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Foto trovata su sarahpalininternetcoalitionblogger.blogspot.comIl centenario della nascita del più grande presidente statunitense del 20° secolo si avvicina e fioccano i paragoni, implacabili ma corretti, con l’attuale occupante (in tutti i sensi) della Casa Bianca. Al sottoscritto viene una gran tristezza, ma forse saranno solo gli effetti del clima albionico.

Probabilmente i frequentatori dell’antro avranno capito da un pezzo che il piccolo Pantheon dell’Apolide è popolato da un ristretto numero di figure storiche dell’universo liberal-conservatore le quali statue sono sempre molto frequentate dal personaggio in questione. Uno di essi, forse non il più grande in assoluto o il più venerato, è proprio Ronald Wilson Reagan. Visto che il centenario della nascita è dietro l’angolo e che l’amico Simone Bressan ha chiesto al sottoscritto un articolo sulla figura del Gipper, riciclare parte delle ricerche per questo post è stato quasi inevitabile.

L’articolo che Peter Wehner pubblica sul blog della rivista “Commentary” traccia un parallelo fin troppo facile tra i modus operanti di Barack Hussein Obama e quello di papà Ronnie. Alla faccia delle convergenze parallele, i percorsi sono talmente paralleli e distanti da far dubitare che appartengano alla stessa categoria dialettica. Obama spara due banalità e poi continua ad inchinarsi anche metaforicamente di fronte a chiunque, anche il peggior dittatore del globo terracqueo. Reagan non ha dubbi o tentennamenti: Marcos ha perso le elezioni, la presidente delle Filippine è Corazon Aquino, Marcos se ne deve andare. Visto che è stato un buon alleato lo proteggeremo ma che non gli venga in mente di iniziare a sparare. In tal caso lo molleremo totalmente. O se ne va o lo sloggeremo comunque. La chiarezza morale per la quale il Gipper era famoso si vede anche in questo esempio.

C’è chi dice che si trattava di un difetto, che non gli permetteva di esaminare attentamente le nuances più sfumate della politica internazionale. Più che conosco il mondo della politica, più mi convinco che le cose siano molto più semplici di come le si dipinga. Nelle Filippine come in Egitto c’è al potere una classe di individui che si è presa il potere in un modo o nell’altro. Il popolo non li vuol più vedere. Loro restano attaccati alle poltrone. Obama, come suo solito, sembra scocciato dall’ennesimo problema e risponde in maniera raffazzonata. Reagan si fa in quattro per far sapere a tutti che vuol far capire a Marcos che se non se ne va da solo lo avrebbe scaricato senza troppe cerimonie. Obama fa ridere i polli, Reagan era odiato ed amato in ugual misura ma tutti i leader del mondo, a telecamere spente, lo temevano e lo rispettavano. La differenza sta tutta qui. Obama parla e la gente sbadiglia. Reagan parlava ed il mondo scattava sull’attenti.

Le considerazioni sull’Egitto e sul Gipper le lascio ad altri articoli, per ora mi limito a dire che, in questo momento storico, si sente tanto la mancanza di mamma Maggie e papà Ronnie. Loro sì che avrebbero saputo trattare con la manica di pazzi che rischiano di incenerire il mondo con il loro odio cieco per l’Occidente e tutto quello che rappresenta, ovvero la Libertà. Alla fine finiamo sempre lì, non c’è bisogno di complicare le cose. Da una parte chi cerca di aumentare la libertà di ogni individuo esistente sul pianeta; dall’altra chi pensa di essere migliore di tutti e pretende di decidere chi deve fare cosa. Il Gipper l’aveva capito: per questo è stato un grande presidente. Obama forse l’ha capito anche lui, ma ha deciso di stare dalla parte sbagliata, il che lo rende la peggiore iattura capitata da cinquant’anni ad oggi agli Stati Uniti.

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Obama e l’Egitto contro Reagan e le Filippine
Peter Wehner
Originale (in inglese): Commentary
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

I sostenitori del presidente Mubarak hanno deciso di usare la violenza contro i manifestanti anti-governativi. Questa pessima notizia sottolinea il perché Mubarak debba andarsene al più presto. Più rimane attaccato al potere, indebolito ma non ancora fuori dalla scena, più la situazione in Egitto peggiorerà. Ecco perché il “Washington Post” ha ragione nel suo editoriale quando critica la risposta del presidente alle dichiarazioni di Mubarak, definendola ambigua.

Secondo il “Post”, “ha detto di aver comunicato al presidente egiziano per telefono che ‘una transizione ordinata deve essere sincera, pacifica e deve iniziare al più presto’ – ma non ha obiettato quando l’uomo forte del Cairo gli ha detto che intende restare al potere. Come il signor Mubarak, il signor Obama pensa di risolvere tutto con mezze misure”.

Forse può valere la pena paragonare quello che sta succedendo in Egitto con gli eventi avvenuti nelle Filippine durante la presidenza Reagan.

Nel suo libro “An American Life”, Reagan racconta come Ferdinando Marcos avesse rubato un’elezione e di come una sollevazione dei filippini per conto di Corazon Aquino, la vera vincitrice, fosse inevitabile.

Il 23 febbraio, Reagan si trovava a Camp David e gli fu riferito che Marcos ed un generale a lui fedele, Fabian Ver, avevano ammassato una forza di carri armati e truppe pronte per attaccare le unità di due leader militari che si erano dimessi dal governo Marcos ed avevano appoggiato la Aquino. I carri armati di Ver erano stati respinti da centinaia di migliaia di civili, ma, come scrive Reagan “la prossima volta ci potrebbero essere perdite altissime”.

Reagan preparò un appello a Marcos per convincerlo a non usare la forza e partecipò ad un incontro nella Situation Room il 23 febbraio 1986. Il presidente ricorda che “fummo d’accordo che era inevitabile che Marcos dovesse lasciare il potere. Non aveva più il supporto popolare necessario per rimanere al potere … Tutti furono d’accordo nell’affermare che avremmo dovuto fare di tutto per evitare spargimenti di sangue a Manila: non volevamo vedere il paese precipitare nella guerra civile. Volevo anche essere sicuro di non trattare Marcos così male com’era stato trattato un altro alleato del nostro paese, lo shah dell’Iran. Allo stesso tempo ero sicuro che era importante partire col piede giusto col nuovo governo filippino”.

Le pagine dal diario di Reagan in questo periodo sono ancora più interessanti. Il 23 febbraio, il giorno dell’incontro nella Situation Room, il presidente scrive che “è stato un lungo incontro, nel quale tutti erano d’accordo ma erano molto frustrati. Il presidente Marcos è testardo e si rifiuta di ammettere che non può continuare a governare. Ho affermato che un messaggio da parte mie deve fargli capire che se ci sarà violenza nelle strade non potrò fare più niente per appoggiare le Filippine in alcun modo”.

Il giorno dopo, sul diario di Reagan si legge che “la situazione nelle Filippine sta peggiorando … Siamo d’accordo nel dire che bisogna fargli capire che gli sto raccomandando di abbandonare il potere e che ci occuperemo in ogni modo di garantire la sua sicurezza, offrendogli rifugio negli Stati Uniti. Dice che vuol vivere nelle Filippine. Beh, cercheremo di ottenere questa concessione (dal nuovo governo)”.

Il 25 febbraio sul diario si legge che “la chiamata stamattina è stata alle 6:45. Mi è stato detto che il presidente Marcos e la sua famiglia, insieme ai collaboratori più stretti, si trovano nella base dell’aeronautica di Clark”.

Ora la situazione in Egitto è molto diversa da quella filippina. Tra le altre cose, lì c’era un chiaro successore a Marcos, mentre una figura del genere manca in Egitto. Reagan ammette che non voleva far troppa pressione su Marcos. “Dovremmo mettere sul tavolo i fatti e lasciare che sia lui a prendere la decisione che vogliamo che prenda”.

Il punto è che, solo 48 ore dopo la “spiegazione” di Reagan, Marcos aveva lasciato il potere. Questo risultato non è certo dovuto al fascino di Reagan quanto alla sua ferrea determinazione.

Dovremmo cercare di ottenere con Mubarak in Egitto quello che Reagan ottenne da Marcos nelle Filippine. Il tempismo è cruciale. Il dittatore egiziano se ne deve andare. Toccherà al presidente Obama fare quel che deve esser fatto per costringerlo ad andarsene il prima possibile, entro poche ore o giorni piuttosto che settimane o mesi. Altrimenti l’Egitto potrebbe anche scoppiare (con conseguenze imprevedibili.

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