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Foto trovata su raisedgold.blogspot.comDa quando è scoppiato il caos nello scatolone di sabbia col fiume in mezzo, tutti s’improvvisano esperti di geopolitica mediorientale ed azzardano previsioni. Il sottoscritto, nonostante anni passati da quelle parti, preferisce osservare ed ascoltare le opinioni di chi ha visto già diverse rivoluzioni.

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Ormai l’equazione la conoscete tutti, spero. Più lungo e denso è l’articolo tradotto dal sottoscritto, più sintetico è il commento che lo precede. Il tempo è quello che è, la stanchezza dopo nove e passa ore di lavoro inizia a farsi sentire, come la voglia di andare a dormire (patetico tentativo di captatio benevolentiae, ne son conscio, ma è più forte di me). Ancora una volta si parla di un argomento caro all’Apolide e, spero, a molti frequentatori dell’antro, il futuro dello scatolone di sabbia col fiume nel mezzo, che per il sottoscritto non sarà mai un paese come tanti altri.

Il titolo dell’articolo che trovate qui sotto gli ha fatto venire in mente mille immagini a lui molto care, prima tra tutte la vista del Nilo la mattina presto, con lo Zamalek Sporting Club ed il resto del quartiere avvolto da quella strana nebbiolina estiva che, di solito, annuncia l’ennesima giornata arroventata. Le serate passate sulla poltroncina del balcone del Meridien Le Caire, hotel preferito dall’Apolide, presso il quale “scendeva” quasi sempre quando si recava nell’orgogliosa (di nome e di fatto) capitale egiziana. La nebbia mista a smog che avvolge downtown poco dopo l’alba, mentre il taxi ti porta a tutta velocità verso Heliopolis e l’aeroporto internazionale, in tempo per prendere il volo della mattina. Il traffico allucinato ed allucinante attorno a Midan Tahrir, le otto macchine in cinque corsie sul ponte del 6 ottobre, la Corniche tanto splendida quanto vagamente dilapidata, con gli imbarcadero per le feluche e gli orribili aqua-taxi, che sembrano usciti da un film sovietico d’epoca. Il kofta mangiato con gli amici su una feluca dai colori sgargianti (ne esistono forse altre?), sballottati dolcemente dal riflusso del Nilo mentre il sole si corica dietro all’Opera House. La struggente poesia del tramonto a Luxor, con la mente che corre alla vicina Valle dei Re, alle storie di maledizioni, tesori favolosi ed archeologi alla Indiana Jones.

Cosa c’entra questa passeggiata nei corridoi della memoria con il futuro dell’Egitto? Tutto e niente. Il sottoscritto è troppo coinvolto per essere oggettivo e poi, causa sballottamento da brutale cambiamento di abitudini, ha seguito veramente poco l’intera vicenda. Per quanto incredibile possa sembrare, l’Apolide e la sua parte (ogni tanto) più seria non hanno visto un solo servizio, special, approfondimento o reportage da quella città che gli è così cara. Ecco perché preferisco lasciar parlare uno come Michael Zantovsky, che di rivoluzioni pacifiche ne sa certo più del sottoscritto. La sua biografia parla da sola. Fondatore del Forum Civico, protagonista della Rivoluzione di Velluto, addetto stampa e portavoce di Vaclav Havel per diversi anni, poi ambasciatore negli USA, senatore e chi più ne ha più ne metta.

Quando parla una persona del genere, l’Apolide lo sta a sentire con attenzione. Spero che vogliate fare lo stesso, nonostante la relativa lunghezza dell’articolo. Un minimo di prospettiva e chiarezza farebbe molto comodo. Di parole in libertà ed analisi raffazzonate mi sembra se ne siano sentite fin troppe.

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La nebbia della rivoluzione
Michael Žantovský
Originale (in inglese): World Affairs Journal
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

La rivoluzione in Egitto è iniziata venerdì scorso. Quello che è successo prima è stata battaglia lunga 18 giorni tra i contestatori e lo status quo, che in sé aveva la possibilità di una reazione violenta e la quasi certa restaurazione dello status quo. Dopo venerdì, l’unica cosa certa è che niente sarà più come prima. La terra si è rivoltata…

Prevedere quello che succederà da qui in avanti è infinitamente più difficile. Guardando la televisione e leggendo i blog uno può assistere ad una cacofonia di profezie, una più sicura di sé dell’altra. L’aggiungersi a questo coro non include solo il rischio di rendersi alla fine ridicolo, il che sarebbe anche accettabile, ma di dire qualcosa o di moralmente condannabile o moralmente irresponsabile. Le tre profezie che seguono, in ordine decrescente di attendibilità, sono quindi fatte con la più abietta umiltà sulla nostra fondamentale ignoranza delle forze e dei meccanismi nascosti della Storia.

L’unica cosa che si può onestamente dire con totale certezza è che è iniziato il vero scontro per il potere e che quindi la nebbia della rivoluzione è scesa sul campo di battaglia. Ci vorranno settimane, probabilmente mesi, forse anni prima che emerga la vera faccia del nuovo Egitto.

A parte questo, si può cautamente concludere che gli schemi analitici del passato dovrebbero esser gettati via al più presto. Per gli “esperti” da entrambe le parti del dibattito, la scelta è sempre stata tra il dominio autoritario ma solido del presidente Mubarak e lo spettro della Fratellanza Musulmana. Sicuramente è stato lo stesso Mubarak, in maniera non casuale, ad aiutare a definire le alternative come una secca dicotomia.

Se questo sia mai stato vero è una domanda che è meglio lasciare agli storici. Sembra però chiaro che ormai non è più valida. Ci sono almeno tre gruppi in campo, nessuno dei quali è interamente omogeneo, che decideranno tra di loro il futuro dell’Egitto. Uno di essi è l’esercito, che più o meno da sempre coincide con il “regime”, una enorme e ramificata corporazione politico-militar-industriale con il chiaro fine di mantenere intatto il proprio potere e la propria ricchezza. I secondi sono gli islamisti, largamente ma non totalmente rappresentati dalla Fratellanza Musulmana, le cui opinioni variano da quelle dei jihadisti militanti ai sostenitori della via politica in stile turco. Il terzo gruppo è il meno omogeneo ma al momento il più visibile. Sono i meravigliosi giovani che abbiamo visto alla televisione nelle ultime due settimane, le prossime generazioni di egiziani, uniti dal fatto di non essere vestiti né del grigioverde militare né delle jallabiyah degli islamisti (da egiziano mi verrebbe di traslitterare con la g, ma so che la dizione araba classica è con la j ndApo).

Valutare la forza relativa di ognuno di questi gruppi è un compito difficile, ma cruciale per strutturare una politica egiziana con una anche minima possibilità di influenzare gli eventi in una direzione che non vada in aperto contrasto con i nostri valori e gli interessi dell’Occidente. L’esercito ora sembra avere tutto il potere, gli islamisti buona parte dell’influenza mentre i giovani hanno solo la scintilla di vitalità negli occhi.

L’esercito è al potere dal 1952, quando i Liberi Ufficiali deposero Re Faruk. Ai vertici oggi ci sono gli eroi e gli sconfitti delle guerre contro Israele del 1967 e 1973, alcuni addestrati nell’ex Unione Sovietica. Il grosso del corpo degli ufficiali, comunque, non ha mai combattuto ed è più esperto nel gestire l’enorme apparato industriale dell’esercito nel campo delle forniture militari, nelle industrie turistiche ed alberghiere, oltre ad altre imprese lucrative. Si sono abituati a fare la bella vita. Molti di loro sono stati addestrati negli Stati Uniti o in altri paesi occidentali. Da quando un gruppo di giovani ufficiali religiosi ha assassinato Anwar Sadat, le forze armate sono rimaste ferocemente laiche, estirpando regolarmente le erbacce islamiste. Visto l’addestramento e la tecnologia che usano, finanziata in gran parte dal miliardo e mezzo di dollari in aiuti militari statunitensi, sono il soggetto più sensibile al pensiero ed al consiglio dell’Occidente. Allo stesso tempo, però, sono i portabandiera di una lunga tradizione di fiero nazionalismo, che può colorarsi facilmente di xenofobia.

Nessuno sa davvero quanto sia potente la Fratellanza, anche se nessuno si sognerebbe di sottostimarne le potenzialità. Nelle elezioni del 2005, i candidati della Fratellanza avevano vinto il 20% dei seggi. Negli ultimi giorni, molti esperti ne hanno stimato la forza in elezioni aperte e libere al 15, 20, 30 o 35 per cento, con gli ultimi due numeri che sarebbero in grado di garantire una nutrita pattuglia di parlamentari. Il problema è che non possiamo esserne sicuri per il semplice fatto che l’Egitto non ha mai avuto elezioni aperte e libere. Perché non il 50 per cento? O, magari, solo il 10%? La prima stima sembra più probabile della seconda. La Fratellanza è stata chiaramente sottorappresentata dalla CNN e dagli altri network, parzialmente per ragioni tattiche ma più che altro perché la sua vera forza sta nei fellahin delle province, che i media globali non hanno mai raggiunto.

Un’ambiguità altrettanto grave prevale sull’ideologia della Fratellanza. Sebbene non sia né una filiale di al-Qaeda né della Jihad Islamica, non è nemmeno la versione locale di un partito democristiano qualsiasi, come molti vorrebbero farci credere. I suoi obiettivi istituzionali sono il dominio dell’Islam e l’imposizione della sharia, ovvero un governo teocratico, un concetto incompatibile con la democrazia liberale. Altrettanto apertamente è anti-occidentale, anti-americana ed anti-semita. Alcuni dei leader giungono fino ad esortare i propri seguaci ad uccidere quanti più ebrei possibili, basandosi su interpretazioni di precetti coranici.

Del terzo gruppo sappiamo ancora meno, lasciando spazio alle nostre fantasie. Sembrano giovani, interconnessi, bene educati ed anglofoni, almeno quelli che abbiamo visto e sentito alla televisione. In realtà, probabilmente rappresentano solo una minuscola minoranza. Gran parte della nuova generazione non gli assomiglierà affatto. Questo non li condannerà necessariamente all’oscurità e al fallimento. Gli studenti che il 17 novembre 1989 scesero in piazza a Praga non erano più di 20.000; il numero di dissidenti coinvolti in attività di opposizione a più lungo termine era circa la metà di quel numero. L’elemento chiave fu la loro capacità di ispirare il resto della popolazione ed alcune delle persone che ho visto a Midan Tahrir mi sono sembrate dannatamente capaci di farlo. Il numero più importante viene però dalla demografia. Più della metà di tutti gli egiziani, la maggioranza, ha meno di 24 anni. Credono davvero nel dominio dell’Islam o in quello di Internet? O magari entrambi?

Se l’esercito uscirà dalla nebbia vincitore, vedremo una dittatura militare, simile nel carattere ma non nel nome al regime di Mubarak. Se prevarrà la Fratellanza, potremo vedere più una versione gigante di Hamas, creatura della Fratellanza, più che una copia dell’Iran o dell’Arabia Saudita. Se invece fossero i giovani a vincere, il Medio Oriente cambierà in maniera più fondamentale di quanto chiunque possa sognare, molto probabilmente in meglio.

Il che mi porta alla mia terza e finale profezia, ancora più qualificata delle prime due. Sembra improbabile che nessuno dei tre scenari qui sopra si materializzi sul serio. Nessuno dei tre gruppi ha probabilmente la forza per prevalere da solo. Molto probabilmente vedremo un periodo di triangolazioni furiose nelle quali una coalizione tra due di questi gruppi prima dominerà e poi forse marginalizzerà il terzo. Probabilmente non saremo in grado di influenzare significativamente le tattiche degli islamisti. Con l’esercito, invece, gli strumenti ed i canali di comunicazione sono già presenti. La vera battaglia sarà quella per conquistare i cuori e le menti dei giovani (Dio mio, come odio questa espressione! Chissà come mai la mia mano corre da sola al portafoglio, temendo il peggio ndApo). Potrà l’Occidente fornire l’aiuto, il supporto, l’educazione, i valori ed i modelli giusti per portarli dalla nostra parte? (Quod erat demonstrandum, purtroppo ndApo) L’umma degli islamisti farà di tutto per fare esattamente le stesse cose. Per vincere questa sfida dovremo dimenticarci della convenienza politica ed economica e del politically correct, attingendo, una volta tanto, da quei valori fondamentali della nostra civiltà che rendono possibile la libertà e la democrazia.