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Dallas Tea Party, Katrina Pierson, Ken Emanuelson, Konni Burton, Lone Star Tea Party 2011, Mises Institute, Stephen Broden, Yuri Maltsev
Dopo lunghissima pausa dovuta a mefitica combinazione di jet lag, super lavoro e turni ballerini, rieccoci a continuare la cronaca della trasferta transatlantica del padrone di casa di questo piccolo refugium liberalorum. Pensavate davvero che fosse finita così? Figuriamoci, notizie e commenti dopo il salto!
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Vi siete mai trovati di fronte ad un compito che, sebbene sembri apparentemente elementare, nell’eseguirlo vi risulta di una difficoltà mostruosa? Bene, la scrittura di questo post si è rivelata un assignment del genere, di quelli che come giornalista non vorresti mai e poi mai avere di fronte. Dopo i primi tentativi a vuoto, qualche decina di minuti passati a fissare attoniti lo schermo, beh, la voglia di prendere e mandare tutto affangala sale esponenzialmente. Quando poi ci si mettono i soliti turni ai quali risulta sempre difficile abituarsi (sarà l’età, che vi devo dire), il bel tempo, l’atmosfera da vacanza permanente che ha coinvolto questa terra (un tempo) operosa ed alacre, il silenzio non sembra più la cosa peggiore da fare.
Ricapitoliamo per i frequentatori più distratti. Dal 14 al 18 aprile il gestore-padrone di casa di questo piccolo antro libero liberal libertario liberista ma anche conservatore in senso moderno ma non “compassionate” (Dio ce ne scampi e liberi) se ne è volato dall’altra parte dell’Atlantico per una serie di incontri con dirigenti locali e nazionali del Tea Party a stelle e strisce. Tanto per complicare le cose e fornire una scusa ad entrambi per la trasferta, il 15 aprile, poco dopo le 21 (orario infame, tra l’altro), il gestore di cui sopra è salito sopra ad un palco sistemato nel bel mezzo di uno stadio da baseball ed ha parlato alla folla del Lone Star Tea Party per il famigerato Tax Day. Poco più di cinque minuti, a giudicare da un filmato “pirata” che ho trovato da qualche parte sulla rete. La visione del filmato in questione, oltre al fatto di essere definito “some dude from Italy”, mi ha fatto rabbrividire; il che spiega perché non lo troviate su questa pagina. Per un perfezionista come il sottoscritto, l’aver pronunciato un discorso che non fosse assolutamente, fantasticamente perfetto è stato un grosso smacco.
Lo so, sono irragionevole, ma non posso fare a meno di sentirmi così. Nonostante il tempo non fosse mancato, non avevo capito cosa dire e come dirlo. Insomma, con così poco tempo a disposizione la scelta era quasi impossibile. Visto quello che doveva essere il tema del rally, ho puntato sulla sanità pubblica e sul come in Europa non siano tutti contenti di come vanno le cose. Tutti casi personali, che riguardavano la mia famiglia. Pensavo che in questo modo la reazione sarebbe stata più forte. Errore. Il pubblico, per niente così numeroso come mi avevano detto (cosa che ha deluso tantissimo gli organizzatori, causando una serie di meeting per capire le ragioni del flop), sembrava del tutto disinteressato. Bella buca, complimentoni. Le uniche dichiarazioni che hanno sollevato applausi scroscianti erano quelle riguardanti la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Per la serie, non guardiamo al di là del nostro naso neanche per sbaglio. D’accordo, la conoscenza del mondo e delle società che compongono il resto del fracking planet non è il punto forte degli americani, si sa. Averne conferma di persona non è comunque una cosa piacevole.
Potrei parlarvi della conversazione con il pastore Stephen Broden, sfortunato candidato al Congresso nel 2010, con il quale ho parlato della mia preoccupazione per il poco tempo e del fatto che non vi fosse un leggio dove appoggiare gli appunti o la scaletta. Oppure della breve discussione avuta con il dottor Yuri Maltsev, ex consigliere economico di Gorbaciov ed ora sostenitore feroce del libero mercato oltre che senior fellow del Von Mises Institute, delle chiacchiere fatte con Evgheny Gentchev, fuggito dalla Bulgaria nel 1981 quando era molto giovane ed ora professore di economia ed autore di successo. Potrei descrivervi la sorpresa degli organizzatori quando mi hanno visto a dare una mano ai volontari che stavano sistemando le sedie davanti al palco ed il sorriso alla mia risposta “Well, I’m a Tea Partyier like anyone else. When there’s a job to do, I always stand up” (parlano più i fatti di mille parole, a volte). Ci sarebbero talmente tante cose di cui parlare, da descrivere, commentare, argomentare, ma forse la cosa più onesta da fare è quella di ammettere di essere un poco “overwhelmed”.
Non si tratta di una scappatoia di comodo, dettata dalla stanchezza o dalla pigrizia. Il sottoscritto non riesce letteralmente a descrivere l’overdose di sensazioni, parole, sentimenti, emozioni che ha provato nei tre giorni e qualcosa da lui passati nel Lone Star State. Non so se sia una cosa normale, ma dopo decine di anni passati ad informarmi, leggere, studiare qualunque cosa riguardasse gli Stati Uniti d’America, pensavo che una volta sbarcato tutto mi sarebbe risultato normale, forse inferiore alle mie esagerate aspettative. Questa era stata la ragione principale che mi aveva finora impedito di attraversare l’Atlantico. Tornato nella ormai familiare Inghilterra, posso dire senza tema di smentita che gli USA non solo non mi hanno deluso, ma mi sono sembrati incredibilmente familiari, il che, per uno che mette piede per la prima volta in un paese è una reazione ben strana. Sì, certo, strade, negozi, auto li hai visti migliaia di volte in televisione. Di certe idiosincrasie dell’americano medio hai letto su riviste e libri. Della visione del mondo di certe comunità religiose hai parlato diverse volte, tanto da non farti scandalizzare più di tanto. Non avrei mai sospettato, però, di sentirmi a casa mia. Questo, con tutte le razionalizzazioni dell’universo, non lo avevo proprio previsto e la cosa mi ha lasciato interdetto.
L’Apolide, fedele al suo soprannome, non ha mai sofferto di quella malattia in grado di obnubilare il guardo ed azzerare lo spirito critico detta nazionalismo. Cosa volesse dire essere italiano l’ho scoperto molto tardi, quando mi sono trasferito all’estero per lavoro. Fino ad allora, se aveste voluto rendermi contento, mi avreste potuto definire “cittadino del mondo”. Crescendo, invece, ci si rende conto che tutti i libri del mondo, tutte le lingue parlate alla perfezione, tutti gli amici sparsi sul pianeta che abbiate, niente di tutto ciò potrà cancellare il fatto di essere italiano, nato da italiani e vissuto in Italia per quasi tutta la tua vita. Le altre culture vanno studiate, capite, metabolizzate, ma resteranno sempre “altre”. Tu sei nato dove sei nato, hai parlato la lingua, letto i libri, respirato l’arte che ti circonda, cresciuto nel culto del bello. Niente potrà cambiare queste fondamenta, non importa quanto viaggi a giro per il mondo. Più o meno succede con le lingue. Puoi impegnarti quanto vuoi, leggere, parlare, migliorare quanto vuoi ma se non sei nato bilingue non lo diventerai mai completamente, cosa che continua a causare dolori lancinanti al sottoscritto ogni volta che ci pensa.
Cosa c’entra questo con gli Stati Uniti e con gli incontri avuti con i dirigenti dei Tea Parties del Texas settentrionale? Tutto e niente, come al solito. Le differenze tra le culture ed i paesi le avevo studiate anni fa, le sapevo, ero pronto ad affrontarle. Quello che mi ha invece sorpreso sono state le similarità, quando non le identità vere e proprie di certe situazioni. Ogni tanto, non troppo di frequente negli ultimi tempi, capitava di passare ore a discutere via Skype con gli amici Salvatore Antonaci, Luca Fusari, scambiare opinioni con Francesco Simoncelli, Umberto Mucci, Simone Bressan ed i tanti altri “malati” di politica americana, Tea Party, del futuro del GOP e cose del genere. Sabato pomeriggio, in un ristorante tex-mex peraltro spettacolare, ho fatto la stessa cosa con Katrina Pierson di “Tea Party Review” e Watch the Vote, gli amici Scott e Rachell McKim del Tea Party di Mesquite/Sunnyvale ed altri “dirigenti”. Il giorno prima avevo avuto una discussione simile con Konni Burton di Liberty Central, il giorno dopo avrei parlato in maniera forse più strategica ed approfondita con Ken Emanuelson del Dallas Tea Party e Drew Ryun di American Majority. Per me era una conversazione niente affatto diversa dal solito, per questo mi veniva naturale e facile. I più sorpresi, in questo caso, erano gli amici americani. Quando poi gli dicevo che in Italia come in molti altri paesi erano parecchie le persone che seguivano con attenzione le vicende interne degli Stati Uniti e che sapevano bene cosa stesse succedendo, la cosa li lasciava di stucco. Talvolta le reazioni degli statunitensi, anche di persone capaci e preparate, nei confronti del resto del mondo sono davvero esilaranti.
La cosa, però, che mi ha impressionato di più è stata la folla presente al QuikTrip Park di Grand Prairie. Centinaia, migliaia di persone normalissime, ognuna col suo cartello scritto a mano, che passava da un banchetto all’altro a caccia di bumper stickers per l’auto (provate a farlo in Europa e cronometrate quanti millisecondi passeranno prima che il sinistro idiota di turno vi fracassi minimo minimo le luci posteriori. Averne conosciuto qualcuno di persona è stata una vera e propria benedizione.
Ora basta, che ho già dormito diverse ore col portatile addosso e non è proprio il caso. Chiaramente non è finita qui. Parleremo magari più avanti dei singoli aspetti della visita o di qualche particolarità. Sorry, ma non mi riesce di farlo in altro modo. Buona notte e buona fortuna.
Bel post. Coinvolgente.
Ma cosa ti aspettavi dal primo “comizio” dell’Apolide? La perfezione? Hai già dimostrato un gran coraggio nel parlare davanti ad una tale folla!
A fare discorsi davanti a folle oceaniche si impara, come in tutte le cose. La prossima volta andrà molto meglio.
…sai negli USA non ci sono mai stata, gli amici americani che abbiamo sono gente molto acculturata e international. Quando ho avuto a che fare con la gente dell’ambasciata americana mi sono resa conto di come l’americano medio è tendenzialmente provinciale e americanocentrico. Fanno proprio fatica a rendersi conto che c’è un mondo fuori dagli USA. E devo dire, spesso la cosa non li interessava! Però hanno anche aspetti deliziosi.
Il prossimo meeting farai faville! Sicuro come l’oro!
Cosa mi aspettavo? Diciamo che avrei voluto spaccare tutto, in modo da avere video “virali” in grado di mettere da soli l’ITPN sulla mappa della politica mondiale. L’avevo detto che erano aspettative assurde, vero? Il problema non era quello di capire cosa avrebbe “funzionato” con la folla texana, ma di trovare un modo per essere “utile”, dire qualcosa di interessante e allo stesso tempo causare una reazione emotiva, tale da convincere chi aveva una telecamera a postare il video in giro. Chiaramente ho sbagliato il bersaglio: troppe storie “utili”, pochi “crowd pleasers” per la folla. Poi ci si è messa anche la dinamica da palcoscenico. Visto le luci sparate in faccia, vedevo solo le prime file, senza capire quante persone fossero sugli spalti, piuttosto lontani. La cosa ha avuto un duplice effetto: tranquillizzarmi (l’impatto di una folla come quella dell’anno scorso sarebbe stato ben diverso) ma anche darmi l’impressione di parlare al nulla. Come ha detto l’amico Umberto Mucci, parlare ad un rally con molto meno pubblico del previsto non è semplice. Manca la dinamica tra oratore e pubblico. Se riuscite a trovare il video, noterete che verso il finale, quando mi hanno alzato dai monitor la musica (tempo di andare, amico) mi sono sciolto, soprattutto dopo i primi applausi. Parlare di fronte ad un pubblico silenzioso è una delle esperienze più complicate al mondo, credetemi.
Spero di avere ancora l’opportunità di parlare di nuovo di fronte ad un pubblico vasto. Stavolta niente dubbi: diritto allo stomaco, a chiedere l’applauso. Tempo di informare ci sarà in seguito. There’s no business like show business (^_^)
Pronta ad applaudirti fin da ora!
p.s. io il video non l’ho trovato anche se in molti siti venivi citato. E, insomma, citato insieme a uno del Mises… non sono noccioline!