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Immagine trovata su politicalartwork.blogspot.comA sentire i profeti della rivoluzione digitale, ogni “mi piace” sarebbe un passo verso il cambiamento della società. Partiti e movimenti dimenticano che vince chi ha più piedi sul territorio, leader e gruppi locali preparati. Non ci sono scorciatoie per il successo, neanche nell’era digitale.

Il grande maestro dell’arte della guerra, Sun Tzu, nei suoi criptici consigli parla spesso della necessità di conoscere quanto più a fondo possibile tutte le condizioni reali e psicologiche precedenti ad uno scontro bellico o politico. Anche se sono parole che vengono da un passato molto distante quale quello della Cina del periodo degli stati guerrieri, sono altrettanto valide anche nell’era delle guerre culturali e di civiltà. “Conosci il tuo nemico” resta sempre uno dei migliori consigli che si possano dare a chi si impegna in politica o nell’attivismo in generale. Ecco perché, quando l’amico Paolo dalla Sala mi ha segnalato l’articolo che trovate tradotto qui sotto, non ho avuto dubbi sul da farsi. La pubblicazione che l’ha riportato è francamente inguardabile, tanto a sinistra da far rabbrividire anche il signore del Nulla (Nicki Vendola). La retorica che usa l’autrice è roba da luridi sinistri della peggior specie, quella dei rivoluzionari da salotto pronti a sdilinquirsi di fronte ai peggiori massacri stando bene attenti a non sporcarsi mai le mani o rischiare la loro preziosa pellaccia da figli di papà viziati.

Verrebbe da domandarsi perché sia il caso di leggere robaccia del genere, vero? L’esercizio certo non piacevole è comunque utile perché, nascoste in mezzo alle solite, squallide, chiamate alla guerra rivoluzionaria, alla retorica che puzza ancora di gulag o di campi di rieducazione maoisti, ci sono anche considerazioni interessanti sull’attivismo digitale e la sua effettiva utilità quando si pensi di sfidare lo status quo. Perché, mettiamo le cose bene in chiaro, chiunque in Italia si batta contro l’invadenza dello stato e l’alleanza statalista-paternalista che domina il nostro paese almeno dal 1914 non può essere che un rivoluzionario. Aspettarsi un percorso pacifico e placido verso la riconquista del controllo sui propri soldi ed il proprio destino è solo un’illusione. Per arrivarci sarà necessario combattere contro tutto e tutti. Non sarà una passeggiata di salute.

Le posizioni espresse nell’articolo qui sotto sono forse estremiste, ma non si può negare che negli ultimi anni, anche da noi, l’infatuazione per la politica fatta a colpi di clic ha colpito quasi tutti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Al potere sono vegliardi con decenni di politica alle spalle, si è considerati “giovani” fino a cinquant’anni, gli eletti sono in realtà nominati dai capo-bastone e la dialettica politica assomiglia sempre di più ad una squallida copia della commedia dell’arte. Tutti i clic del mondo non sono riusciti a cambiare un cavolo di niente. Anche il tanto decantato grillismo è riuscito solo a riempire le tasche del suo “profeta”, infilare qualche bellimbusto nei consigli comunali e pochissimo altro. Misurato con i risultati nel mondo reale, l’attivismo digitale sembra solo una gran perdita di tempo. Cosa fare per cambiare questo triste stato di cose? Soluzioni semplici non ci sono, purtroppo. In America si è riusciti a svincolarsi dalla dittatura del digitale usando la tecnologia per facilitare l’aggregazione e rendere più semplice e meno costosa l’organizzazione di eventi reali.

L’esperienza dei Tea Parties è frutto di questa intuizione felicissima. Ma esportare da noi un modello basato fondamentalmente sulla volontà e la disponibilità di persone che non si sono mai impegnate attivamente in politica a partecipare a movimenti informali, legati solo da alcuni principi comuni e dalla consapevolezza dell’urgenza di un’azione contro le politiche che mettono a rischio il futuro dei propri figli (ecco perché gran parte dei tea partyiers sono avanti con gli anni) in un paese malato di fazionalismo come l’Italia può essere molto complicato. Eppure strade diverse non si vedono, purtroppo. L’attivismo dei gruppi Facebook, dei forum, delle infinite discussioni sul sesso degli angeli porta solo al consolidamento dello status quo. Bisogna uscire dal ghetto digitale, incontrarsi di persona e pensare un nuovo modo di fare attivismo politico. Non sarà un percorso semplice né indolore, visto che si dovrà per forza superare i vecchi dogmi dell’attivismo partitico e la loro enfasi costante su luoghi fisici di aggregazione, che nessun movimento oggi può permettersi. Ci vorrà un passaggio mentale e culturale non semplice per creare l’archetipo del nuovo attivista per la libertà, una persona connessa 24 ore su 24 ma sempre pronta a prendere la borsa, fare cartelloni e manifestare nel mondo reale. Il futuro è di queste nuove figure, interconnesse, capaci di usare al meglio ogni risorsa informatica ma anche in grado di creare eventi capaci di attirare l’attenzione dei meno connessi, anche attraverso i media tradizionali. Iniziamo a pensarci, gente, che il tempo non è molto. Dio non voglia che il temuto “cigno nero” arrivi prima del previsto, con tutte le sue imprevedibili e funeste implicazioni.

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Dopo il “clicktivism”, l’attivismo vero
Micah M. White
Originale (in inglese): Adbusters
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Per più di un decennio i rivoluzionari ed i disturbatori culturali sono stati paralizzati dallo schermo del computer. Credendo alle promesse dei tecnocrati e dei visionari digitali, accecati dal gran clamore virale che circonda siti come MoveOn, abbiamo finito con l’affidarci in maniera troppo pesante su una forma particolare di organizzazione via internet. Credendo che l’attivismo digitale potesse promuovere il cambiamento sociale, abbiamo impiegato comunicazioni testate sul mercato, scintillanti siti internet in Ajax ed apps per il social networking. Abbiamo affidato la nostra rivoluzione ai tecnici di San Francisco e ci siamo consegnati totalmente ai metodi derivati dalla pubblicità. Ma siamo diventati così dipendenti da questi strumenti digitali da limitare molto il nostro potenziale rivoluzionario.

Il “clicktivism” è l’attivismo politico inquinato dalla logica del consumismo. L’attivismo è svalutato attraverso l’uso della pubblicità e dell’informatica. Infatti, quello che definisce tale attivismo digitale è l’ossessione per i numeri. Ogni link cliccato o email aperta è monitorata meticolosamente. I soggetti delle email sono testati scegliendo quelli più efficaci e gli stessi argomenti della comunicazione sono passati al setaccio dei focus groups. Chi si affida a questo attivismo digitale diluisce costantemente il suo messaggio per avere un consenso di massa ed emette chiamate all’azione che sono tanto facili da seguire quanto insignificanti e, in ultima analisi, incapaci di cambiare veramente le cose. L’unico obiettivo delle loro campagne è quello di aumentare le percentuali della partecipazione, non di sconvolgere lo status quo. Alla fine, si finisce con il presentare il cambiamento sociale come una qualsiasi marca di carta igienica.

Il problema fondamentale di questo approccio tecnocratico è che i numeri misurano solo quello che si può contare. Il “clicktivismo” trascura quegli eventi vitali, indefinibili e quelle epifanie personali che costituiscono la base delle grandi rotture sociali. La storia delle rivoluzioni testimonia che i cambiamenti sono sempre improbabili, imprevedibili e rischiosi. Un paio di dichiarazioni banali sulla “democrazia in azione” e una petizione online non porteranno certamente a grandi trasformazioni sociali. Come ha affermato recentemente Malcolm Gladwell, “l’attivismo che sfida lo status quo – che attacca problemi molto radicati nel sociale – non è un’attività per i deboli di cuore”. Il “clicktivismo” rinforza la paura di emergere dalla folla e prendere una posizione forte. Scoraggia le chiamate per azioni drastiche. Facendo ciò, l’attivismo digitale non farà mai nascere una rivoluzione sociale. Pensare che sia in grado di farlo è un errore grave. Un errore che sta già portando le sue prime conseguenze nel mondo reale.

Il modo per superare il clicktivismo è far ripartire l’attivismo politico da zero. Questo processo può iniziare con un cambiamento di paradigma nel cambiamento sociale tale da aprire le porte ad una nuova generazione di attivisti. Questo ringiovanimento può essere favorito da tre considerazioni tattiche: le rivoluzioni partono sempre da epifanie personali; la rete funziona meglio quando si tratta di cambiare le basi culturali (la parola inglese “memewar” è difficilmente traducibile ndApo); le azioni clamorose nel mondo reale sono le fondamenta indispensabili per cambiare la società.

La fiducia nelle argomentazioni annacquate e nei consigli per l’azione dei messia della tastiera è ormai andata. Ci si sta dimenticando dei contatori, si cancellano i log dei siti internet, si ignorano sempre di più le analisi sul traffico. Invece sta riprendendo forza la poesia appassionata. La sfida nel provocare epifanie personali è la nuova priorità rivoluzionaria. Questo non vuol dire però chiudere completamente gli occhi di fronte al potenziale di certi strumenti tecnologici.

Al contrario, la prossima generazione di attivisti riconoscerà facilmente che la rete gioca un ruolo tattico cruciale. Nella battaglia per le menti, l’essere capace di disseminare in maniera rapida bombe mentali, imboscate d’immagini e virus del pensiero è strategicamente essenziale. Dopo tutto, questa è la guerra per il controllo delle basi culturali e la Rete pareggia lo scontro con i propagandisti del consumismo.

Eppure, solo l’azione nel mondo reale è capace di portare ad una rivoluzione sociale. Cliccare un link non sostituirà mai le proteste di piazza. Non possiamo nemmeno affidarci alle tecnologie digitali per convincere le persone ad alzarsi dalla sedia ed allontanarsi dal computer.

L’attivismo fa paura. Il cambiamento sociale è iniziamente impopolare e l’insurrezione inizia sempre da atti di disobbedienza. La risposta sana alla realtà dei disturbatori culturali deve essere quindi la trepidazione. Anche a pochi momenti dalla vittoria finale, ogni rivoluzionario ha sempre sentito la stretta allo stomaco dovuta all’ansietà. Ma il clicktivismo ci spinge ad evitare queste emozioni, nascondendoci dietro il mouse, abbracciando con entusiasmo l’inazione del cliccare passicvamente. Pur di combattere questa tendenza, sono benvenute anche le farfalle nello stomaco.

L’attivismo sarà rigenerato quando i disturbatori culturali torneranno a trovare forta nell’estasi della resistenza, nell’intensità della protesta e nelle emozioni scatenate dal far parte di una sollevazione popolare.

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