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Foto trovata su griid.org

La retorica giornalistica sulla vicenda del Wisconsin continua a sfiorare il ridicolo. I “diritti sindacali” non hanno senso se applicati ai dipendenti pubblici. Novità dell’ultima ora: a minacciare tagli sono anche i loro (ex?) amici democratici. I giorni dei sindacati sono vicini alla fine. Good riddance!

Come al solito, iniziamo dai nostri miseri affari di bottega. Anche questa lunga ed inspiegabile pausa è finalmente arrivata ad una fine, diranno i miei quattro fedeli lettori (citazione collodiana – so che siete ben più di quattro). Perché sia stata così lunga ce lo domandiamo entrambi (io e la mia parte ogni tanto più seria). Combinazione di eventi sfortunati? Può andare? Forse, peccato che non sia vero. Tempo di scrivere, volendo, ce ne sarebbe anche stato, ma una serie di cambi di turno concessi ai colleghi con forse troppa leggerezza hanno causato l’ennesimo scombussolamento delle abitudini sempre poco stabili del vostro beneamato (si spera) padrone di casa. La pausa giornaliera per foraggiare la discussione nell’antro virtuale, bene o male, fa parte di questa routine sempre molto poco routinaria. Insomma, un giorno ero troppo stanco, l’altro ero al lavoro, l’altro sono stato piacevolmente interrotto da un house party improvvisato (nel mini-antro reale, ogni tanto, possono succedere anche cose del genere) ed eccoci più o meno qui. Aggiungete una quantomai inopportuna interruzione del collegamento internet ed il gioco è fatto. Si spera che cose del genere non succedano più, anche se fornire assicurazioni sarebbe quantomai presuntuoso ed imprudente.

Finite le scuse di prammatica, eccoci al commentino del giorno. Visto che l’articolo dello stimato (non solo dal sottoscritto) professor Walter Russell Mead, che sarà pure sinistro ed obamiota pentito, ma è pure un grandissimo conoscitore della politica estera americana nonché analista coi controfiocchi, è giustamente lungotto, sulle 2.000 parole, mi auto-limito a poche considerazioni non gongolanti o che rispecchino il clima da torcida brasileira che si respira nel privée dell’antro, all’interno del quale ogni riferimento alla fine prossima ventura dei sindacati causa lo stesso effetto di un gol del Papero in Curva Sud. Sì, maiuscola, perché la fede è fede e la Curva merita il massimo rispetto, dalla Fossa alle Brigate, a tutti gli altri malati rossoneri.

Foto trovata su gazzaspace.gazzetta.it (purtroppo)Perdonate la divagazione sportiva post-bastonata ai ciucci partenopei (ma vieeeeeni!), ma ogni qual volta sento parlare della fine del sindacalismo sinistro (ne esiste un altro tipo?) l’animo tifoso riprende fiato, trasformandomi nel vecchio pasdaran thatcheriano che, in fondo, sono sempre rimasto. In pratica, secondo Mead, a far fuori i sindacati del pubblico impiego, gli unici ancora pericolosi, visto che non devono fronteggiare gente che rischia soldi propri ma politici abituati a sputtanare i nostri, non saranno i cugini del Tea Party ma i politici locali democratici, che a parole difendono i sindacati ma in realtà devono per forza farli fuori pur di proteggere il proprio orticello di privilegi. L’ipotesi, anche se sembra inaudita per chi è abituato all’equazione sinistro=servo dei sindacati, tuttora validissima in Italia e gran parte d’Europa, non è così peregrina. I sindacati, pubblici o privati, sono solo una delle stampelle sulle quali si regge il partito democratico (le altre sono Wall Street ed il big business furbetto), utile quanto vi pare, soprattutto perché fornisce utili idioti e picchiatori in abbondanza, ma sempre più inconvenient ed avida. Se, come giustamente argomenta Mead, anche i sinistri non hanno scelta, purtroppo solo in America, non potranno far altro che scaricare i sindacalisti e lasciarli al loro destino. Al sottoscritto questo fa venire un gran buonumore, dato che se riusciranno davvero nell’intento, gli Stati Uniti avranno ancora qualche probabilità di farcela a sopravvivere al grosso patatrac prossimo venturo. Il che, da yankee inside, non può che rendermi particolarmente di buon umore. La pianto qui, visto che, come mio solito, ho scritto fin troppo. Buona lettura e scusate ancora per la pausona.

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I democratici degli stati “blu” contro i sindacati del pubblico
Walter Russell Mead
Originale (in inglese): The American Interest
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Chi sta ammazzando i sindacati del pubblico?

Alcuni, come le decine di migliaia di manifestanti a Madison e le decine di milioni di americani che la pensano come loro, credono che i colpevoli siano subdoli interessi delle corporations, la Fox News, i “fanatici” del Tea Party e politici populisti ed opportunisti come Scott Walker.

Molti dei loro oppositori sono d’accordo su questo, anche se, dal loro punto di vista, il Tea Party ed i politici come Walker sono degli eroi, mentre i sindacati del settore pubblico i cattivi della storia.

In realtà entrambe le parti hanno torto. Nonostante le differenze nella retorica, stroncare i sindacati del settore pubblico è una policy veramente bipartisan negli Stati Uniti (invidia feroce ndApo). Mentre i repubblicani sono più espliciti nel dichiarare i loro obiettivi e vogliono agire senza troppi giri di parole, democratici e repubblicani stanno entrambi prendendo decisioni che presto ridurranno il movimento sindacale nel settore pubblico ad un’ombra di quello che è oggi.

Guardate a Rahm Emmanuel, neo eletto sindaco di Chicago (non si potrebbe avere una replica dell’incendio del 1871? Pretty please… ndApo). Chicago è una città blu scurissimo in uno stato blu notte; Emmanuel è un politico democratico di lungo corso che è stato capo di gabinetto del presidente più di sinistra eletto in molti anni. Cosa sta facendo come prima mossa?

Il sindaco-eletto è stato ambiguo sull’argomento durante la campagna elettorale (niente più hope and change, Rahm? ndApo), ma è chiaro che aumenti massicci delle tasse siano fuori discussione, come grandi pacchetti di salvataggio dalla capitale.  Secondo il settimanale “Time”, la campagna di Rahm ha parlato in maniera criptica di risparmiare 110 milioni di dollari riducendo “processi lavorativi superati e ridondanti per concentrarsi sulla consegna di servizi di prima linea”. Traducete queste parole dalla Neolingua burocratese ed avrete qualcosa di molto più semplice; fare più lavoro con meno personale. Licenziamenti. Emanuel ha poi aggiunto che il sistema di pensioni generoso della città va preservato ma che bisognerà, per così dire, “rinegoziarlo”. Sicuramente non al rialzo.

Tolta la fuffa e la retorica, sembra proprio che il nuovo sindaco di Chicago stia pensando di riportare in pareggio il bilancio cittadino principalmente attraverso licenziamenti e tagli (Cicciobello fa scuola ndApo).

Guardate a New York, lo stato da sempre blu nel quale vivo, che ha dato i natali a famosi sinistri come Franklin ed Eleanor Roosevelt, Fiorello LaGuardia e Mario Cuomo. Qui, il nostro nuovo governatore Andrew Cuomo sta chiedendo grosse concessioni ai sindacati del settore pubblico, minacciando licenziamenti e cercando di rimettere in sesto il bilancio statale con cospicui tagli alla spesa.  Cuomo ha anche promesso – dobbiamo leggere le sue labbra? — di non alzare le tasse, introducendo quello che la pagina degli editoriali del “New York Times” chiama un progetto di legge “radicale” per porre un tetto agli aumenti delle tasse sulla proprietà immobiliare e richiedere una maggioranza di due terzi per aumentarle più del 2 per cento all’anno (diminuirle, evidentemente, è chiedere troppo, vero? ndApo). Con questo nuovo bilancio, fino a 9.800 impiegati statali saranno licenziati:  ovvero più di sei volte il numero di impiegati che il governatore del Wisconsin Walker ha minacciato di licenziare se la legge sui sindacati non sarà approvata dal Congresso dello stato.

Oppure andiamo a Providence, Rhode Island, la profondamente blu capitale di quello che un recente sondaggio Gallup identifica come, insieme al Distretto di Columbia ed il Vermont, come lo stato più a sinistra del paese (ottimo, così so dove non trasferirmi casomai dovessi andare da quelle parti ndApo), dove il consiglio scolastico ha notificato ad ogni singolo insegnante delle scuole pubbliche della città che potrebbero essere licenziati.

Da uno stato più blu del blu, l’ultravioletto Vermont, arriva invece la notizia che il governor Peter Shumlin, democratico con solide maggioranze democratiche in entrambi i rami del legislativo, non risolverà i problemi fiscali dello stato con un aumento delle tasse. Perché no? Come riporta il sito “Politico“, il governatore ha dichiarato in una pausa dell’incontro della National Governors Association, “abbiamo già un’imposta sul reddito progressiva in Vermont, e non possiamo renderla ancora più progressiva senza perdere quei pochi che pagano ancora le tasse. Non abbiamo più alcuna capacità di aumentare le tasse” (prima o poi ci arrivano tutti ndApo).

Il governatore ha poi aggiunto “dalla mia casa posso vedere il New Hampshire”, facendo notare che il Vermont sta già perdendo affari, investimenti e residenti, tutti in viaggio verso il vicino, che ha tasse locali notevolmente più basse (questo è federalismo; capito, Tremendino, Mister B e bossume vario? ndApo).

Questi politici non stanno prendendo queste decisioni perché hanno paura dell’opposizione repubblicana o perché sentono sul collo il fiato del Tea Party (purtroppo… ndApo). A New York, nel Vermont e a Chicago, quando i repubblicani o i Tea Parties ti attaccano, i consensi nei sondaggi dei democratici aumentano. Questi sono posti dove i democratici vanno in chiesa ad accendere ceri pregando che Ron Paul, Glenn Beck, Newt Gingrich e Sarah Palin arrivino nel loro distretto a fare campagna contro di loro.

Questi politici sforbiciano i bilanci, congelano le tasse, tagliano i salari, prendono a colpi d’accetta le pensioni e riducono i loro organici perché non hanno altra scelta. Il vecchio modo di mandare avanti il governo semplicemente non funziona. Non possono alzare ancora di più le tasse e non possono chiedere altri soldi in prestito dai mercati obbligazionari sempre più sospettosi verso molti enti locali.

Gli stati “blu”, quelli dove gli abitanti vogliono governi attivisti che prendano in carico molte materie sentono questa pressione molto di più di quelli “rossi”: più governo vuoi, più sei costretto a renderlo spietatamente efficiente. Altrimenti i costi esplodono e lo stato entra in una lunga spirale della morte fiscale, con le tasse che aumentano mentre il clima per gli imprenditori diventa sempre peggiore. Se sei un politico di uno stato blu, i cui elettori vogliono sempre più governo, devi per forza tagliare i costi nel fornire questi servizi.

Se sei un politico in uno stato “rosso”, dove i cittadini semplicemente odiano le tasse, anche te dovrai rendere il governo più efficiente. In entrambi i casi non ti puoi permettere né il livello di stipendi e benefit che i sindacati del pubblico vogliono negoziare Nè le regole sul lavoro ed il livello di protezione del lavoro che i sindacati promettono ai loro iscritti.

La vera notizia qui è che il movimento sindacale nel settore pubblico è inesorabilmente diretto sullo stesso percorso seguito da quello del privato ed iniziato 30 anni fa. Allo zenit del suo potere, nel 1953, i sindacati privati includevano il 35,7 per cento di tutti i lavoratori privati americani. Ora meno del 7 per cento sono iscritti ai sindacati (ci arriveremo anche noi ndApo).

I sindacalisti vorrebbero dare tutta la colpa di questo declino agli sforzi delle aziende per sconfiggere i sindacati ed è certo vero che la resistenza delle aziende ai sindacati si è intensificata negli ultimi 30 anni (quando in ballo c’è la sopravvivenza -ed i profitti degli azionisti- l’ideologia conta zero ndApo). Ma quello che ha fatto davvero cambiare il clima è stato il mercato. Con la concorrenza internazionale e l’automazione interna che riduceva il bisogno di forza lavoro sindacalizzata negli Stati Uniti, proprio quando l’immigrazione ed un aumento enorme delle donne che chiedevano di entrare nel mondo del lavoro aumentava a dismisura l’offerta, i sindacati non potevano certo chiedere di abolire la legge della domanda e dell’offerta (sicuro? Secondo me qualche deficiente alla Bertinotti una boiata del genere, prima o poi, l’ha detta ndApo). Volta dopo volta, i sindacati hanno dovuto accettare tagli ai salari, riduzioni dei benefit, licenziamenti e accomodamenti che permettevano alle aziende di assumere lavoratori giovani a salari più bassi con pacchetti di benefit meno costosi. L’alternativa a queste concessioni era la chiusura degli stabilimenti: i sindacati stavano negoziando con una controparte che aveva messo la pistola sul tavolo (Marchionne non fa proprio niente di strano o straordinario. Tratta l’Italia come se fosse un paese normale, tutto qua ndApo).

Nel frattempo i lavoratori, specialmente quelli più giovani, hanno perso entusiasmo nei confronti dei sindacati. A cosa serve pagare l’iscrizione ad un’organizzazione che, a conti fatti, non ti può proteggere? Perché mai lavoratori giovani dovrebbero appoggiare un’organizzazione che impone paghe più alte e condizioni di lavoro agli anziani figli del “Baby Boom”, invece che a quelli del Millennio, che hanno famiglie da crescere e mutui da pagare?

Nel settore privato, i sindacati possono sempre meno per proteggere i loro membri: naturalmente, sempre mano lavoratori scelgono di farne parte  — o sono disposti a correre i rischi e sobbarcarsi il lavoro di organizzare una sezione di un sindacato nella propria azienda.

Fino a pochissimi anni fa, i sindacati del settore pubblico non hanno dovuto affrontare la stessa pressione. Non puoi certo delocalizzare il dipartimento della motorizzazione civile o la scuola pubblica del paese in Cina. Ed i governi non hanno dovuto affrontare l’incessante pressione del mercato che li spingeva ad aumentare la produttività ed automatizzare la produzione come il settore privato. Fino a quando gli elettori, i compratori di buoni del tesoro e lo Zio Sam erano disposti a prendere il conto e sopportare le inefficienze, i sindacati dei dipendenti pubblici hanno vissuto in un piccolo mondo antico. Le pressioni che stavano modificando il resto della società, demolendo pezzo per pezzo il vecchio sistema del lavoro dipendente nel settore privato non valevano per loro.

Ora valgono eccome. I budget degli stati e delle città hanno raggiunto il punto di non ritorno e tocca ai sindacati dei lavoratori pubblici negoziare con la pistola sul tavolo. Indeboliti, pavidi e sulla difensiva, anche loro non possono fare molto per i loro iscritti.

Guardate al caso Wisconsin: in un disperato tentativo di respingere un attacco alla contrattazione collettiva, i sindacati del Wisconsin si sono offerti di capitolare di fronte alle richieste finanziarie del governatore. I sindacati non chiedono più salari più alti: non sono nemmeno in grado di resistere alle richieste di tagli ai salari. Stanno solo cercando di rimanere in vita.

Col passare del tempo, questa posizione indebolirà il supporto per i sindacati anche tra gli stessi iscritti. “Perché mai dovrei continuare a pagare l’iscrizione ad un’organizzazione che non mi difende?”, si chiederanno molti lavoratori. La domanda che verrà subito dopo sarà inevitabilmente: “perché mai il sindacato è d’accordo a tagliarmi lo stipendio pur di mantenere la possibilità di incassare automaticamente le mie quote di iscrizione dal mio stipendio?”.

Il movimento sindacale del settore pubblico ha (finalmente ndApo) raggiunto un vicolo cieco storico. Le città e gli stati che cedono alle richieste dei sindacati hanno costi del lavoro più alti, tasse più alte e debiti pubblici più alti di quegli stati che tengono duro. Nel tempo, questi stati perdono entrate, posti di lavoro e popolazione verso giurisdizioni più convenienti e dai governi più efficienti (you got to love free market ndApo). Se il governatore del Vermont può vedere il New Hampshire dalla sua casa, quello dell’Illinois può vedere il Wisconsin e l’Indiana.

In passato, gli stati potevano aspettarsi che Washington li aiutasse a sostenere i costi sempre più elevati. Recentemente, il pacchetto di stimolo ha permesso a molti stati di allontanare il giorno del giudizio (ecco dov’erano finiti i soldi mancanti! ndApo). Ma ora la festa è finita. I guai fiscali di Washington vogliono dire che non ci saranno più grossi sussidi per gli stati: i governatori e i membri dei Congressi statali dovranno riportare i conti in ordine con sempre meno aiuti federali a disposizione.

Il movimento sindacale dei dipendenti pubblici ha preso la strada dei sindacati del privato. Si tratta di un sentiero lungo e tortuoso, con molte curve e non si percorrerà certo in una notte ma da questo sentiero, per quanto possa vedere l’occhio umano, non c’è ritorno.

L’alleanza tra i sindacati del settore pubblico ed i politici democratici è molto più fragile di quanto sembri. I politici erano in grado di dare ai sindacati quello che volevano: aumenti automatici dei salari, cattedre a vita per gli insegnanti, procedure di arbitrato vincolanti, pensioni d’oro e assicurazioni sanitarie lussuose praticamente gratis. Ora non possono più, non importa quanti soldi i sindacati facciano affluire nelle casse delle loro campagne elettorali.

In Grecia è stato il partito socialista a dover imporre i programmi di austerità quando i soldi sono finiti. Lo stesso è successo in Spagna (mutatis mutandis; Schifotero sarà costretto a tagliare ancora tantissimo, ma per ora ha fatto solo mosse cosmetiche, il povero idiota ndApo). Che tu sia democratico o repubblicano, rosso o blu (o azzurro… ndApo), quando non ci sono più soldi e le carte di credito sono tutte al massimo, qualcosa devi tagliare per forza.

Il supporto dei sindacati del pubblico sarà sempre meno importante in politica. In Chicago, alcuni sindacati chiave del pubblico avevano appoggiato uno dei rivali di Emanuel, Gery Chico. Chico ha avuto il 24% dei voti in uno dei posti a più alta concentrazione di democratici del paese. Sempre di più, i politici visti come troppo vicini ai sindacati del settore pubblico (e quindi più inclini a favorire gli interessi dei dipendenti pubblici rispetto a quelli dei contribuenti che li pagano) soffriranno alle urne.

Oggi, molti dipendenti pubblici continuano a credere che i loro sindacati possano proteggere il loro posto di lavoro, le loro pensioni ed il loro stipendio. Città dopo città, stato dopo stato, impareranno presto che questo è sempre meno vero anno dopo anno. Quando inizieranno a capire questa nuova realtà, l’iscrizione al sindacato sembrerà sempre meno un buon investimento e sempre più come una spesa inutile.

Attualmente il 36 per cento dei dipendenti pubblici del paese sono iscritti ad un sindacato — più o meno quanti erano iscritti ai sindacati privati quando, nel 1953, erano all’apice del loro potere. Nel 2010, per la prima volta, ci sono stati più dipendenti pubblici che privati iscritti al sindacato. Questa anomalia non continuerà per molto. Alla fine, saranno i politici “blu” a contribuire di più alla morte del sindacato del pubblico dei loro rivali repubblicani.

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