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Immagine trovata su freerepublic.comDi solito, quando non riesco a postare non è per mancanza di argomenti o voglia ma per un impedimento serio. Stavolta più delle altre volte, visto che ho preso baracca e burattini per trasferirmi a lavorare a Londra, nella ex Cool Britannia che al sottoscritto ha fatto una gran brutta impressione.

Visto che sono ventuno ore che sono sveglio, ho camminato come un mulo da soma degli Alpini e sono francamente devastato, tirando avanti solo grazie alle mie insospettabili doti di resistenza fisica e morale, riassumo così una storia che sarebbe molto più lunga. Per farla breve, me ne sono andato. Di nuovo. Qualcuno dirà subito che è stata una vigliaccata, che i liberali di nome e di fatto, specie perché rara avis, devono rimanere in trincea a combattere, ma alla fine della giornata l’idealismo, prima o poi, lascia sempre il posto alla realtà delle cose. Tornai in Italia nel 2008 dopo un paio d’anni in Cruccolandia per un paio di ragioni entrambe importanti. Non solo perché la cultura locale, tutta all’insegna dell’urlaub e del “tempo per vivere e per amare” la trovavo ripugnante, ma anche perché vedevo molte poche possibilità di carriera all’interno della Nintendo e il procurarsi un impiego alternativo avrebbe richiesto di imparare il tedesco, cosa che, nella mia mente malata, avrebbe significato una quasi naturalizzazione automatica ed una vita in lederhosen e birkenstock. Mi avessero promosso content manager per il sito europeo, vivrei probabilmente più o meno felice e contento a Grossostheim. La Germania attirava la mia parte ordinata, rigorosa, intransigente, la quale litiga spesso e volentieri con quella impulsiva, creativa e capace di leaps of faith. Sceglierla come posto dove passare il resto della vita (una volta costruita una carriera ed una famiglia il richiamo del dovere avrebbe avuto la meglio) avrebbe significato tradire parte di me stesso e gettare alle ortiche anni di impegno nel giornalismo. O almeno questa è la versione ufficiale, quella che racconto in giro per fare il fico, l’impegnato e il liberale tutto d’un pezzo. La realtà è leggermente meno flattering ma non vi spiegherò il perché e il percome – anche l’onestà ha dei limiti, gente!

Dove sono finito? A Londra, catino di genti, stili, sede del massimo della cultura e delle tendenze ggiovanili più allucinanti, dove alla stazione puoi passare dalla signorina in affari con tanto di libro di Ayn Rand (volevo quasi chiederle di sposarla on the spot, ma mi sono trattenuto) al giovane giamaicano che con il suo slang semi-incomprensibile ti chiede una sigaretta (sì, certo, dopo che ho pagato un pacchetto SEI STERLINE E VENTI PENCE te ne dò anche due, come no, non fare complimenti) al signore in evidente stato confusionale che brancola nel buio cercando non si sa bene cosa. Roba che ad un ex-ragazzo di provincia come il sottoscritto fa sempre una grande impressione. Apparentemente resto impassibile, faccio finta di niente, a malapena guardo certi fenomeni, ma appena il “pericolo” passa non posso che rifletterci. Un rumore mi è rimasto in testa da questa assurda, pazzesca prima giornata in pieno Londonistan (tra punjabi, pakistani, autisti con barbetta talebana, cinesi, polacchi e chi più ne ha più ne metta, mi è sembrato di atterrare in una caricatura dell’arca di Noè, più che nella grande e gloriosa capitale di quell’Impero cui l’Occidente deve ben più di quanto sia disposto a riconoscere), quello delle lattine di birra vuote che rotolano spinte dal vento, che stasera spirava forte da non so bene dove (il mio senso dell’orientamento si è momentaneamente iscritto alla FIOM e ha del tutto incrociato le braccia). Mi ha suonato sinistro, alieno, quasi un presagio o un riflesso del certo non splendido stato di forma di questo paese, oggi più che mai fondamentale per la civiltà occidentale.

“Come? Non sei ancora arrivato e fai già il pessimista?”, chiedete voi. “Beh, che volete che, appena arrivato, mi metta subito a fare l’ipocrita?”, rispondo io. L’impressione che ho avuta è stata questa. Il fatto che fosse una tipica giornata del cavolo inglese, con tanto di tappeto di nuvole, vento, pioggia intermittente ed un unico raggio di sole durato due minuti due verso le due del pomeriggio certo non ha aiutato, come il fatto di aver passato gran parte del tempo a vagare come un idiota in parti della città non particolarmente “posh”, ma il fatto non cambia. Sicuramente avrò occasione di ricredermi, specialmente quando, martedì, inizierò a lavorare, ma per ora mi sembra di essere stato paracadutato in un posto strano, non particolarmente ostile, ma “diverso”. Incredibilmente l’impressione avuta da Francoforte sul Meno era stata meno negativa e non è cambiata molto nel tempo. Città moderatamente bella, satolla, senza preoccupazioni, ma anche senza “drive”, senza una “missione” da compiere, molto, troppo soddisfatta. Londra, invece, mi sembra sinceramente un posto schizofrenico, una macchina spinta al massimo non si sa bene verso quale obiettivo, dove succede tutto ed il contrario di tutto, cosa che, detto tra noi, non è necessariamente un male.

I dettagli sul lavoro sono relativamente importanti; visto che si tratta di un’attività legata ai media, li capirete presto da soli. Quindi, mi risparmio la fatica di scriverne. Della giornata da manicomio che ho passato parlerò domani/oggi, visto che la stanchezza è tantissima e domani mattina dovrò svegliarmi moderatamente presto per andare ad aprire il conto in banca, passaggio obbligato che considero da sempre idiota (per quale cavolo di motivo sono costretto sempre ad aprire conti correnti a destra o sinistra? Forse la mia carta di credito italiana non è altrettanto buona di quella inglese? I soldi non sono sempre soldi? Mah…). Vi preannuncio solo che si tratta di un racconto da Oscar dell’idiozia, tale da far concorrenza ad una comica di Buster Keaton. Insomma, anche stavolta mi sono fatto riconoscere per l’imbecillone senza il minimo senso dell’orientamento, che si perde quasi dovunque anche con tanto di cartine stampate da Google Maps. Degli infiniti tormenti e delle paure neanche troppo superate che mi hanno afflitto in quest’ultimo mese, invece, non parlerò affatto. Come diceva quel defidiota di Raz Degan, “sono fatti miei”. Così è, se vi pare.

Nota finale prima di svenire per la stanchezza ed i dolori vari che mi perseguitano (payback is a bitch – lo vedi cosa succede a non allenarti?). Il fatto che, a Dio piacendo, martedì inizierò un impiego regolare non cambierà quasi niente per i frequentatori dell’antro e gli amici di TPI. Sicuramente gli articoli tradotti non saranno più lunghi come prima, forse le pause causa battaglie campali con la burocrazia o super-concentrazione dovuta al lavoro avverranno con maggiore frequenza ma non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di mollare un bel niente. Quando ho aperto il blog, l’ho fatto perché credevo svolgesse una funzione utile. Il fatto che sempre più persone seguano ed apprezzino, magari lurkando, quello che faccio, agli occhi del sottoscritto vale come un contratto scritto. Fino a quando ci sarà qualcuno disposto ad ascoltare quello che ho da dire, senza massacrarmi per le puttanate che, di tanto in tanto, allegramente sparo, l’antro rimarrà aperto per accogliere tutta l’umanità liberal-libertaria-liberista in cerca di conforto. Stesso dicasi per TPI. Dato che, bene o male, i rapporti con l’estero li posso tenere ugualmente anche da qui, non vedo perché dovrei tirarmi indietro. Sarò pure Apolide e nato con la valigia in mano, ma resto pur sempre italiano di nome e di fatto. Al futuro del mio paese e dei miei concittadini ci tengo parecchio, anche se le vie del Destino o della Fortuna dovessero portarmi a passare il resto della vita in un altro paese. United we stand, across the seas. Lo dico sempre agli amici d’oltreoceano, lo ripeto agli amici ancora in trincea nella penisola dei caciocavalli. Il lavoro viene prima di tutto, ma gli ideali restano comunque ideali. Passo, chiudo e (finalmente) provo a dormire. Domani è un altro giorno. Non vedo l’ora che arrivi.

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