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Foto trovata su historicalmuses.blogspot.comA Washington come a Roma, Londra, Parigi e Berlino, invece di affrontare a viso aperto il problema dei problemi (uno stato pletorico e costosissimo che nessuno si può più permettere) si fanno i soliti giochini politici. I Tea Parties provano a proporre soluzioni alternative. Funzioneranno?

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Ci voleva una giornata di sole per tenere sveglio l’Apolide e spingerlo a compiere finalmente quel “dovere civico” che da troppo tempo rimandava causa (as usual) il totale scombinamento dei suoi ritmi circadiani causa continuo cambio di turni ed alcune telecronache accettate forse con troppa leggerezza. Non mi lamento, figuriamoci, ma ogni tanto ho l’impressione di non riuscire mai a staccare completamente la spina. A parte queste divagazioni di relativissimo interesse per i frequentatori dell’antro, una giornata finalmente splendida, come da queste parti ne capitano veramente di rado, mi ha convinto a non rintanarmi nel mini-antro reale dell’Apolide una volta tornato a casa dall’ufficio ma ad uscire in giardino per godermi sole e brezza serale. Gli aerei che ogni minuto sorvolano il giardino non aiutano a concentrarsi, ma gli augelletti cinguettanti ed il ventolino invitante sono comunque piacevoli. Terminato l’angolo del cazzeggio estemporaneo, torniamo a bomba all’argomento quotidiano, ovvero una proposta di budget pubblicata dagli ottimi Littleton e Lilliback, “leader” dei Tea Parties dell’Ohio che, insieme ad una serie di cittadini preoccupati per lo stato dissestato delle finanze pubbliche USA, si sono mobilitati per offrire soluzioni vere e definitive ai problemi della spesa pubblica a stelle e strisce. La cosa, in sé per sé, sarebbe pure commendevole, non fosse altro per il linguaggio semplice e la estrema chiarezza della proposta, ma ha sollevato una questione piuttosto spinosa che l’Apolide non sa bene come affrontare. Quand’è che la semplificazione diventa faciloneria?

Cercherò di spiegarmi meglio. Il piano di Littleton e Lilliback, apparentemente è di una semplicità imbarazzante: torniamo al bilancio di Clinton, riportiamo indietro l’orologio della spesa pubblica al 2000 e, come una famiglia in crisi, abituiamoci a vivere con meno soldi. La cosa, ad uno sguardo superficiale, sembra una soluzione di buon senso, facile, niente affatto complicata. I problemi sorgono quando si tratta di passare dalla teoria alla pratica. I due ardimentosi Tea Partiers propongono di tagliare ovunque, senza “vacche sacre” di sorta o capitoli di spesa “intoccabili”. La cosa, a noi italioti di ogni latitudine, fa venire in mente gli sforbiciamenti criminali di Tremendino, messi in atto con ottusità e malizia da sedia elettrica dai soliti burocrati del cavolo. Abbiamo già visto cosa succede quando si taglia così, tanto per tagliare, di un tot percentuale la spesa. I soliti infami mantengono ben protette le tasche di sprechi e gli interessi speciali cui devono la loro sopravvivenza politica e quello stile di vita chiaramente incompatibile con una qualsiasi funzione pubblica, prendendo i soldi da capitoli di spesa “incomprimibili”, facendo in modo da massimizzare i disagi per il pubblico che quindi, pavlovianamente, protesta a gran voce contro la “macelleria sociale”.

Spiace prendersela con i colleghi/amici d’Oltreoceano, ma proprio non ci siamo. Non si possono proporre tagli generalizzati a tutto e tutti. L’obiettivo di tornare al bilancio del 2000 va benissimo, anzi, forse è persino troppo conservativo. Se terapia d’urto dev’essere, perché mai accontentarsi di mezze misure? La cosa veramente importante è il metodo, ovvero come si arriva a tale risultato. Ridurre gli stipendi dei dipendenti pubblici, come ha fatto Schifotero, è una furbata da guitto, fatta solo per evitare il linciaggio da parte del pueblo inferocito quando le cose andranno a carte quarantotto.  Alla prima contrattazione collettiva, quando la tempesta sarà passata, non solo il taglio scomparirà, ma i sindacati pretenderanno (ed otterranno facilmente) il “rimborso” per il “sacrificio” fatto per il paese. La strada da seguire è piuttosto un’altra: la riduzione progressiva e definitiva delle aree sottoposte a controllo ed intervento statale. Una “super-deregulation” di intere materie finora di competenza di burocrati non eletti da nessuno e quindi tracotanti nella loro somma impunità.

Il piccolo libertario furente che mi alberga nella testa grida a più non posso “aboliamo la scuola pubblica!” o anche “End the Fed!”, in piena crisi linguistica. Al che, inutile dirlo, il piccolo prussiano, clausewitzianamente gli dichiara guerra totale e prova ad annichilirlo nel più breve tempo possibile. A parte queste cronache da una mente in perenne disequilibrio incostante, il piano può funzionare solo se all’arretramento dello stato si fa corrispondere una liberalizzazione vera, tale da riconsegnare all’individuo il controllo delle decisioni dalle quali dipenderà il suo benessere futuro. Sostituire al monopolio pubblico della sanità un oligopolio privato gestito dagli amici degli amici sarebbe infatti una soluzione peggiore del male. Il discorso ci porterebbe troppo lontano (come fare delle liberalizzazioni in un paese dal sistema giudiziario eversivo come l’Italia?) quindi la pianto qui, ma la questione non può essere lasciata stare. L’obiettivo proposto da Littleton e Lilliback è ottimo, ma ci vuole metodo e un piano ben preciso. A costruire il moloch statalista ci sono voluti secoli. Smantellarlo sarà impresa né semplice né indolore. Un passo dietro l’altro si arriva in capo al mondo. Tutto sta nel trovare la volontà ed il coraggio di partire.

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Un bilancio da “Tea Party”
Chris Littleton e Dan Lilliback
Originale (in inglese): The Hill
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Il governo americano è senza soldi – un concetto che il popolo capisce bene ma che i suoi rappresentanti non riescono proprio a concepire.

Controlliamo i conti. Il budget federale (stimato) è composto dalle entrate fiscali previste (2.200 miliardi di dollari), la spesa (3.500 mld $), il deficit, anche conosciuto come la nostra carta di credito annuale (1.300 mld $) ed il debito nazionale esistente (più di 14.000 mld $). Per metterla in termini più semplice, ogni contribuente ha 128.000 dollari di debito (spaventati? Provate a fare gli stessi conti per l’Italia, vedrete le risate ndApo).

Questo budget assomiglia a quello di una famiglia in crisi perché ha speso troppo in macchine, generi di lusso e vacanze ed ora rischia di perdere la casa e non essere in grado di far mangiare i figli. La risposta di gran parte degli americani sarebbe quella di liberarsi della macchina costosa, vendere gli oggetti di lusso e cancellare la vacanza nei Mari del Sud. Visto che sono una famiglia, prendono la decisione giusta e si sacrificano insieme.

Sfortunatamente l’approccio del Congresso non è così semplice, visto che bisogna prendere in considerazione l’onnipotente divinità di ogni politico di Washington – l’istinto di conservazione. Come drogati in cerca della dose, hanno bisogno di abbastanza potere per mantenerli in vita. Per questo stiamo perdendo tempo in un dibattito dove la gente pensa più a mettere a segno punti politici che risolvere i problemi.

Prendete per esempio il senatore Chuck Schumer — ha candidamente ammesso di stare giocando una partita politica quando si parla di tagli alla spesa pubblica. Vuole usare parole come “estremista” per mettere “all’angolo” lo Speaker della Camera John Boehner. Di risolvere il problema non gli importa granché, nemmeno di aiutare il popolo americano: l’unica cosa che gli importa è mettere a segno punti per sé e la sua parte politica.

Ultimamente, i leader del Tea Party non hanno usato un linguaggio molto amichevole nei confronti dei miei rappresentanti al Congresso, John Boehner ed i suoi colleghi alla camera che stanno mettendo giù il nuovo budget. Comunque, mai nel corso delle mie conversazioni con lui o con il suo staff ho avuto l’impressione che stessero giocando la partita del bilancio solo per fini biecamente utilitaristici.

Gli elettori americani nel 2010 sono stati chiarissimi ed hanno detto che i giochini della politica politicante non dovrebbero mai venire prima del benessere della repubblica. Le elezioni del 2010 hanno consegnato al Congresso un mandato preciso: limitare le dimensioni e le competenze del governo. Il popolo americano non pensa mai a mettere i politici “nell’angolo”. Vogliono che l’angolo e la politica politicante siano spazzate via da Washington, quanto più in fretta possibile.

Queste posizioni “estremiste” del Tea Party, come le definisce sdegnosamente il senatore Schumer si possono tradurre con frasi tipo “non spendere più di quanto incassi” e “aumentare il debito non porta alla prosperità”. Oppure questa frase veramente “estremissima”: “sono in grado di gestire la mia vita meglio di quanto non possa fare il governo”.

Quindi, ecco il mio consiglio al Congresso: siate dei veri leader, che restano fermi sui propri principi nel bel mezzo del teatrino della politica. Come molti americani negli ultimi anni, stiamo solamente chiedendo al Congresso di mettere in piedi un budget federale che corrisponda con lo stato delle finanze della nostra nazione.

Ecco perché, tenendo ben fermi questi punti, stiamo proponendo un “bilancio del Tea Party”. Non è stato difficile metterlo giù, visto che abbiamo usato come base il budget di Clinton dell’anno fiscale 2000. Aggiustando le cifre del bilancio per l’inflazione negli ultimi undici anni, un aumento del trentatre per cento dal 2000 (!!! ndApo), la cifra finale sarebbe attorno ai 2.300 miliardi di dollari. Gli anni del governo Clinton sono stati caratterizzati da misure contro il deficit molto severe e retorica virulenta, eppure Bill Clinton, nell’anno fiscale 1999/2000 fece registrare un surplus del bilancio federale di 230 mld $. Nel 2010, il budget federale era sopra i 3.500 mld $, un aumento del cinquantotto per cento su quello del 2000, aggiustato per l’inflazione (gran brutta cosa i numeri, vero? Come fai a rispondere a cifre del genere? Hai voglia di arrampicarti sugli specchi… ndApo).

Con qualche aggiustamento e qualche rinuncia, ognuno di noi potrebbe vivere con lo stesso reddito personale che aveva qualche anno fa (i pensionati italiani, tirando tantissimo la cinghia, lo fanno da anni ndApo). Ecco cosa chiediamo al Congresso. Devono guardare molto seriamente dove finiscono davvero i nostri soldi: Medicare/Medicaid, Social Security, la difesa ed il Tesoro (gran parte gli interessi sul debito). Questi quattro capitoli di spesa eclissano qualsiasi entrata fiscale federale, ancora prima di considerare tutti gli altri dipartimenti che attingono al resto del budget.

La battaglia non è sulle risoluzioni per estendere il budget gonfiato del leader della minoranza Nancy Pelosi (Dem. – California). Se i repubblicani al Congresso fanno sul serio quando dicono di voler cambiare direzione, concentrarsi su queste aree chiave è l’unica via per aggredire il debito. I veri leader prenderanno decisioni dure: accesso e metodi di calcolo per la pensione pubblica (Social Security) e la sanità per gli anziani (Medicare), la riduzione o la cancellazione dei fondi Medicaid (il programma rivolto ai meno abbienti ndApo) agli stati e allo stesso tempo eliminare il processo di estorsione che gli lega le mani attraverso i mandati federali, riduzioni nelle spese per la difesa (all’estero ed in patria) e tagli significativi ad ogni singolo altro dipartimento federale (anche conosciuta come “cura Tremonti al quadrato”, visto che Tremendino non poteva/voleva toccare le vere vacche sacre italiote, sanità e partecipate pubbliche ndApo).

Questi tagli generalizzati sono necessari per mantenere un tetto sopra le teste delle nostre famiglie. Rimandare il problema non ha mai aiutato una famiglia a non perdere la propria casa e certo non aiuterà i neo-eletti repubblicani nelle elezioni del 2012. Il pignoramento della casa è all’orizzonte, è giunto il momento di fare sul serio e pensare al bene della famiglia tagliando le spese. Una cosa che molti americani non trovano affatto “estrema”.

Littleton e Lillback sono leaders dei Tea Parties in Ohio e lavorano con l’Ohio Liberty Council, una coalizione a livello statale di oltre sessantacinque organizzazioni libertarie-liberali.
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