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Immagine trovata su darkstarkhaos.gamerdna.comIl mondo è col fiato sospeso per eventi che non capisce, che gli fanno una gran paura e che vengono strumentalizzati ad ogni piè sospinto. Altrove, invece, gente preparata, seria e determinata continua a fare il suo lavoro quotidiano, nel mestiere più antico del mondo: quello della guerra.

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La tentazione di occuparsi delle vicende che arrivano dal Giappone è stata tantissima, ma fortunatamente sono riuscito a trattenermi. Visto che nei giorni di pausa cerco di riposarmi più che posso e liberare la mente da qualsiasi pensiero più complicato di “cosa mangio per cena?”, non ho seguito quasi per niente l’evoluzione della situazione nella centrale di Fukushima o altrove lungo la costa occidentale del Giappone. Non è il massimo della professionalità per chi, anche se è pagato (finalmente) per occuparsi di tutt’altro, nasce e resta un giornalista specializzato in notizie che arrivano dall’estero, ma le cose, in questo periodo, sembrano andare così. Speriamo che, una volta abituato alla routine, riesca a trovare il tempo di informarmi su quello che succede al di fuori del dorato mondo dello sport.

Avevo anche trovato un articolo interessante pubblicato su “The Foundry”, l’ottimo blog della Heritage Foundation, che cercava di fare un minimo di chiarezza sulle complicate questioni relative alla situazione nucleare, liberando il campo dalle assurdità che ho sentito circolare in questi giorni (stare lontano dalle notizie è dannatamente difficile, visto che rimbalzano su tutti i social network) ma poi ho deciso di aspettare ancora. La situazione è ancora in grande evoluzione e non vorrei dare involontariamente una mano a chi sta soffiando sul fuoco della paura per proteggere i suoi lucrosissimi interessi. La lista di sospetti sarebbe lunghissima, ma preferisco non sparare a casaccio. Chiaramente chi guadagnerà da questa fiammata di irrazionale paura per il nucleare saranno i padroni del mercato degli idrocarburi, paesi arabi e Russia in prima fila. Ai più isterici anti-nuclearisti ricordo solo una cosa, che il fratello geologo dell’Apolide potrà facilmente confermare ma che ho letto tra gli status dei tanti amici che gravitano attorno a Libertiamo: se un terremoto del genere colpisse l’Italia centrale, Roma sarebbe annichilita ed i morti si conterebbero a milioni. Giusto per mettere le cose in prospettiva.

Perché ho scelto questo eccellente articolo apparso sul “Daily Telegraph”, giornale che prima o poi dovrò decidermi a comprare regolarmente, vista la sua qualità veramente sopra la media (no, il “Guardian” ve lo comprate voi: qualità o non qualità, soldi ai sinistri non voglio regalarne più)? Per una semplice ragione: ricompensare il coraggio di chi, in un universo corrotto dal morbo malefico del politically correct ha ancora i cojones di chiamare le cose con il loro nome. Il libro di Toby Harnden descrive in maniera sembra equilibrata e non ideologicamente preconcetta la storia di questi cecchini straordinari, professionisti senza se e senza ma che fanno il loro mestiere in maniera incredibilmente efficace. Il conto dei “kills”, termine di cui ora non mi viene l’equivalente italiano in gergo militare, parla da solo. Questi due semplici soldati, egregiamente addestrati da quello che, un tempo, era considerato uno dei migliori eserciti al mondo, da soli hanno fatto danni tali da convincere chiunque non sia un fanatico invasato di religione a mollare la lotta e tornarsene al villaggio.

Leggi un pezzo del genere e ti viene da domandarti perché non hai mai sentito da nessuna parte le gesta magnifiche dei tiratori scelti del Col Moschin, dei reparti speciali, degli incursori o delle pattuglie della “Folgore”. Non crediate che i nostri ragazzi siano meno capaci o preparati. Anzi, in molti casi hanno dato e danno sonore batoste ai colleghi più blasonati quando si tratta di dimostrare coi fatti la loro preparazione. Storie di soldati che portano da mangiare ai bambini, quante ve ne pare. Soldati che fanno il loro mestiere, quello per il quale sono stati addestrati a spese nostre, neanche per sbaglio. Talvolta vorrei prendere gli addetti stampa delle forze armate italiane e sbatterli ben bene contro il muro, provando a farli rinsavire, ma temo che le istruzioni arrivino dall’alto, dalla incompetente ed inconcludente politica. Insomma, i ragazzi in mimetica sono fatti costantemente passare come crocerossine con curiosi costumi e strani cosi ingombranti e minacciosi in braccio. Filmati, foto, reportages che facciano vedere come se la cavano in battaglia non se ne vedono affatto. Tutto voluto, chiaro, ma viene da domandarsi il perché di questo comportamento assurdo.

I ragazzi e ragazze in uniforme che mandiamo a giro per il mondo non sono volontari di qualche ONG, ansiosi solo di fare del bene ma che viaggiano in scomodi blindati solo per eccessive precauzioni. Sono soldati. E da che mondo è mondo, il mestiere degli uomini d’arme è sempre lo stesso, quello della guerra. Le ipocrite formulette diplomatiche, la roba da azzeccagarbugli, le regole di ingaggio cervellotiche non cambiano il fatto che i soldati sono sempre e quasi esclusivamente addestrati per fare la guerra, ovvero difendere gli interessi nazionali da aggressioni esterne, che il governo del paese reputa talmente vitali da giustificare l’uso della forza. Mandarli a consegnare aiuti umanitari è altrettanto idiota che metterli a piantonare per tutto il giorno la casa dell’amante del ministro X, inserita chissà come nell’elenco degli obiettivi sensibili.

All’Apolide, che di cose militari si interessa da quando è piccolo, il racconto della straordinaria professionalità dei due fucilieri britannici ha fatto venire qualche lacrimone agli occhi. Ogni qual volta che qualche imbecille menagramo blatera del “pantano afghano”, viene la voglia di ricordargli che, negli altri famosi pantani della Guerra Fredda (Vietnam ed Afghanistan), furono i più che cospicui aiuti esterni a consentire ai “rivoltosi” di costringere le superpotenze a levare le tende (bene ricordare, infatti, che né gli Stati Uniti in Vietnam, né l’Unione Sovietica in Afghanistan furono sconfitte militarmente. Decisero solo di levare le tende per evitare conseguenze d’immagine od economiche ancora peggiori di quelle che stavano già subendo. Ecco come si spiega la supposta “invincibilità” dell’Afghanistan: a nessuno importava abbastanza di conquistarl, almeno non abbastanza da sopportare per il tempo necesserio lo stiliicidio di morti civili, amplificato a più non posso dalla solita stampa sinistra.

Ecco perché la storia qui sotto è interessante. Non capita tutti i giorni di leggere articoli che parlino di soldati senza cercare costantemente scuse per la loro presenza e per l’impiego dei sistemi d’arma di cui sono dotati, anche solo per difendere la propria pellaccia da quella simpatica marea di barboni invasati che vogliono fargli la festa a tutti i costi. Ovviamente la lettura è più che consigliata. Del libro, magari, vi parlerò più avanti, quando supererò la mia congenita e forse eccessiva cautela nell’impiego dei miei soldi e mi deciderò a comprarlo, leggermelo e comunicare le mie impressioni ai pasdaran dell’antro e a tutti gli altri lettori più o meno occasionali. In ogni caso, l’articolo è bello, interessante e sicuramente merita qualche bel commento nella stanca sezione del feedback con l’Apolide. Come sempre, è cosa altamente consigliabile. Il blog è tanto mio quanto vostro.Per ora, buona lettura a tutti.

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Uomini morti si alzano: la storia dei cecchini
Toby Harnden
Originale (in inglese): The Daily Telegraph
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

L’arrivo alla nuova base di pattuglia Shamal Storrai (“Stella Polare” in pashtun) nel tardo agosto del 2009 del sergente Tom Potter e del fuciliere Mark Osmond ha segnato l’inizio di uno stupefacente episodio nella storia dei cecchini dell’Esercito Britannico.

Nel giro di 40 giorni, i due tiratori scelti del 4 Rifles, parte del gruppo di battaglia delle Welsh Guards, hanno fatto segnare 75 uccisioni confermate, 31 delle quali attribuite a Potter e 44 ad Osmond. Ogni uccisione è stata segnata con un omino stilizzato sull’asta sopra la posizione di fuoco nel sangar (termine usato dall’Esercito Britannico per identificare una postazione di difesa provvisoria – nelle basi avanzate è una postazione di guardia che viene sistemata all’esterno della base per avvistare ostili in avvicinamento ndApo) mimetico accanto al portone della base – un omino senza testa, che indica un bersaglio eliminato con un colpo al cranio.

Osmond, 25 anni, è un’entusiasta, parla in fretta, ansioso di dimostrare la sua conoscenza enciclopedica di ogni specifica e capacità del suo equipaggiamento di ordinanza. Era rimasto un fuciliere perché temeva che una promozione lo potesse allontanare dal ruolo di cecchino, un lavoro che amava, che era la sua vita. Potter, 30 anni, era più rilassato, trasmettendo una professionalità calma ed una tranquilla fiducia nel valore di quello che stava facendo ogni giorno.

Potter aveva fatto segnare sette uccisioni confermate a Bara, nel 2007 e 2008, mentre il totale di Osmond era 23. Entrambi erano membri della squadra dei Green Jackets, che nel 2006 si era aggiudicato il campionato di tiro dell’Esercito Britannico.

In una singola missione, uccisero otto talibani in due ore. Osmond dice “all’inizio non ero tranquillo, ti inizi a domandare se sia veramente necessario”. Ma poi la reazione degli afghani lo ha convinto. “C’era molta gente che dopo veniva da noi, non aveva paura di parlarci. Sentivano di essere protetti dalla nostra presenza”.

Gran parte delle uccisioni sono state fatte a 1.200 metri di distanza, usando il fucile da tiro L96, calibro 7.62 mm.

I cecchini hanno usato dei silenziatori, in grado di ridurre il rumore dell’esplosione alla bocca. Anche se si poteva comunque sentire un ‘crack” balistico, è quasi impossibile capire da quale direzione è arrivato il colpo. Visto che il proiettile viaggia a tre volte la velocità del suono, la vittima (?! ndApo) quasi mai è in grado di sentire alcunché prima di morire.

I messaggi intercettati dai walkie-talkie hanno rivelato che i talebani pensavano di essere stati colpiti da elicotteri. Il tiro più lontano messo a segno da Potter è stato di 1.430 metri. Ma quello che è stato più festeggiato in tutta la missione è stata l’uccisione di un ostile fatta segnare da Osmond a soli 196 metri (più vicino è il bersaglio, maggiore il rischio ndApo).

Il 12 settembre, un notorio comandante talebano apparve su una motocicletta, con un passeggero dietro. C’era una pattuglia inglese nel villaggio di Gorup-e Shesh Kalay e, viste le (vecchie ndApo) regole d’ingaggio, il walkie-talkie che la coppia di talebani stavano portando era considerato un atto ostile (potevano infatti trasmettere la posizione della pattuglia ad un gruppo di fuoco e preparare un’imboscata ndApo). Mentre si allontanavano, Osmond avvertì la pattuglia con colpi di pistola, poi imbracciò il suo L96, la stessa arma – numero di serie 0166 – che aveva usato in Iraq e sul cui calcio aveva inciso “0166 ti voglio bene”.

Prendendo bene la mira, sparò un solo colpo. La moto cadde ed entrambi gli uomini caddero a terra, rimanendo immobili. Quando la pattuglia inglese ispezionò l’area, controllarono gli uomini e confermarono che erano entrambi i morti, con grossi buchi attraverso le loro teste.

Il proiettile da 7,62 che Osmond aveva sparato aveva trapassato le teste di entrambi i bersagli. Era riuscito a mettere a segno il raro “un colpo, due morti”, conosciuto nel gergo dei cecchini come il “Quigley”. Il termine viene dal film del 1990, “Carabina Quigley“, nel quale l’eroe, interpretato da Tom Selleck, usa un vecchio fucile Sharps con effetti devastanti.

La giornata di lavoro di Potter e Osmond iniziava verso le 7 di mattina per finire circa 12 ore dopo, al tramonto. Fino a 900 metri di distanza, miravano sempre alla testa del talebano, più lontano al petto.

Spesso, Potter si metteva da un lato del complesso ed Osmond dall’altro. Ogni talebano che si muovesse da una parte all’altra rischiava di essere colpito dal secondo cecchino se il primo lo avesse mancato. Ognuno usava i mirini dei fucili per segnalare i bersagli all’altro, identificandoli con soprannomi relativi al loro aspetto fisico.

Un combattente che vestiva di azzurro chiaro era soprannominato “la Vergine Maria”, mentre uno che vestiva roba simile a tela da sacchi era chiamato “uomo Hesco”, visto che era lo stesso colore delle barriere Hesco della base. Sia l’uno che l’altro finivano morti.

Ad altri venivano assegnati soprannomi legati alle attività, come “uomo hashish”, un talebano che faceva anche il trafficante di droga. Di tanto in tanto, i talebani si beccavano il soprannome dopo morti. Se un bersaglio appariva dal nulla, entrambi i cecchini miravano a lui simultaneamente, in un tiro incrociato letale.

Potter dice che “ognuno di quelli che colpisci cade in maniera diversa. Tirammo insieme ad un tipo e questo sembrò cadere in una botola segreta. Ecco perché lo soprannominammo ‘uomo della botola’”.

Il maggiore Mark Gidlow-Jackson, comandante della loro compagnia, descrive Potter e Osmond come “il non plus ultra dei fucilieri col cervello” che il suo reggimento si prefigge di addestrare. “Sanno bene le conseguenze di quello che fanno e sono uomini molto misurati. Sono entrambi molto appassionati all’arte del cecchinaggio. Sono entrambi tranquilli, parlano poco, molto affascinanti, due degli uomini più gentili della intera compagnia, anche se in effetti sono i più pericolosi di tutti”.

Il sergente Potter ed il fuciliere Osmond sono stati identificati con pseudonimi per ragioni di sicurezza.