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Immagine trovata su commons.wikimedia.orgIn questi giorni si parla molto e molto a sproposito della situazione della minoranza cristiana in Egitto. Ancora una volta, la categoria giornalistica non riesce a dare un minimo di prospettiva ai problemi, nati almeno sessant’anni fa con il colpo di stato che portò al potere Gamāl Abd al-Nāṣer.

Come i frequentatori più assidui dell’antro sapranno già da tempo, l’Apolide è legato da lunghe e strette frequentazioni con lo scatolone di sabbia e roccia con il fiume nel mezzo conosciuto come Egitto. Più o meno regolarmente, da quasi vent’anni, visito per affari e per andare a trovare gli amici la capitale egiziana, nella quale ho anche vissuto per qualche mese. Insomma, talvolta penso di conoscere meglio Al Qahira di Roma e di trovarmici stranamente più a mio agio che in buona parte delle città europee. Chiamatelo mal d’Africa, se vi pare. Le cose stanno comunque così.

Chiaramente la notizia dell’ennesima tragedia che ha colpito un’altra città molto vicina al mio cuore, quella Alessandria dove spero di riuscire ad abitare, prima o poi, non mi ha lasciato affatto indifferente. Sembra che la sorte si accanisca con questa città un tempo splendida e cosmopolita; prima quella che chiamo la “Beirutizzazione” della meravigliosa Corniche (chi c’è stato sa di che cavolo sto parlando), poi la progressiva cancellazione di ogni traccia del glorioso passato commerciale e culturale, la violenza continua contro l’anima aperta al mondo della città ed infine i continui attentati contro qualsiasi minoranza che rischiano di trasformarla da millenaria patria della convivenza tra i popoli in aspro terreno di battaglia per scontri settari.

Stranamente, se l’altra volta che ho avuto notizia di una tragedia successa ad Alessandria sono scattato come una molla, stavolta l’enormità dell’offesa al cuore di tutto quello che ho di più caro mi ha paralizzato. Devo ammettere di non aver avuto neanche il coraggio di seguire con attenzione le notizie che arrivavano dall’altra sponda del Mediterraneo. Stavolta la notizia non sarebbe stata ignorata, ma probabilmente ci sarebbe stata la solita quintalata di facilonerie e mezze menzogne sul paese delle piramidi e sul regime asfissiante ed asfittico che lo sta strangolando da trent’anni. Quando, oggi, mi sono deciso a leggere qualcosa, il panorama non è stato granché rassicurante, con le solite, lodevoli eccezioni, quali gli articoli dell’amico Stefano Magni sull’Opinione, sempre attento a quel che succede in Medio Oriente.

Tutto bene, quindi? Non proprio. La questione della persecuzione della minoranza cristiana, molto meno irrilevante di quanto le farlocche statistiche governative vorrebbero dare ad intendere (dati indipendenti stimano la reale consistenza dei copti dal 15 al 20% della enorme popolazione egiziana), è complessa e riguarda direttamente le fondamenta del potere sul quale si regge l’autorità sempre meno salda di Mohammed Hosni Mubarak, presidente a vita della “repubblica” egiziana. Invece di provare a spiegarvi la questione con i miei limitati mezzi intellettuali, magari infarcendola di aneddoti ed episodi di vita vissuta con i quali ho già annoiato gli amici per anni, ho pensato fosse più opportuno lasciar spazio agli esperti, traducendo un lungo ma molto interessante editoriale di Adel Iskandar (no, la Regina Starsha non c’entra niente…) pubblicato dall’altrettanto ben fatto quotidiano indipendente egiziano Al Masry Al Youm nella sua versione online in inglese. Ancora una volta la questione si riduce alla libertà personale, senza la quale qualsiasi benessere è vuoto e privo di significato. Sempre lì si ritorna, gente, non si scappa. La battaglia è sempre la stessa. Buona lettura.

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L’esodo dei copti da Disneyland
Adel Iskandar
Originale (in inglese): Al Masry Al Youm
Traduzione in italiano: Luca A. Bocci

Per decenni, i copti egiziani hanno trovato un rifugio sicuro, comodo e gioioso nell’unico posto dove i sogni si realizzano sempre, dove il bene trionfa sempre sul male, dove la giustizia è universale e dove tutte le cose negative possono essere bandite sfregando una lampada o agitando una bacchetta.

Il mondo immaginario di Disneyland ha accolto i copti fin dalla metà degli anni ’50, subito dopo il colpo di stato che mise fine alla monarchia, concludendo la presenza coloniale inglese in Egitto. Da quel punto in avanti, la narrativa dell’unità nazionale tra musulmani e cristiani è diventata solo una facciata per le politiche del regime. Ma Disneyland è solita stravolgere le storie per renderle più amichevoli, piacevoli ed inoffensive. Per esempio, la storia di Cenerentola in origine era una favola tedesca, dei fratelli Jacob e Wilhelm Grimm, nella quale si dice che le sorellastre, per ingannare il principe che sta cercando l’amore della sua vita, arrivano fino a tagliarsi parti dei piedi per far sì che la scarpetta entri. La versione della Disney della storia di Peter Pan è molto più solare della prima sceneggiatura del drammaturgo scozzese J.M. Barrie, dalla quale sono stati esclusi tutti gli incidenti tragici. Nella storia originale, l’Isola che non c’è (in realtà Kensington Gardens) ospita Peter Pan, che è inconsolabile. Avendo perso la sua giovinezza, non riesce a comunicare coi bambini. Quando Peter non gioca, è impegnato a scavare tombe per i bambini che si perdono nella notte, sotterrandoli nel giardino, sotto piccole lapidi. Certo non è molto simile alla favola esuberante fatta tutta di scappatelle notturne piene di gioia in paesi lontani che regna incontrastata nell’immaginario di Disneyland.

Proprio come Peter Pan e Cenerentola, anche i copti hanno la loro favoletta che gli tiene compagnia a Disneyland. Una storia che è stata imbellettata per ottenere la massima gratificazione, divertimento e delusione. La favola dell’armonia tra le fedi, dove i diritti dei copti sono rispettati, dove il fatto di essere una popolazione pacifica e civile viene riconosciuta, i loro riti tollerati e la loro identità celebrata è rimasta in piedi per molti anni ed ha anche la sua mascotte. Proprio come le orecchie di Topolino, la “mezzaluna e la croce” è servita come il logo dell’utopia copta, affermando ipocritamente l’impegno di tutti i membri della società egiziana, dai responsabili ai cittadini, nel far rispettare l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Ogni tentativo di mettere in dubbio questo mito è stato vietato completamente.

L’anno scorso, ad una conferenza alla Durham University in Inghilterra, parlai dei copti e della lingua. Dopo la mia presentazione, un collega egiziano espresse le sue riserve sulla mia discussione e fece notare che i copti non esistono. Dato che il termine stesso non è che la parola greca per indicare gli egiziani, ha fatto notare come anch’egli, pur essendo un egiziano musulmano, fosse tecnicamente un copto. Naturalmente la sua posizione era non solo etimologicamente giusta ma anche a fin di bene. Eppure, forzando la sua dottrina dell’inseparabilità tra musulmani e cristiani in Egitto, in pratica ha cancellato del tutto l’identità di questi ultimi. Il suo commento non fa che mettere in risalto la faciloneria molto diffusa con la quale si giudica un’identità che si è evoluta negli ultimi duemila anni. Negare il fatto stesso che esista un’identità copta invalida in pratica ogni accusa lanciata dai cristiani egiziani sulle difficoltà che devono affrontare a causa della propria fede. Non si può costruire un caso legale su qualcosa che non esiste. Paperino non può citare in giudizio qualcuno perché discrimina i paperi che parlano.

Ebbi una conversazione simile l’anno scorso, quando parlavo con un gruppo di amici musulmani dell’eccidio di Naga Hammadi. Cercando di presentargli le preoccupazioni della comunità copta, incontrai un misto tra shock e disapprovazione. Ogni tentativo di mettere in risalto quanto i copti si sentano esclusi dalla società era inevitabilmente trattato come se si trattasse di propaganda di un impero straniero. Il mio tentativo ha generato risposte come “ma il mio capo è copto” oppure “Sawiris è una storia di un successo dei copti in Egitto” ed il classico “ma se l’economia è comandata dai copti! Pensa a Yousef-Boutros Ghali”. L’immunità di pochi non nega il destino sfortunato dei molti. La logica di queste opinioni assomiglia a quella di quei polemisti che negano l’islamofobia negli Stati Uniti perché Obama aveva un padre musulmano o perché l’attuale Miss America è musulmana.

In realtà i copti sono sotto-rappresentati sia nella vita reale sia nella fiction. Pochi atleti egiziani di rilievo sono stati copti ed un numero sempre minore di essi appare sul grande schermo. Il cinema egiziano parla raramente di cristiani e, anche quando lo fa, sono spesso presentati come caricature grottesche. Nonostante tutto, si continua a rimanere tenacemente attaccati alla narrativa dell’armonia nazionale.

Anche se la “mezzaluna e la croce” suggerisce uguaglianza, pochi copti sarebbero in grado di confermarla a porte chiuse. Prima del colpo di stato del 1952, i copti avevano un ruolo attivo e visibile nella politica egiziana, occupando circa il 10 per cento dei seggi in Parlamento. Oggi, questa percentuale si è ridotto ad una quota non ufficiale del tutto trascurabile. Nel 2011, praticamente nessun copto è stato eletto ad incarichi politici. Anche chi ha un ruolo nel governo è nominato dal presidente, in gran parte per salvare la faccia e dimostrare che la minoranza cristiana è rappresentata. Il resto si sono semplicemente rassegnati ad abbandonare la vita pubblica. Quindi, dal punto di vista politico, accanto alla mezzaluna non c’è affatto la croce. Quindi, il governo ha condizionato i copti a credere che, senza l’NDP, non hanno alcun peso politico, costringendoli a schierarsi totalmente ed in maniera acritica con il regime.

Nel paese c’è una moschea ogni 770 musulmani e stiamo parlando di quelle registrate, non delle strutture di fortuna convertite in luoghi di culto sotto il naso delle autorità, gran parte delle quali nessun ufficiale dotato di un minimo di buonsenso si sognerebbe mai di smantellare. Anche gli spazi pubblici sono stati convertiti in luoghi di culto per la maggioranza musulmana. Non è strano vedere interi corridoi negli edifici governativi ed interi isolati convertiti in aree per la preghiera comune.

Quindi, se il culto islamico è onnipresente, dov’è che i cristiani praticano la loro fede? In contrasto, c’è una chiesa ogni 3.100 cristiani in Egitto e tutte devono essere obbligatoriamente registrate ed avere la documentazione in ordine per evitare il destino della chiesa di Omraniya, episodio successo solo qualche settimana fa. Tutte le forme di preghiera si svolgono all’interno delle chiese, mai all’esterno. Quindi, anche quando ci si rivolga allo stesso Dio, la preminenza della mezzaluna è talmente vasta da oscurare la croce.

Ma sono i crimini contro i copti che finiscono sui giornali e rendono complicate le relazioni. Secondo la Egyptian Initiative for Personal Rights, tra il 2008 ed il 2010 sono stati denunciati 52 incidenti contro i cristiani. Neanche in uno di questi incidenti i responsabili sono stati assicurati alla giustizia. Non si confonda questi casi con incidenti “che coinvolgono” i cristiani; si tratta di quelli che negli altri paesi sarebbero definiti “crimini motivati dall’odio religioso”. Sembra che, mentre il governo ha punito l’opposizione islamica negli anni, abbia anche tollerato molti gruppi fondamentalisti che apertamente demonizzano il Cristianesimo ed esprimono disprezzo nei confronti dei copti. Oggi, un numero crescente di musulmani egiziani sentono di avere più in comune con i musulmani pakistani o con i tedeschi convertiti all’Islam di quanto non abbiano con gli egiziani cristiani.

In molti casi, allo stato è convenuto mettere cristiani e musulmani l’un contro l’altro. Facendo capire ai copti che l’islamismo radicale si sta affermando in Egitto, lo stato chiede ai copti la lealtà più totale, in cambio della promessa di difendere fisicamente i loro luoghi di culto, rendendoli ‘schiavi’ di un apparato di sicurezza inaffidabile ed oppressivo. Negli ultimi anni, i copti si sono resi conto che il governo ha violato questo accordo che da lunga data loro avevano rispettato. Non li protegge più, non supporta le loro cause o parla di quello che gli interessa. Quindi, ora hanno deciso di non appoggiare più l’NDP e di affrontare l’apparato di sicurezza governativo, come sembra evidente dagli ultimi giorni di furore incessante contro la polizia.

Molti musulmani non si sono mai preoccupati della questione copta fino ad ora e sono perplessi alla vista dei giovani cristiani furibondi che protestano per le strade. Quello che devono sapere è che i copti sono stati svegliati bruscamente da un sonnellino di 50 anni e che stanno gridando con tutte le loro forze “esiste un problema copto e va risolto”. Questi non sono i copti della diaspora ai quali di solito diamo la colpa delle divisioni settarie. Questa è la gioventù copta egiziana che ne ha piene le tasche, da Sidi Bishr a Luxor. Ignorare la loro rabbia, invece di fornire soluzioni, è in sé stessa una ricetta per l’aumento delle divisioni settarie.

Le espressioni di dissenso dei copti potranno essere spiacevoli per molti musulmani ma questo non dovrebbe succedere. Quando i giovani musulmani parigini, non vedendo futuro, protestano contro la marginalizzazione o il divieto di portare il velo, come vediamo la loro disperazione? Si tratta forse di una minaccia al delicato equilibrio religioso francese o di una chiamata alla radicalizzazione settaria? Improbabile. Invece lo consideriamo un movimento per i diritti civili che chiede uguaglianza. Tagliati fuori dalla vita pubblica per decenni, i copti non hanno fatto che accumulare le loro rimostranze ed ora l’emozione sta prendendo il sopravvento. I musulmani non dovrebbero aver paura dell’attivismo copto. Non si tratta di una minaccia all’unità nazionale e non è una condanna dell’Islam. Molto più semplicemente, si tratta di una comunità furibonda che ha ogni ragione per essere arrabbiata. Ascoltate le loro rimostranze. Comprendete il loro problema. Aiutateli a curare le loro ferite.

Molti musulmani hanno già dichiarato la loro solidarietà con i fratelli cristiani, non affermando il loro diritto di piangere le vittime ed arrabbiarsi, ma condividendo le loro rimostranze. Alcuni hanno anche deciso di andare in chiesa durante la vigilia di Natale per agire come “scudi umani”. Queste azioni, insieme alle condoglianze sentite, sono un enorme passo avanti verso la guarigione delle ferite aperte causate non solo dai tragici eventi del 1 gennaio 2011 ma soprattutto dai decenni nei quali la comunità è vissuta in un’utopia irreale. Nonostante tutto, il momento cruciale verrà quando le lacrime saranno state versate ed il sangue si sarà rappreso, quando verrà il momento di chiedere un cambiamento per l’Egitto. Questa richiesta non potrà che partire dall’ammetter che i copti esistono, che hanno diritti uguali a quelli della maggioranza che devono essere protetti e che l’inettitudine del governo nello stabilire le sue priorità nei confronti di tutti i cittadini non potrà che avere gravi conseguenze.

Purtroppo prove di questa inettitudine sono ancora abbondanti. Uno scambio di opinioni molto vivaci è avvenuto nel Consiglio della Shura un paio di giorni dopo l’esplosione, al massimo dell’agitazione dei copti. Importanti ufficiali di stato hanno dibattuto la proposta di una legge unica per la costruzione dei luoghi di culto presentata dal leader del partito Tagammu Refaat al-Said. Mentre al-Said diceva che era il momento di rendere la legge operativa ed applicarla ad ogni fede religiosa. i vertici dell’NDP hanno risposto che il terrorismo non dovrebbe essere un incentivo per emendare le leggi sulla costruzione delle moschee o delle chiese. Quello che l’NDP non riesce a capire è che questo non ha niente a che vedere con il terrorismo o con l’attentato ma che si tratta della responsabilità dello stato di garantire diritti uguali a tutti i cittadini. Questo errore è un segnale di impunità scandaloso e di completo disprezzo per la giustizia.

Una volta l’ideologia pan-arabista riusciva a superare la logica delle fazioni in Egitto. Oggi è stata rimpiazzata con un miscuglio di contraddizioni, con uno stato schizofrenico. L’Egitto allo stesso tempo è una nazione aperta ad ogni religione ma l’Islam è la religione di stato, è una repubblica ma non c’è una vera transizione tra i governi, è una nazione araba ma ha in gran parte tradito il suo impegno sulle cause care agli arabi, è uno stato laico ma dottrinario e neoliberale ma illiberale. Forse dal cataclisma di capodanno la nazione potrà ritrovare la rotta e creare un nuovo paradigma per un’identità veramente pluralistica.

Nel frattempo, il vecchio stanco slogan della “mezzaluna e la croce” è stato spolverato ed usato come una bandiera d’emergenza, che sventola solo quando la paura delle tensioni settarie richiede una copertura cosmetica. Noi, egiziani di ogni fede ed opinione, dovremmo insistere  ed assicurarci che la “mezzaluna e la croce” non siano evocate per difendere lo status quo ma invece siano riproposte nel suo significato originale, quello che aveva ai tempi della rivoluzione del 1919, ovvero unire tutti i cittadini per iniziare un nuovo cammino. Facciamo sì che sia il simbolo di un nuovo Egitto, non la Disneyland di regime che i copti ora stanno abbandonando in massa.

Adel Iskandar è uno studioso di media, lecturer alla Georgetown University.

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