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Foto fatta dall'androidphonino dell'Apolide. Se proprio volete farci qualcosa, fate pure, ma non è 'sto granché...
Giornata molto lunga e molto faticosa, tra interviste radiofoniche, un mucchio di strette di mano, tanti incontri molto produttivi e dieci minuti dieci di quasi follia sul palco di uno stadio di baseball. Dio solo sa cosa ho detto e come sono venuto. Speriamo in bene…

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Resoconto della giornata a stelle e strisce dell’Apolide? Facile a dirsi, dannatamente complicato da farsi. Ho la vaga impressione di non essermi mai fermato sul serio… no, non mi sono proprio mai fermato! Molto interessante e molto produttiva (speriamo). Ricapitolare il tutto, però, potrebbe essere leggermente difficile, visto che ho già iniziato a dimenticare i dettagli e che, per il mio organismo ancora regolato sull’ora di Londra sarebbero quasi le sette e mezzo di mattina. Non prometto grande lucidità, ma proverò a fare del mio meglio, come al solito.

Sveglia alle 7 niente affatto traumatica. Per ora, nessun problema con il jet lag. Sarà perché con i turni assurdi che faccio, il mio organismo si è abituato a non avere dei ritmi di sonno-veglia ben stabiliti. Al momento sono lieto di questo fatto, tra qualche tempo, probabilmente, inizierò a soffrire qualche conseguenza. Whatever. Andiamo avanti che è meglio. Dopo essere finalmente riuscito a capire come regolare la temperatura dell’acqua nella doccia (possibile che ogni paese abbia metodi assurdi per giungere allo stesso risultato? In Inghilterra ci ho messo quasi due giorni prima di farmi una doccia a temperatura umana, qui leggermente meno ma la cosa resta comunque allucinante), rapida doccia, sistematina ed alle 8 sono nella lobby ad attendere il buon Scott McKim, che in questi giorni mi fa da balia asciutta. Decidiamo di fare la prima intervista radiofonica dalla camera dell’albergo. Sinceramente non ricordo il nome del talk show host con il quale ho parlato. Intervista rapida, cinque-sei minuti, niente di spettacolare. Partiamo verso le 8.40, direzione un bel diner dove fare una colazione stile sudista. Mi affido al giudizio del mio chaperon e faccio il pieno di specialità tradizionali. Uova e bacon, chiaramente, sono di origine britannica, ma i grits ed il biscuit and gravy sono tipicamente southern. Scott mi dice che sono un “acquired taste”. Sarà, all’Apolide piacciono parecchio. Altra indicazione che forse il passaporto che ho in tasca non dice tutta la verità sul sottoscritto.

Foto scattata dall'androidphonino dell'Apolide... sì, va beh, il resto lo sapete, no?Due chiacchiere con la cameriera, Kim se non sbaglio. “Our friend here comes from the East”, dice Scott. “How far East?” risponde lei. “Well, a lot East”, fa il sottoscritto, poi aggiunge “Let’s say United Kingdom”. Lei fa “that’s East enough for me”, con un drawl parecchio accentuato che però capisco perfettamente lo stesso. Magari fosse così facile anche con gli inglesi. Se non capite di cosa stia parlando, provate a guardare su Youtube un video di un’intervista con Noel Gallagher e ne riparliamo. Usciamo dal diner e ci dirigiamo verso una banca. Scott ha da fare un bonifico. La cosa mi sorprende parecchio: io li faccio online da anni ed anni. Colgo l’occasione di ritirare qualche dollaro da avere in tasca (dubito che accettino le sterline da queste parti). Sorpresona: il bancomat è veramente antidiluviano. Sul serio, pulsantoni anni 70, monitor monocromatico come non vedevo da secoli, sembra un residuato bellico. Inserisco il PIN riluttante: chissà che casino mi combinerà. Niente del genere, pochi secondi ed ecco le banconote verdi con ricevuta. Strano paese, I suppose. Su una delle tante highways che circondano il “centro” di Dallas, che non ho visto neanche con il binocolo, ci fermiamo in un parcheggione: è l’ora della seconda intervista, stavolta con Mark Davis, conduttore radiofonico molto popolare che la sera condurrà l’evento a Grand Prairie. Chiacchierata tranquilla, almeno così mi sembra. Appena finisce, il telefono di Scott inizia a squillare: amici e gente dei vari Tea Parties vogliono complimentarsi col sottoscritto. Molto strano, non mi sembrava di aver fatto o detto chissà cosa. Beh, meglio così, no?

Da lì in avanti, tutta una serie di altri incontri, soste interessanti (ho visto un quartiere tanto bello da voler comprarci immediatamente una casa, ma le foto le ho sulla reflex – per la quale, chiaramente, mi sono dimenticato il cavetto) ed infine arrivo a Grand Prairie. Dopo un’occhiata, mi rendo conto che la venue stasera non sarà un parco, ma uno stadio di baseball. Non della Major League, ma all’Apolide sembra comunque enorme. Nervosismo che aumenta. Per i dettagli del resto della giornata, mi sa che dovrete aspettare domani, visto che mi sono già addormentato due volte sulla tastiera e che sono le due e mezza di notte. Domani/oggi dovrebbe essere leggermente più tranquilla, con tanto di sosta molto istruttiva e divertente ad un gun show, cosa che fa andare in sollucchero il piccolo prussiano che abita nella mia testa. Appena pubblicano il video dell’intervento, lo posto subito – anche perché, devo essere sincero, non ricordo esattamente cosa ho detto. So solo che alla fine era tutto uno stringere mani e fare foto ricordo. La cosa ha lasciato il sottoscritto piuttosto interdetto – meno male che tra poco tornerò nel Regno Unito, dove nessuno sa chi sono e potrò tornare al mio comodo anonimato. Non ci crede nessuno, vero? L’esperienza di avere un mucchio di persone che si fermavano per stringerti la mano, fare una foto, una domanda o solo farti i complimenti è stata piuttosto traumatica. A cose del genere ci si abitua dannatamente in fretta. Meno male che sono una persona fondamentalmente modesta… no, via, questa è davvero troppo grossa, non ci cascherà proprio nessuno.

Basta, che sto iniziando a sragionare. Seconda e terza parte domani/oggi, sempre che non si riesca a trovare il modo di riempire anche questa giornata di appuntamenti. Una cosa è certa: sono qui da cinque minuti ma comunque ero commosso quando hanno cantato l’inno americano. Stessa cosa per la pledge of allegiance, che ho recitato con qualche imbarazzo (queste cose di solito le prendo sul serio), sbagliando solo una parola o due. Ed ora datemi pure del sentimentale, dello yankee (meglio texano, grazie), quello che vi pare. Le ultime parole del discorso le ricordo benissimo: “may God continue to bless the United States of America”. Veniva dal cuore. Speriamo che si sia visto o sentito.