiana nel marzo 2009 fu letta da gran parte della stampa britannica come un disastro su tutta la linea, con il primo ministro cui non fu dedicata né una cena ufficiale, né una conferenza stampa nel Rose Garden e rispedito a Londra con un dono protocollare particolarmente oltraggioso – venticinque DVD incompatibili con i lettori inglesi. Brown ha ricevuto lo stesso trattamento nel settembre dello stesso anno, a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quando il presidente rifiutò di incontrare privatamente il primo ministro nonostante numerose richieste semi-ufficiali, cosa che sarebbe stata utile dopo il rilascio dell’attentatore libico di Lockerbie, voluto e benedetto dal governo laburista. Nel marzo 2010, il comitato per gli affari esteri della Camera dei Comuni dominata ancora dai laburisti praticamente dichiarò la “special relationship” morta, sconsigliando fortemente chiunque dall’usare tale termine (newspeak a manetta, vero? Brutti infami… ndApo).

Le tensioni tra Londra e Washington sono poi state accentuate dalla decisione sconsiderata di Hillary Clinton di appoggiare le richieste dell’Argentina di trattare lo status della sovranità sulle isole Falkland (cosa che la Gran Bretagna giustamente rifiuta di fare) e dal cannoneggiamento mediatico riservato dal Presidente alla BP, l’azienda più grande del Regno Unito, dopo l’incidente petrolifero nel Golfo del Messico. L’episodio della BP, in particolare, aveva spinto buona parte della stampa britannica a scagliarsi violentemente contro l’amministrazione Obama, con un sentimento sempre più diffuso su entrambi i lati dell’Atlantico che il presidente fosse anti-britannico. Un sondaggio YouGov effettuato nel periodo di tensione maggiore fece notare come solo il 54 per cento degli inglesi avesse un’opinione favorevole degli Stati Uniti: prima dell’incidente nel golfo, erano il 66 per cento. Una maggioranza significativa degli intervistati nel Regno Unito credeva che Obama avesse danneggiato la relazione speciale, con il 64 per cento che si diceva d’accordo con l’affermazione che la gestione della crisi BP da parte del presidente aveva danneggiato le relazioni tra i due paesi.

L’elezione di David Cameron come primo ministro nel maggio 2010 aveva portato nuove speranze di un revival della “special relationship”, dopo sedici mesi complicati da quanto Obama era entrato nella Casa Bianca. Appena Cameron ha messo piede a Downing Street, il presidente ha fatto una telefonata molto pubblicizzata nella quale dichiarava che gli Stati Uniti “non hanno amico più vicino o alleato più prezioso del Regno Unito” (ricorda qualcosa, gente? Non stava parlando di una certa penisola a forma di stivale pochi mesi prima in termini molto simili? Il personaggio è veramente incorreggibile. Ma che ci ha presi tutti per stupidi? ndApo). Due mesi dopo, Cameron è arrivato a Washington, dove l’accoglienza è stata molto più calorosa di quella del suo predecessore. I due leader hanno subito intrecciato una relazione cordiale e nella loro conferenza stampa congiunta, Obama lasciò perdere la retorica da “stivale alla gola” verso la BP che aveva fatto infuriare i media ed i politici britannici (appena gli tocchi il portafoglio… ndApo).

Cameron e Obama, entrambi leader relativamente giovani che hanno rivitalizzato i rispettivi partiti con un messaggio di cambiamento, superficialmente hanno molto in comune. Ma quale potrebbe essere il futuro della “special relationship” con David Cameron, sia per i rimanenti due anni del mandato di Obama e nel futuro se si dovesse cambiare l’inquilino della Casa Bianca? Dopo tutto, Cameron dovrebbe restare primo ministro almeno fino al 2015, sempre che il governo di coalizione riesca a sopravvivere così a lungo e potrebbe durare più a lungo della sua controparte americana come leader a livello mondiale.

La relazione speciale è indubbiamente una priorità per l’amministrazione a guida conservatrice di Londra. Come ha notato William Hague nel suo primo discorso a Washington da ministro degli esteri, all’università di Georgetown, “oggi è impossibile immaginare una minaccia mortale alla sicurezza di uno o dell’altro paese che non affronteremmo insieme o aiutandoci l’un l’altro. La relazione tra Stati Uniti e Regno Unito è sempre speciale, sempre fondamentale per entrambi i paesi, sempre in ottima salute e sempre una pietra angolare della stabilità del sistema internazionale”.

A parte Cameron ed Hague, ci sono altri importanti atlanticisti in posizioni chiave nel governo britannico. Il primo tra di loro è il segretario della difesa, il Churchilliano Liam Fox, che anche quando i conservatori erano all’opposizione visitava spesso Washington ed è una figura molto rispettata dai responsabili della difesa statunitensi. Poi c’è George Osborne, il cancelliere dello scacchiere apertamente pro-americano, Michael Gove, l’eccellente ministro dell’educazione. Inoltre, Iain Duncan Smith, ministro del lavoro e delle pensioni, ha legami stretti con gli Stati Uniti e,, come leader del partito conservatore, aveva appoggiato fortemente l’intervento armato in Iraq.

Ma ci sono altri fattori che lavorano contro alla “special relationship”. Il primo, e più importante, è l’indifferenza della Casa Bianca di Obama, che si potrebbe riassumere con le parole di un membro anziano del Dipartimento di Stato che dichiarò al “Sunday Telegraph”, alla vigilia della sfortunata visita di Gordon Brown, “la Gran Bretagna non è affatto speciale. Siete come ogni altro dei centonovanta paesi al mondo. Non dovreste aspettarvi un trattamento speciale” (vedi cosa succede a scegliere maledetti sinistri gne gne radical chic per posizioni di politica estera? ‘Sto bel tomo andava cacciato a pedatoni, invece starà sempre lì a far danni. Ma dico io… ndApo).

La relazione speciale, chiaramente, è una strada a doppio senso: non importa quanto impegno ci metta Londra per farla diventare migliore, non può aver successo a meno che Washington non faccia lo stesso. In netto contrasto con la politica di George W. Bush, a Barack Obama non frega granché dell’alleanza con Londra.

Il presidente americano non ha nessuna affinità naturale verso la Gran Bretagna e si è apertamente disinteressato del rafforzare le alleanze in generale. La Gran Bretagna non è un caso speciale: Israele, altro amico chiave, è stato trattato duramente dalla Casa Bianca di Obama ed altri alleati fedeli nell’Europa centro-orientale sono stati “gettati sotto il bus” dopo che la Russia ha protestato per i piani americani di rafforzamento delle difese anti-missilistiche. La nuova amministrazione ha speso tempo e soldi nella sua politica di “constructive engagement” con avversari o nemici strategici, dalla Russia all’Iran, pensando ben poco alle alleanze tradizionali. Anche se il presidente Obama ha offerto parole dolci al nuovo primo ministro, è molto improbabile che si crei un rapporto simile a quello che legava il Presidente Bush ed il Primo Ministro Blair.

In effetti David Cameron dovrà guardare oltre alla Casa Bianca di Obama per rafforzare l’alleanza a lungo termine con gli Stati Uniti. Dopo la rivoluzione politica che ha travolto l’America nelle elezioni di medio termine del novembre 2010, sarebbe una scelta molto sensata per il governo conservatore di Londra quella di rivolgersi alla leadership repubblicana a Washington, che ora controlla la Camera, per affrontare problemi comuni, sia economici, che commerciali o di sicurezza. Continuando a lavorare con l’attuale amministrazione, il primo ministro dovrà prepararsi a collaborare con un gruppo diverso di protagonisti, sempre che il vento del cambiamento continui a spirare forte anche nel 2012, portando un nuovo occupante nell’Ufficio Ovale.

Un secondo fattore chiave che minaccia la relazione speciale è la nuova ondata di tagli alla difesa britannica, che alla fine potrebbero indebolire la capacità del Regno Unito di combattere a fianco degli Stati Uniti nelle guerre del futuro. Come parte del pacchetto di austerità da 81 miliardi di sterline che si propone di eliminare il deficit strutturale del Regno Unito entro il 2015 (attualmente il deficit è di circa l’11,4 per cento del PIL) (COSA?!? Fammi cambiare qualche sterlina, vai, che è meglio ndApo), il governo ha annunciato un taglio del 7,5 per cento nel budget della difesa. Mentre la coalizione Cameron ha perfettamente ragione nel voler affrontare il deficit di bilancio, che sta esplodendo, un cambiamento del genere colpisce al cuore la relazione speciale, iniziando quello che alcuni politici ed analisti americani vedrebbero come un disarmo unilaterale virtuale. Questa interpretazione sembra estrema, ma non c’è dubbio che tale decisione danneggerà in maniera significativa la capacità della Gran Bretagna di difendersi autonomamente, cosa che indebolirà l’alleanza anglo-americana. La situazione, però, sarebbe potuta essere molto peggiore se il segretario della difesa britannico non avesse combattuto con le unghie e con i denti per impedire tagli che potevano arrivare al venti per cento del PIL (qui il signor Gardiner fa una gran confusione. Ma se il Regno Unito spenderà sì e no il tre per cento per la difesa, cosa sta dicendo? Mah… ndApo).

Non c’è dubbio che i tagli alla difesa, se non cancellati in fretta, mineranno significativamente la posizione britannica, aumentando il peso sugli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale. Come ha detto lo stesso segretario alla difesa americano, Robert Gates, “la mia preoccupazione è che quando gli alleati tagliano le loro capacità militari, ancora più gente guarderà agli Stati Uniti per farsi carico anche di questi compiti. In un momento nel quale abbiamo gravi problemi di bilancio anche noi, la cosa non può che preoccuparmi”.

Mentre la spesa per la difesa britannica stazionerà appena al di sopra del livello raccomandato dalla NATO (il due per cento) dal 2015 al 2016, precipiterà dal suo attuale livello, il 2,7 per cento. Le forze armate perderanno un totale di diciassettemila effettivi, l’esercito perderà il quaranta per cento dei suoi carri armati e della sua artiglieria. La Gran Bretagna sarà senza una forza di attacco basata su portaerei (insomma, un CVBG, per dirla in termini militari ndApo) fino al 2020 ed una delle due nuove portaerei, invece di entrare in servizio, sarà venduta (spero alla Francia, se finisse nelle mani sbagliate sarebbe una catastrofe ndApo). I tanto osannati squadroni di Harrier della Royal Air Force sono stati cancellati, cosa che renderebbe un’operazione come quella delle Falkland impossibile (il signor Gardiner avrebbe bisogno di ripetizioni sulle cose militari, IMHO. L’Harrier è un ferro vecchio, operativamente quasi insensato. Era prevedibile che, visti i ritardi dell’F-35, si rimanesse per un certo periodo senza caccia VTOL. ndApo). Inspiegabilmente, mentre le forze armate sono state sottoposte a tagli severi, il budget degli aiuti internazionali del Regno Unito, in un (disgustoso ndApo) parossismo politically correct,  è stato aumentato di un allucinante cinquanta per cento, salendo da 8,4 miliardi di sterline a 12,6 nel 2014, qualcosa come 479 sterline per ogni famiglia inglese (quanto ci piace fare del bene coi soldi degli altri, specialmente quando ci riempiamo le tasche di bei soldoni! ndApo).

La relazione speciale poi è minacciata dalle ambizioni crescenti dell’Unione Europea sul palcoscenico mondiale. Bruxelles cerca sempre più insistentemente di usurpare i poteri degli stati nazionali, inclusi quelli della Gran Bretagna (no, ma dai! Addirittura?! Come si permettono! Certe volte ‘sti anglici sono proprio patetici ndApo), attraverso il trattato di Lisbona, che non è altro che un piano per la creazione di un super-stato europeo. La recente creazione dello European External Action Service (EEAS), il corpo diplomatico della Unione Europea e la nomina di un ambasciatore dell’UE alle Nazioni Unite sono passi molto significativi verso una “unione sempre più stretta”. Come ha notato l’europarlamentare Daniel Hannan, l’EEAS ha un budget venti volte superiore a quello del Foreign Office, con settemila dipendenti in 130 ambasciate. Il nuovo ambasciatore della UE a Washington, João Vale de Almeida, ha già dichiarato che quando si tratta della politica estera e di sicurezza europea, sarà lui a “guidare le danze”.

Se la relazione speciale ha bisogno di un rinnovamento, gli annunci della sua morte imminente sono grandemente esagerati. Questa relazione è sopravvissuta per sette decenni, fornendo il nocciolo duro della difesa del mondo libero contro le forze del fascismo, del comunismo e dell’islamismo estremista. Le politiche estere americana e britannica si stanno entrambe adattando ad un mondo più multipolare e Washington e Londra stanno cercando di creare una partnership speciale con l’India, la potenza nascente nell’Oriente, per controbilanciare le ambizioni cinesi. Ma come è stato dimostrato dai conflitti in Iraq ed Afghanistan, oltre alla guerra al terrore in generale, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna guardano sempre l’un l’altro nei momenti di guerra e difficoltà, cosa che non cambierà di molto nei prossimi decenni, sempre che ci sia una leadership ferma da entrambe le sponde dell’Atlantico abbastanza interessata al successo di questa relazione ancora speciale.

Con David Cameron, l’Inghilterra ha un primo ministro ed un governo che (con una o due eccezioni) credono appassionatamente in questa relazione. Cameron però deve assicurarsi che i tagli alla difesa introdotti dalla sua amministrazione siano solo misure temporanee che saranno cambiate una volta che la situazione economica del paese migliori. La Gran Bretagna deve aumentare significativamente la sua spesa per la difesa se vuole ancora mantenere la sua posizione nel gruppo delle grandi potenze militari del pianeta. Almeno il primo ministro dovrebbe promettere di riportare i livelli di spesa a quelli dell’ultimo governo conservatore, con aumenti programmati negli anni successivi. Deve poi difendere la sovranità britannica in Europa, combattendo la crescita di un super-stato a Bruxelles che minaccia l’indipendenza della politica estera e di difesa inglese.

Cameron ha un gran potenziale come leader di livello mondiale ma se vuole che gli obiettivi inglesi si facciano strada internazionalmente, l’alleanza con gli Stati Uniti deve rimanere al centro della politica estera britannica. Questa alleanza deve continuare a fiorire se l’Occidente spera di sconfiggere il terrorismo islamista e difendere la causa della libertà in tutto il pianeta. Come Lady Thatcher fece notare in un discorso al Council on Global Affairs di Chicago, nel giugno 1991, pochi mesi dopo aver lasciato Downing Street, “non importa quello che dice la gente, la relazione speciale esiste, è importante e deve continuare, perché gli Stati Uniti hanno bisogno di amici nel compito solitario di guidare il mondo. Più di ogni altro paese, la Gran Bretagna condivide la dedizione appassionata dell’America alla democrazia e la disponibilità a combattere per essa. Non c’è bisogno di tante parole o panegirici. Le cose stanno proprio così”.

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